Attenzione ai titoli. Il primo viaggio di Servillo nella prosa e nella poesia nostrane, proposto in febbraio al Mercadante, s'intitolava semplicemente «Letture napoletane»; il secondo, proposto adesso al Diana, s'intitola molto più allusivamente «Toni Servillo legge Napoli». E la differenza indica che la strategia perseguita dall'interprete ha acquistato un'ulteriore ampiezza di scopi e una maggiore valenza «politica».
Infatti, nella circostanza Servillo aggiunge ai brani classici e canonici degli autori utilizzati nel primo viaggio (Di Giacomo, Eduardo De Filippo, Russo, Viviani, Borrelli e Moscato) quelli nuovi e inediti di Maurizio De Giovanni («'O viecchio sott' 'o ponte»), di Giuseppe Montesano («Sogno napoletano») e dello stesso Borrelli («Napule»). E il risultato è che lo sguardo gettato sulla fatidica Partenope, corroborato dal confronto fra il passato e il presente, si fa più acuto e penetrante.
Se ci pensate, qualcosa di simile (ed ecco la straordinaria intelligenza che presiede all'operazione di Servillo) fece Pirandello quando, nell'«Enrico IV», accostò il quadro della contessa Spina da giovane alla presenza in carne e ossa della sua somigliantissima figlia Frida. Un corto circuito temporale che qui si traduce, a sottolineare la salda coerenza interna dello spettacolo, nelle più che evidenti corrispondenze riscontrabili fra i testi di De Giovanni e Montesano e il poemetto digiacomiano «Lassammo fa' Dio...»; o, per chiudere il cerchio, tra lo sfogo apocalittico di Borrelli e la «Litoranea» di Moscato.
Non possono esserci dubbi, al riguardo. Il «Facitelo turna', pe' nu mumento, / 'o figlio mio faciteme abbraccia'» di De Giovanni richiama immediatamente il permesso di scendere in terra per allattare il suo bambino dato dal Padreterno alla Nanninella «'a pezzente» di Di Giacomo, la tavolata sul lungomare che immagina Montesano costituisce un perfetto equivalente di quella imbandita in Paradiso per i povericristi di Don Salvatore. E il mantra rabbioso di Borrelli sulla Napoli di sperma e colera non è parente stretto dell'invettiva barocca e degradata di Moscato?
Inutile, a questo punto, sprecare parole sulla sapienza con cui Servillo rende simili vertigini, piegando a un amplissimo ventaglio di registri stilistici ed espressivi una lingua napoletana che - dice Toni con le parole di Michele Sovente - continua a risplendere sebbene «furesta, scurnosa e annura».
Basta considerare la disinvoltura di Servillo nel passare, in «Lassammo fa' Dio...», dall'acceso naturalismo mimetico con cui riproduce il discorso dell'ubriaco alle cadenze simbolistiche, da Gustave Moreau o Arnold Böcklin, che distinguono l'invocazione: «Oi Suonno, Suonno!... / Suonno, ca te ne parte 'a ll'uriente / e nun t'abbence prencepe o rignante». Né di minore impatto, per fare un altro esempio, è il sussurro - spento ma indomito - che, come il basso continuo del Canone di Pachelbel, scava in «Fravecature» tutti il dolore, la fatica e, pure, la speranza e il coraggio della vita.
Però, alla replica pomeridiana a cui ho assistito (in sala anche Moscato) è accaduto qualcosa di più. Un grande attore, abituato a frequentare Molière e Marivaux, è riuscito a calarsi all'altezza di un pubblico «innocente», persino trascinandolo al karaoke nel bis di «'A livella» di Totò. E per qualche momento, allora, s'è inverata la definizione che del teatro mi diede una volta Strehler: «È lo stare dell'uomo con l'uomo».
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 18 novembre 2011)
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