Ecco uno spettacolo - «In viaggio con Aurora», presentato da Erri De Luca al Bellini - che conta poco o nulla per come è fatto ma moltissimo per quello che dice. In scena lo scrittore, sua nipote, l'attore di scuola yiddish Olek Mincer e la violinista Micaela Zanotti. E per l'appunto a beneficio della men che ventenne Aurora, troppo giovane per averle conosciute direttamente, Erri De Luca riattraversa le vicende capitali del Novecento, tuttavia (ed è questo il primo merito dell'allestimento) senza mai cedere al ricatto o al miele della nostalgia.
In sintesi, due cose rendono questo spettacolo importante, il coraggio e l'orgoglio: il coraggio di pronunciare le parole che nessuno più pronuncia e l'orgoglio di aver partecipato agli eventi che quelle parole incarnarono. Ovviamente, il punto di partenza è Napoli, con alcune delle sue celebri canzoni a sottolineare (vedi «Lacreme napulitane» in rapporto all'emigrazione) i temi posti sul tappeto. Ma il nucleo centrale e decisivo del discorso di De Luca, che è stato militante di Lotta Continua, risiede nell'affermazione cacciata come una lama affilatissima nell'adipe delle rimozioni, dei revisionismi e delle vigliaccherie che oggi ci avvelenano: «Negli anni Settanta l'Italia era una democrazia provvisoria assediata dai fascismi. E se non divenne a sua volta un fascismo è perché aveva il più forte Partito Comunista dell'Occidente e il più forte movimento rivoluzionario di sinistra».
Scatta l'applauso a scena aperta, su queste parole. Ed Erri, messa da parte la chitarra, prende a rendere omaggio a tutti i rivoluzionari-simbolo del cosiddetto «secolo breve»: da quello radicato nella leggenda, Che Guevara, a quelli più oscuri o meno carismatici come Giordana Masi e Carlo Giuliani. E poi l'omaggio parallelo all'indomabilità della poesia, attraverso il ricordo di Izet Sarajlic che al lume di candela, sotto le bombe che torturavano Sarajevo, continuò fino all'ultimo a scrivere versi d'amore.
Poiché accenna a quell'epopea, De Luca, mi viene in mente l'appello di «Noi siamo qui», il canto dei partigiani del ghetto di Varsavia: «Non dire mai che hai percorso l'ultimo cammino».
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 30 novembre 2010)
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