Significano entrambi «parola», ma fra i termini greci «mythos» e «logos» c'è una differenza sostanziale: il primo (giusta la formulazione del sofista Gorgia) si riferisce al racconto orale e alla tragedia, l'uno e l'altra inclini ad accettare le incoerenze e a prescindere dalla verosimiglianza; il secondo, invece, si riferisce al discorso razionale, risultando inscritto - per dirla con Vernant - «in un tempo umano, opaco, fatto di presenti successivi e limitati».
Ebbene, Mimmo Borrelli - autore, regista e interprete de «La madre», l'atto unico che lo Stabile di Napoli presenta al San Ferdinando - tenta il triplo salto mortale senza rete del fondere le due dimensioni. Trasforma Medea nella cumana Maria Sibilla Ascione, che allatta i due figli col vino per vendicarsi del compagno che l'ha tradita, e assimila Giasone al Sandokan dei Casalesi. Ma il risultato è che il linguaggio della tragedia e quello della cronaca restano - come prevedibile - inesorabilmente separati.
Nel merito, Borrelli avrebbe dovuto pensare a quel Viviani del quale, dopo aver vinto nel 2005 il Premio Riccione, mi dichiarò (come vogliamo dire, imprudentemente?) di considerarsi un erede. Viviani, che era un genio, si apparentò per l'appunto alla tragedia greca, ma ricalcandone non la superficie narrativa, bensì la natura profonda di rituale: a partire dalla costante assunzione della vittima sacrificale. E di conseguenza, sul piano del linguaggio dissolse il dato realistico o nel canto di non comunicazione verbale (vedi «Canzone 'e sott' 'o carcere») o, giusto, nel misterico atteggiarsi da sacerdoti (vedi «'E piscature»).
Qui, al contrario, appare tutto molto strillato e ovvio: dal sottotitolo «'I figlie so' piezze 'i sfaccimma» (scandalizziamo il borghese!) alla scena-fossa (denunciamo i rifiuti tossici!). E gl'interpreti si adeguano, in testa Milvia Marigliano (Medea/Maria) e lo stesso Borrelli (Giasone/Sandokan). E sì, lo Stabile di Napoli è «stabile» anche in questo: appena tre anni fa Valeria Parrella, membro del suo comitato artistico, presentò al Mercadante una versione dell'«Orestea» in cui Agamennone era un boss latitante e Clitemnestra la sua donna.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 26 novembre 2010)
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