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bestia immonda ke hai fatto della mia vita un inferno sono qui e t'aspetto non mi sentirai arrivare sentirai solo il brivido della paura e un sudore freddo rigarti il viso io come un animale fiutero l'aria x sentire l'odore del tuo terrore sentirai gli artigli dilaniarti le carni e in quel momento la tua vita scorrerà come un film e ci sarò anke io.....
 

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I danni del FASCISMO

Post n°219 pubblicato il 10 Settembre 2008 da antoniolaretino
 

                                                                        
 
  
In una Sicilia condizionata dal latifondo e da una mafia ancora di natura prettamente "rurale", il
regime intraprese una lotta senza quartiere alla delinquenza organizzata senza alcun riguardo
per nessuno.
Il governo di Benito Mussolini fu il primo ad emanare una Legge che contemplava l'esproprio
del latifondo e la sua poderizzazione ed il primo ad intraprendere con grande determinazione
una lotta contro la mafia che fu ridotta al lumicino e costretta nelle carceri od a rifugiarsi negli
U.S.A.
Al prefetto Mori, a suo tempo incarceratore di squadristi in Emilia Romagna, ma ottimo
elemento di Polizia e fedele servitore dello Stato, fu data "carta bianca" per agire e
l'incondizionato appoggio del governo ed i risultati non si fecero attendere.
Già due volte, prima dell'avvento del Fascismo al potere, Mori era stato in Sicilia, ma la
connivenza della vecchia politica con la mafia lo aveva impantanato nella palude della
Sicilianità gattopardesca, opponendogli quel "muro di gomma" che il fitto intreccio d'interessi tra
mafia e società civile sa costruire anche oggi attutendo e neutralizzando l'azione delle forze al
servizio dello Stato.
Con azioni di polizia su vasta scala che a volte, come nella "liberazione" della cittadina di Gangi,
assunsero la fisionomia di vere e proprie azioni militari, il prefetto Mori intraprese una lotta
senza quartiere contro la mafia che, per la prima volta dovette fare i conti con lo Stato che
aveva sempre ignorato, irretito ed invischiato.
Indagini approfondite e dettagliate anche nella pubblica amministrazione scoprirono i vasti
legami tra mafia e politica ed epurarono uffici e consigli comunali.
Alle retate del prefetto Mori seguirono, specie tra il 1928 ed il 1929, moltissimi processi e
moltissime condanne ed una copiosa documentazione dimostra l'interesse personale di Benito
Mussolini che seguiva e sollecitava continuamente l'azione della magistratura e delle forze dello
Stato.
Fu estirpato il fenomeno dei "gabelloti" che faceva da cerniera tra latifondo, mafia e
popolazione, con l'intento anche di colpire e modificare la psicologia mafiosa.
Tra il 1925 ed il 1928 gli omicidi passarono da 268 a 25, le rapine da 298 a 14 le estorsioni da
79 a 6.
Il Partito Nazionale Fascista, attraverso una capillare opera di propaganda e di persuasione
verso tutti gli strati della popolazione ed in particolare verso quella del mondo rurale in cui la
mafia di allora si esprimeva maggiormente, si ripropose di spostare il senso dell'onore, la
ribellione alle ingiustizie e le istanze sociali che caratterizzavano la psicologia Siciliana, dal
privato allo Stato in una fiducia verso le promesse che il Fascismo e Mussolini avevano fatto ai
Siciliani.

Una ulteriore e fondamentale linea direttiva nella lotta contro la mafia fu la politica di riscatto
sociale che il regime intraprese con la costruzione di infrastrutture come strade, scuole,
ospedali, acquedotti e che si concretizzò soprattutto con l'assalto al latifondo che si realizzò con
espropri, bonifiche ed appoderamenti.
La guerra e la disfatta avrebbero vanificato lotta e speranze, anche per l'aiuto dato alla
ricostituzione del potere della mafia dagli occupanti Americani, ma è oltremodo significativo che
il fronte agrario-mafioso abbia iniziato a ricomporsi, tra il 1942 ed il 1943, proprio in avversione
all'iniziativa di liquidazione del latifondo siciliano, fino a ricostituirsi come autentico blocco, prima
a sostegno dello sbarco alleato nel luglio 1943 e poi come struttura portante, anche istituzionale
della Sicilia antifascista.
Ai critici pregiudiziali in "servizio permanente" che da sempre obiettano che il prefetto Mori fu
fermato da Mussolini quando raggiunse le alte gerarchie della commistione del potere con la
mafia, posso provare l'inconsistenza e la falsità delle accuse con alcuni dati inoppugnabili e
facilmente controllabili: in quegli anni finirono in carcere per connivenza mafiosa, il federale di
Palermo Cucco, l'ex Ministro, comandante di corpo d'Armata di Palermo Generale Di Giorgio
ed il capo dei Fascisti Siciliani avvocato Ortoleva di Mistretta.
Sfido gli antifascisti a negare che la mafia ritornò trionfante in Sicilia ed in Italia al seguito
degli "Alleati" e degli antifascisti, in ricompensa dell'aiuto concreto che essa fornì per lo sbarco
e la conquista dell'isola…!

Ai governi della repubblica "nata dalla resistenza", la vergogna del dilagare della mafia, della
sua stretta commistione con il potere politico e del colpevole abbandono del Generale Dalla
Chiesa, dei giudici Falcone e Borsellino e di tanti fedeli ed ingenui servitori dello Stato che
furono mandati al macello come offerte sacrificali sull'altare degli interessi politici ed economici
di una classe politica indegna.

                      "La lotta alla mafia finirà non solo quando non ci saranno più mafiosi, ma quando
il ricordo della mafia sarà scomparso definitivamente dalla memoria dei Siciliani" 
                                                                                            BENITO MUSSOLINI


Sull'argomento: "mafia ed alleati" di Ezio Costanzo ed.  Le Nove Muse

Benito Mussolini sulla lotta alla mafia dall'archivio della Camera dei deputati, 26 maggio 1927
http://www.adnkronos.com/IGN/Assets/Pdf/pdf_atti_parlamentari.pdf


 

 
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