Creato da EvaAmaGiocare il 31/10/2006

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Post N° 15

Post n°15 pubblicato il 20 Dicembre 2006 da EvaAmaGiocare

E’ SOLO MIO, IL GRIDARTI “VATTENE!”, QUANDO DENTRO SCOPPIA UN “RESTA...” PIENO DI DOLORE E SPERANZA

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(foto di Angelicatas  - Titolo: Not enough time)

Non l’avevo proprio programmato. Ma eccomi qui, a camminare fra i vicoli sgangherati, insulsi e maleodoranti di questo paese del cazzo, senza arte, né parte, mentre zaffate di odori di fritto e di spezie mal mescolate, sovrapposti al puzzo di fogna, mi sconquassano le narici. A fare lo slalom tra l’immondizia e gli occhi degli ubriachi senza casa e senza famiglia, che ondeggiano con la sigaretta accesa fuori dai bar.

Sto ripensando alla nostra ultima discussione, una delle tante. E me la ripeto, mentalmente, parola per parola.
“Lo sai bene, non è come dici. Ci siamo raccontati un sacco di storie ed io c’ho sempre creduto. Ora, però, ho capito: niente è mai stato come mi hai detto e ripetuto. Nemmeno quello che giuravi di sentire e provare, corrisponde a realtà. E anche oggi ti sono stata inutilmente ad ascoltare. Come sempre, ho lasciato che mi raccontassi tutte le tue verità mutevoli, tutte le tue ragioni contraddittorie, col tuo modo divertente di raccontarle, pervicace nel voler assolutamente credere a tutto quello che dici. Tu, con il tuo strano senso di giustizia a fisarmonica, impeccabile nella sua mutevolezza incomprensibile. Tu, con la tua capacità di memorizzare ogni singolo torto subito, dimenticando invece tutti i danni compiuti. Ed io, qui, stanca di tutto questo, perché non riesco nemmeno più a sorridere.”.

Immersa nei pensieri, ho imboccato il vicolo più afoso e puzzolente. E, finalmente, intorno a me non c’è nessuno e niente, se non il rumore dei miei tacchi sull’asfalto rovente e lo stridìo monotono e fastidioso delle cicale in amore. Pare tutto surreale, tanto quanto lo sfumare della baldanza tipica del mio usuale cliché.
Mentre cammino, in pieno contrasto col caldo esterno, sento a tratti il sangue raggelarsi. Mi prende un’agitazione crescente, che mi sembra di riconoscere come paura.
I miei passi si affrettano. E, nello svoltare l’angolo ormai di corsa, mi volto verso il vicolo, come per allontanare questa stranissima sensazione d’essere seguita.

-“Ehi, mi scusi... mi può indicare la strada per il Porto? Credo di essermi perso...”.

Mi giro in avanti. E ti vedo.

Ti conosco.
Ti conosco e ti ho sempre conosciuto.
E’ solo tua quella smorfia di disagio quando devi chiedere un’informazione per strada; sono solo tue quell’abbronzatura perfetta dopo il tuo abituale mese e mezzo di vacanze estive, quella camicia distrattamente sbottonata e quella pelle diafana, leggermente velata di sudore buono.
Io ti conosco forse più di te. E mi fa tenerezza, ora, vederti per la prima volta dopo allora.

Tu, sorridi.
Tu, mi conosci.
Mi conosci e mi hai sempre conosciuta.
E’ solo mio, il gridarti “Vattene!”, quando dentro scoppia un “Resta...” pieno di dolore e speranza. Sono solo mie l’impulsività e la capacità d’averti amato incondizionatamente, oltre ogni limite, per un tempo che non sai nemmeno ricordare.

Mi viene spontaneo guardare al tuo fianco. Non c’è nessuno...
E cento domande mi girano in testa. Perché sei solo? Non è da te, fare delle vacanze da solo. Mi avevano detto che avevi una compagna. O forse due. Perché sei solo, quindi?

-“Cerco anch’io il Porto. E m’ero persa nel vicolo più schifoso di tutto il paese! Se vuoi, ti accompagno.”.

