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Il teatro visto da Enrico Fiore

 

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L'identità della Post-Avanguardia

Post n°498 pubblicato il 20 Novembre 2011 da arieleO
 

Stasera alle 20 si presenta allo Spazio Libero del Parco Margherita il libro «La Post-Avanguardia alla ricerca di un'identità. Toni Servillo e il Teatro Studio di Caserta nelle immagini di Fabio Donato dal 1978 al 1985», curato da Maria Savarese e pubblicato da Paparo Edizioni. Con la curatrice e gli stessi Donato e Servillo, ne parleranno il critico teatrale Enrico Fiore, il docente universitario Lorenzo Mango, il regista Vittorio Lucariello e Daniele Pitteri.

   Senz'alcun dubbio, il momento decisivo, nella storia della Post-Avanguardia, fu quello determinato da Beppe Bartolucci con la rassegna «Passaggio a Sud-Ovest» (sottotitolo: «Caldo/freddo, alle origini della tragedia»), che si svolse dal 22 al 24 giugno del 1979 a Caserta, in vari luoghi della città fra cui il parco della Reggia: una rassegna che mise insieme i più significativi fra gli artisti e i gruppi che appunto nell'ambito della Post-Avanguardia (la definizione, ovviamente, fu coniata dallo stesso Bartolucci) avevano cominciato a farsi conoscere.
   C'erano, fra gli altri, Toni Servillo con il Teatro Studio di Caserta, autori e interpreti di «Lotus Seven 2006»; Falso Movimento di Mario Martone, con un'azione intitolata emblematicamente «Theatre Functions Terminated»; Vittorio Lucariello di Spazio Libero, che in «Magic Record» si limitava alla pura funzione di speaker mentre autentici piloti professionisti s'impegnavano in una non meno autentica corsa di moto intorno al laghetto dei cigni; Giorgio Barberio Corsetti, che presentò con Ennio Fantastichini la performance altrettanto emblematicamente intitolata «Il ladro di Baghdad»; e, per chiudere con gli esempi, Benedetto Simonelli, che riassunse lo shakespeariano «Sogno di una notte di mezza estate» nel modo seguente: fece il suo ingresso antelucano, nel giardino abbandonato di fianco alla Reggia, in piedi sul tetto di una macchina lanciata a velocità folle e che d'improvviso si bloccò, scagliandolo a testa in giù nei pochi centimetri d'acqua di una fontana.
   In fatto di gesti estremi, del resto, Servillo non fu da meno. «Lotus Seven 2006» rispecchiava ancora una fase analitica della sua sperimentazione, con un'impostazione scenica marcatamente statica, quasi iconica. E in proposito ricordo benissimo il Toni fotografato da Fabio Donato mentre stava in piedi sotto una stella luminosa: cosa che scandalizzò non poco, per gli scoperti riferimenti alle Brigate Rosse. Fu poi con «Propaganda» - presentata nello stesso anno a Napoli, appunto allo Spazio Libero - che l'azione scenica del Teatro Studio divenne più dinamica. Toni «indossava» una chitarra elettrica, dimenandosi a dovere ma senza suonarla. Il principio era quello di Elvis Costello: «L'importante non è saper suonare la chitarra, l'importante è saperla portare bene al collo».
   Insomma, «Passaggio a Sud-Ovest» documentò una vera e propria trasmigrazione dei codici linguistici precedenti verso quella che poi Bartolucci avrebbe chiamato Nuova Spettacolarità. Si mise in discussione davvero tutto. E di conseguenza, Beppe chiese ai critici interventi «non paludati». Infatti, io, che avevo avuto l'incarico di parlare proprio del Teatro Studio, non ne parlai. Mentre leggevo da un libro, fui interrotto da Franco Carmelo Greco che, su mio incarico, consegnò a Bartolucci una lettera che avevo scritto a Toni e compagni.
   Ma noi - gli artisti e i critici che in perfetta simbiosi li affiancavano - non scherzavamo. Il passo che lessi, tratto da «La persuasione e la rettorica» di Michelstaedter, si riferiva al peso: «[…] sempre lo tiene un'ugual fame del più basso, e infinita gli resta pur sempre la volontà di scendere. Che se in un punto gli fosse finita, e in quel punto potesse possedere l'infinito scendere dell'infinito futuro, in quel punto esso non sarebbe più quello che è: un peso. La sua vita è questa mancanza della sua vita».
   Voglio dire che non ci si poteva fermare, non si poteva restare prigionieri di una forma. Il titolo dello spettacolo di Martone, «Theatre Functions Terminated», significava per l'appunto questo: tutti i codici del linguaggio si azzeravano ripartendo, proprio come accade nella discesa del peso di Michelstaedter.

                                              Enrico Fiore

(«Il Mattino», 20 novembre 2011)

 
 
 
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