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Il rimorso del Mato Grosso

Post n°365 pubblicato il 19 Novembre 2010 da arieleO
 

Come sappiamo, «Tristi tropici» è il diario dei viaggi che Claude Lévi-Strauss compì fra il '35 e il '38 nel Mato Grosso, presso le tribù in via d'estinzione dei Caduvei, dei Bororo, dei Nambikwara e dei Tupi Kawahib. E contiene, ad un tempo, la negazione radicale della presunta superiorità della civiltà occidentale, la sottolineatura del rimorso di quest'ultima per aver distrutto le culture aborigene e l'auspicata tensione verso un nuovo ordine sociale che nasca dalla globalità umana.
   Ma giova tener presente che l'etnologia si nutre, in Lévi-Strauss, di una teoria filosofica che mutua da Husserl e da Merleau-Ponty il concetto dell'atto percettivo come elemento che «fonda» l'esperienza, ciò che significa la differenza sostanziale tra il pensiero «selvaggio» e quello scientifico: il primo foriero di una conoscenza basata sul «sensibile» e il secondo volto, invece, a una conoscenza basata sull'«intellegibile».
   Ebbene, non esito ad osservare che «Tristi tropici» - lo spettacolo di Virgilio Sieni ispirato per l'appunto alla celebre opera di Lévi-Strauss e adesso in locandina al Mercadante - rispetto a tutto questo realizza un'operazione assolutamente ammirevole, in cui non sai se prevalga la capacità di analisi del testo originario, la poesia o la raffinatezza formale. Basterebbe considerare, in proposito, il rifiuto da parte di Sieni (sue le coreografie, le scene e le luci) della nettezza dei contorni, giusti quei corpi fantasmatici che sembrano fatti della stessa nebbia che invade anche la sala: è un'evanescenza che, naturalmente, rimanda al progressivo sparire dei popoli di cui sopra e che, peraltro, batte in breccia ogni narratività. I movimenti sono sempre frammentati, non più che la nostalgia per un Eden e un'unità perduti.
   Vedi, una per tutte, la sequenza del pavone che si riduce a una massa prima raggomitolata e poi serpentesca. È la transizione della bellezza verso l'altro da sé, della vita verso il nulla. E accade, così, che alle prede di caccia portate sulle spalle da quegli aborigeni (l'equilibrio fra l'uomo e la natura) subentrino alla fine due uccelli giganteschi stile Bread and Puppet (la possibilità di ritrovare quell'equilibrio soltanto in una dimensione onirica e mitologica).
   Aggiungo solo che bravissime, ovviamente, sono le interpreti: le danzatrici Simona Bertozzi, Michela Minguzzi, Ramona Caia, Elsa De Fanti (settant'anni) e la ragazza non vedente Dorina Meta. Intorno le musiche di Francesco Giomi. Pulsano d'elettronica, ma, pure, sanno d'alberi e cielo.

                                                      Enrico Fiore

(«Il Mattino». 19 novembre 2010)

 
 
 
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Data di creazione: 16/02/2008
 

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