«Perché finisce così presto il mio romanzo, perché finisce che non ho neppure ventotto anni, perché non hanno fatto un secondo capitolo? Forse avrei potuto persino invecchiare, forse sarei pure riuscita a uccidere tutti quanti i miei figli, forse avrei potuto giocare anch'io alla guerra».
Sono le parole, quasi un'epigrafe, che Rossella O'Hara pronuncia in «Twins», il primo dei cinque movimenti (gli altri s'intitolano «Atlanta», «Black», «Match» e «Tara») in cui si articola «Francamente me ne infischio», il progetto di Antonio Latella ispirato - su drammaturgia sua, di Linda Dalisi e di Federico Bellini - a «Via col vento» di Margaret Mitchell. I primi due movimenti, appunto «Twins» e «Atlanta», verranno presentati da giovedì a sabato prossimi al Teatro Dadà di Castelfranco Emilia, nell'ambito di VIE / Scena Contemporanea Festival. Ma sentiamo Latella.
- Annibale Ruccello, in «Napoli-Hollywood... un'ereditiera?», riscrisse «Washington Square» di Henry James alla luce di Petito e Scarpetta. Lei a chi ha pensato, nel riscrivere «Via col vento»?
«Ognuno dei cinque movimenti del progetto sarà connotato da un linguaggio diverso: si va dal pop a cadenze anglosassoni. Ma se proprio debbo indicare un "nume tutelare" dell'operazione nel suo insieme, potrei fare il nome di Sarah Kane, anche se non è un'autrice che mi appartiene».
- Mi par di capire - stando all'«epigrafe» di cui sopra e a questa dichiarazione - che la sua Rossella sarà un incrocio fra Medea e Lady Gaga. Un bell'ossimoro, insomma. Che ne dice?
«È proprio così. E infatti, nel secondo movimento, "Atlanta", comparirà un'attrice vestita esattamente come Lady Gaga. Ma, poi, l'ossimoro riguarda, insieme, sia la figura di Rossella O'Hara in sé, sia ciò che rappresenta rispetto agli Stati Uniti. Rossella non è una figura positiva, però è diventata un mito: costituisce, per noi, un'incarnazione del sogno americano e una sorta di concentrato delle varie tipologie di donna riscontrabili negli States, dalla signorina romantica persa nei balli dell'Ottocento alla manager in carriera. Non a caso, ad interpretarla saranno tre attrici: Caterina Carpio, Candida Nieri e Valentina Vacca. Ed ovviamente, attraverso la sottolineatura di queste varie tipologie di donna prenderà corpo - come ossimoro decisivo e definitivo - l'evoluzione degli Stati Uniti dal dominio dell'aristocrazia terriera alla crisi attuale del capitalismo».
- Il romanzo della Mitchell, al pari della sua trasposizione cinematografica diretta da Victor Fleming con Vivien Leigh e Clark Gable nei ruoli principali, assume come tema iniziale la divisione della nazione americana indotta dalla guerra di Secessione. Non è che, mettendo mano a questo progetto, lei ha tenuto presenti anche le velleità separatiste della Lega?
«Posso dire che il testo di Margaret Mitchell è uno dei più violenti e razzisti che abbia mai letto. A voler usare un eufemismo, con i negri non è assolutamente gentile. E certo, sono convinto che, in questo periodo storico del nostro Paese, c'è qualcuno che, se potesse, un romanzo del genere lo scriverebbe ben volentieri».
- In che rapporto sta questo progetto su «Via col vento» con «La notte poco prima della foresta» di Koltès, che ha aperto a Torino la rassegna «Prospettiva 150» voluta da Mario Martone, e con «Un tram che si chiama Desiderio» di Tennessee Williams, che sarà il suo prossimo spettacolo?
«Il rapporto è stabilito dal concetto dello "straniero", e più esattamente del "diverso": poiché si somigliano molto il personaggio monologante di Koltès, perennemente alla ricerca, per completarsi, del qualcosa che gli hanno strappato; Rossella O'Hara, che insegue tutta la vita il fantasma dell'amore per scoprire, alla fine, che in fondo ha amato solo se stessa; e, per concludere, Blanche Dubois, che è costretta a vivere un'alterazione mentale per giustificare, ad esempio, la sua attrazione per gli uomini assai più giovani di lei».
- Un'ultima domanda: a proposito del concetto che abbiamo appena esaminato, in che cosa è diversa, rispetto al sistema teatrale italiano, la sua compagnia, che si chiama «Stabile/Mobile»?
«Intanto va detto che questa compagnia è il frutto del lungo percorso che mi ha portato fino alla direzione artistica del Nuovo. E il suo nome allude a una stabilità dell'idea di ricerca non disgiunta dall'esigenza di avere un cervello agile e aperto».
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 17 ottobre 2011)
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