«'A Morte overa, chella seria, conclusiva, senz'appello, è sempe, e sulamente, il Malinteso! E un Malinteso è 'o modo, la maniera, di declinarmi sempre per diritto, mai a rovescio, scanzann' 'e zone d'ombra. O semplificandomi, facendo 'e me 'nu tipo: il tipo più ordinario, non solo drammaturgico, ma umano; e, in quanto tipo-archetipo-modello, rendendomi clonabile, imitabile, adattabile - pe' piso e pe' mesura - a chicchessia mi voglia a sé portare».
È la più risentita (e quella più direttamente riferita all'attualità) fra le dichiarazioni pronunciate da un Eduardo De Filippo che, per un momento, torna a calcare il palcoscenico, in libera uscita sia dal buio insondabile dell'aldilà esistenziale sia dalla luce insopportabile del qui e ora consumistico. E ad evocarlo è stato Enzo Moscato con il nuovo testo «Tà-kai-Tà», scritto nella fede o nella speranza «che sia possibile - soprattutto per le intelligenze superiori, quelle più vicine agli angeli o ai dèmoni - ripercorrere queste terrestri lande desolate, per donarci almeno il riflesso, l'eco, di una voce, che abbiamo amata, che ci è stata cara, e che, nella gioia e nella pena di un'inevitabile ferita, ci ha formati».
Il titolo - che (ovviamente in greco) significa «Questo e quello» - ripete il titolo del film che per Eduardo stava scrivendo Pasolini quando venne ammazzato. E allude, come spiega l'Eduardo evocato da Moscato, a «entrambe le cose, entrambe le creature che erano fuse in me: l'uomo e l'artista, il rigore e la bontà, la crudeltà e la compassione dovevano, in pellicola, rappresentarne il cuore». Siamo, dunque, di fronte a un ossimoro. A partire dal fatto che, commenta con amaro sarcasmo questo Eduardo redivivo, toccò definire Pasolini «un uomo molto buono» proprio a lui «che da tutti, più o meno, era considerato perfido, cattivo, 'na carogna, meschino ed egoista».
Ecco, allora, in che modo, secondo Moscato, Eduardo vuole che si traduca in realtà la frase fatta che lo dice sempre vivo: «I' so' vivo, e l'unica condizione che pongo per continuare ad esserlo è il frammento, la di me-scomposizione. M'avit' 'a fa' l'autopsia, insomma, l'autopsia perpetua, si vulite ca 'stu cuorpo o l'anema - ca po' so' 'a stessa cosa - continuino a vibrarvi tra le mani, dint' 'e rrecchie, 'ncopp' 'a lengua, dint'a ll'uocchie, sott' o' naso... dint'a tutti i cinque sensi!».
In breve, «Tà-kai-Tà» è uno scambio fra specchi: Eduardo si riflette in Moscato e questi trova in Eduardo «la forza/urgenza di continuare a produrre e a "significare" vita nell'eterno gioco a rimpiattino colla verità/finzione della Scena». E di conseguenza, c'imbattiamo in una folla di doppi. Ci sono da un lato i Fantasmi e i Giovani Spiriti, che scandiscono un nutrito florilegio delle più note considerazioni sul teatro e delle più celebri battute di Eduardo, e dall'altro un E.1 e un E.2 che si rimandano, come palle da tennis, le «fantasie» di Moscato circa, per l'appunto, i più chiacchierati fra gli ossimori riguardanti la vita, «interiore ed esteriore», di Eduardo.
Che ne dite, per esempio, del giudizio espresso da E.2 su Eduardo Scarpetta: «Mio padre fu questo, e va detto chiaramente: un servitor del Nulla, un leggiadro e divertente terrorista d' 'o Vacante!»? E di quello espresso da E.1 su Titina e Peppino: «I miei due fratelli... / due angeli custodi... due caini... / due santi... due caimani... / due benedizioni... 'na coppia 'e tirapiedi!»? Un crescendo che giunge all'iperbole della definizione coniata dal personaggio della Devota Attrice, doppio adulto della figlia di Eduardo Luisella: «Turbolento, ma nel diaccio. / Carnoso, ma nello scheletrico. / Sensuale, ma nello sfìngico - / nel mùmmico, nel faraonico».
Tuttavia, proprio a Luisella Moscato dedica nella pagina conclusiva il suo testo: «Morì, ancora bambina, nell'ultimo scorcio degli anni '50. Quasi simbolo e metafora di quel breve vento di rinnovamento e speranze che carezzò Napoli dopo la seconda guerra mondiale». Un brivido di tenerezza. Che, a ribadire lo scambio fra specchi, si riflette nelle parole di rimpianto che a Luisella rivolge E.1: «E quant'anne tenisse, mò, bambina mia? Cinquanta... cinquantacinque... sissanta... quanti?».
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 1 settembre 2011)
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