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Il teatro visto da Enrico Fiore

 

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Il ritorno di Viviani "A Santa Lucia"

Post n°571 pubblicato il 19 Aprile 2012 da arieleO
 

Davvero Viviani è una miniera inesauribile, e custodisce anche gemme pressoché ignote: come la commedia «Santa Lucia nova», scritta fra il 1918 (in un atto) e il 1919 (in due atti) e mai più portata in scena dopo l'ultimo allestimento dell'autore, datato 1942. E non da poco, dunque, appare il merito di Geppy Gleijeses, che adesso la ripropone nel romano Teatro Quirino, da lui diretto, col titolo «A Santa Lucia» e assumendo il doppio ruolo di regista e coprotagonista.
   L'azione è ambientata nel Borgo Marinari, davanti al famoso ristorante Starita, e in via Chiatamone. Si contrappongono il mondo del popolo e quello di una piccola borghesia tarata, viziata e annoiata. E chiara e ferma, come sempre, risulta la presa di posizione di Viviani a favore dei proletari e degli emarginati. Alla mondana d'alto bordo Fanny, che vorrebbe portarselo a letto, il barcaiolo Jennariello replica: «I' nun pozzo ave' a che fa'  cu vuie... Nuie simmo 'e n'ata razza...». E a ribadire la distanza incolmabile che separa i loro mondi, aggiunge, nella meravigliosa lingua di Don Raffaele: «Io tengo 'e carne 'nzuvarate 'e mare».
   Da un lato la pelle di velluto, dall'altro quella che il sale ha reso, per l'appunto, rugosa come il sughero. Giustamente Gleijeses dice: «Le classi non sono permeabili e l'amore è un lieto fine che Viviani non si concede». E al riguardo mette in campo invenzioni di straordinaria pregnanza, quale il sangue che d'improvviso prende a sputare il viveur Bebé: lui, dopo essere caduto a terra, si pulisce la bocca nell'acqua che occupa il proscenio; ed ecco accoppiati, con assoluta icasticità, il realismo e il simbolo, sotto specie di un mare (la vita autentica) a cui solo per un momento Bebé può accostarsi.
   Ma, ovviamente, a Viviani la retorica e il patetico erano del tutto sconosciuti. E così, in funzione straniante, accoglie nel testo alcuni dei suoi più efficaci «numeri» di varietà, a cominciare da «La piuma» che nel novembre del 1913 aveva presentato al Varieté Maffei di Torino. Un espediente che Gleijeses sottolinea riprendendo, dall'atto unico «Piazza Ferrovia», il personaggio del «magnetizzatore», qui affidato, insieme con quello del Poeta Ciocca, a Lello Arena. E commenta Lello: «Non trovo alcuna differenza fra l'Arcangelo Gabriele della Smorfia e il "magnetizzatore" e Ciocca. È la forza di un linguaggio che travalica sia gli anni che i generi».
   Accanto a Lello Arena, che insinua nel buffonesco i brividi di una sconfitta malinconia, e a Geppy Gleijeses, che nei panni di Bebé e della Sonnambula offre un prezioso esempio di stilizzazione, vanno citati almeno il veterano vivianeo Gigi De Luca (Zi' Taniello), Daniele Russo (Jennariello e il Mendicante), Gino De Luca (Alberto) e Salvatore Cardone (il cantante). Ma tocca a una splendida Marianella Bargilli il compito di siglare definitivamente la separazione fra i due mondi in questione: la sua Fanny esibisce un fascino gelido che fa pensare, insieme, alla Lulu di Wedekind, alla Valentina di Crepax e alla Lola-Lola del Kabarett espressionistico. E la isola ancora di più, la regia di Gleijeses, coniando le parole conclusive che le rivolge Zi' Taniello: «Nuie simmo povera gente».
   Alla «prima» era presente anche Luciana, la figlia novantacinquenne di Viviani. Ancora emozionata, mormorava al termine: «Un tuffo al cuore, quando ho sentito le note della canzone di Carmenella, la fidanzata di Jennariello. Perché anch'io mi sono calata in quel personaggio, alla ripresa della commedia che mio padre varò nel '37. Avevo vent'anni, ed è stata la mia unica esperienza teatrale. Poi vennero la passione politica, la Resistenza e l'impegno come parlamentare».
   Adesso non resta che attendere questo spettacolo a Napoli.

                                               Enrico Fiore

(«Il Mattino», 19 aprile 2012)

 
 
 
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