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Il teatro visto da Enrico Fiore

 

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Un "Week-end" di paranoia

Post n°730 pubblicato il 19 Ottobre 2013 da arieleO
 

Questa Ida - la Ida che compare nell'allestimento di «Week-end» di Annibale Ruccello presentato nel Teatro della Cometa di Roma e che sarà al Don Bosco di Caserta sabato 26 - da un lato divora con esibita ingordigia le fette di prosciutto che si lascia cadere in bocca e dall'altro ascolta, con maniacale costanza, raffinatissime canzoni francesi. E basterebbe una simile invenzione a dimostrare come la regia di Luca De Bei centri direttamente, e sul filo di un'eclatante plasticità, il cuore profondo del testo.
   Giova riandare alle decisive dichiarazioni che Ruccello rilasciò nel ciclostilato distribuito a mo' di programma di sala in occasione del debutto di «Week-end» nel gennaio dell'86: «"Week-end" è una storia di depistamenti. Ciò che avviene in scena, ciò che viene detto è irrilevante di fronte a ciò che non viene detto, di fronte a ciò che avviene fuori scena»; e ancora: «"Week-end" è un tentativo, un esperimento sulla paranoia potenziale degli spettatori. Dovrebbe indurre al sospetto, al presumere, all'indagare».
   Infatti, il personaggio protagonista - appunto Ida, una zitella zoppa venuta a Roma da un paesino del Sud e che, per arrotondare il magro stipendio di professoressa di lingue, s'industria a dare ripetizioni d'italiano - ha due facce: quella, insignificante, disegnata sul grigio tessuto di abitudini quotidiane diventate ormai «proverbiali» e quella, inquietante, di una virago assatanata che, a metà fra la Cianciulli e la Bette Davis di «Che fine ha fatto Baby Jane?», assassina (forse) i suoi giovani e occasionali amanti, l'idraulico Narciso e lo studente Marco. E davvero non ha senso chiedersi se dobbiamo credere alla prima o alla seconda Ida.
   Bisogna credere a tutte e due insieme. Perché Ida rappresenta uno dei più emblematici fra i personaggi di Ruccello, che lui stesso definì «figure deportate»: deportate, è ovvio, dalla loro cultura originaria e autentica; e, di conseguenza, private dell'identità. Si tratta, quindi, di personaggi prigionieri di una solitudine immedicabile, ai quali vengono offerte le sole vie di fuga del delirio e del rifugiarsi, come in una corazza protettiva, giusto nel recupero sia pur provvisorio della propria appartenenza culturale (vedi la favola della «signora co lo zampone», una favola-incubo ad alta e lucidissima stratificazione linguistica che, non a caso, Ida prende a raccontare quando le si affaccia alla mente il terrore che siano stati scoperti i suoi maneggi).
   Ebbene, De Bei illustra un simile quadro praticando in pari tempo un realismo che (a partire dall'insistere sulle cadenze dialettali dei personaggi) si nega per accumulo e (consideriamo quella Ida che accarezza la borsa degli attrezzi di Narciso come se fosse il corpo di lui) la rarefazione simbolica. E al centro di tutto, poi, si colloca - proprio come un ragno al centro della sua tela, tanto crudele quanto innocente - la straordinaria Ida di Margherita Di Rauso.
   Sì, sono bravi anche Giulio Forges Davanzati (Narciso) e Brenno Placido (Marco). Ma lei, Margherita, è una cosa assolutamente diversa. Torna e ritorna, in funzione di leitmotiv dello spettacolo, «Que reste-t-il de nos amours?». E Margherita, sospesa tra melodramma e strazio, dona carne e sangue alle sue parole. E così le sentiamo nostre, con l'illusione di sempre che - nei minimi interstizi fra l'una e l'altra di quelle, come nei sussulti della coscienza fra l'uno e l'altro giorno - possa per ipotesi accamparsi la vita. Già. «Questa sera c'è una canzone d'autunno nella casa che rabbrividisce».

                                              Enrico Fiore

 
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