Sempre così, tra noi: niente preamboli, niente introduzioni, mai saluti. Come fosse normale incontrarsi a mille chilometri da casa, dopo inquantificabili giorni e mesi, senza accordi, né appuntamenti, né programmi. E senza schemi preordinati.

Camminiamo.
Ci sono io, ora, al tuo fianco. Allo stesso modo in cui siamo stati per tanto affiancati, in mille passioni, azzardi di vento e monsoni possenti.

-“Ho sete...”

-“Ho fame...”

Sarà che con te è sempre stato semplice tutto... sarà che i nostri desideri decidevano per noi, nello stesso preciso momento... sarà che non c’è mai stato bisogno di spiegazioni... sarà stato anche quel bicchiere di troppo, forse, che c’è sempre piaciuto bere in ogni occasione... ma le gambe mi reggono poco. Ed il mio ondivago ed altalenante senso dell’orientamento non ci sta portando nella direzione giusta.

Sarà, forse.
Ma questa può essere, invece, la direzione che ho sempre desiderato. Proprio questa strada e questo momento, mentre mi infili in questo vicolo cieco. Mentre le tue mani mi afferrano gli avambracci. Mentre le bocche si uniscono in silenzio, a voler gridare la fine d’una straziante assenza che passa. Mentre le mie dita ti accarezzano le guance e le tue labbra indugiano appena sopra al solco dei miei seni.

Sarà che il mio desiderio di te cresce ad ogni centimetro che sfiori. Sarà che conosci ogni mia vibrazione.
Sarà che ho voglia di te... ed ho voglia finalmente di fare ancora l’amore, come da tempo non mi capitava.
Sarà che sei dentro di me.... e sono dentro di te, da inquantificabili anni.

Sarà, forse.
Ma in questo piccolissimo vicolo, perso nei meandri d’un paese del cazzo, non si fermano più i nostri corpi, che danzano senza sosta, pelle su pelle. Non si fermano le mani, che si cercano e si accompagnano, complici ed affamate, alla scoperta delle voglie e dei piaceri di ciascuno.
E non si ferma la tensione dei tuoi muscoli, che mi fanno fremere la schiena, che mi sollevano le natiche, schiacciano il seno sul tuo petto.

Ed i brividi diventano sempre più intensi. Ed i respiri diventano sempre più rochi e sempre più veloci.

Ti guardo, mentre sorridi per la tua camicia stropicciata e sbottonata, ti sistemi i jeans e mi guardi toccarmi tra le cosce, dopo che t’ho urlato in silenzio l’orgasmo che m’invadeva il corpo e faceva strada al tuo. E mentre sento il tuo calore colarmi tra le dita, il nodo in gola si stringe di più.

Vorrei dirti “Resta...”. Ed invece dico “Vai”, con un filo di voce che vibra di dolore senza speranza. Perché è sempre così, che finisce tra noi. Immancabilmente sempre così.

Guardo la tua nave allontanarsi. E mi rimprovero di non averti salutato, di non averti abbracciato, di non averti trattenuto. Di non averti di nuovo più.

E chissà se stavolta sei un po’ commosso. Chissà se hai dovuto mettere le mani in tasca per cercare un fazzoletto ed hai trovato, invece, le mie mutandine. Chissà.

Così, ora, me ne vado. Libera più di prima, in compagnia della mia gonna madida e svolazzante.
Senza di lui, senza di te.
Senza nessuno, ma con me stessa. Tra i vicoli sgangherati d’un paese del cazzo dove ho ancora fatto l’amore. 

 
 
 

DALL'ALTRA PARTE DELLA BARRICATA

Post n°13 pubblicato il 13 Dicembre 2006 da EvaAmaGiocare

immagine(foto di Francesco Cipolla)

Non ho un marito e neppure un compagno. Li ho avuti entrambi, nel tempo. Ma da un bel po’ ne faccio a meno.

Non invidio le donne impegnate e non ho mai cercato di rubare un uomo a qualcun’altra. Non l’ho mai fatto fino a pochi giorni fa.

Ho sempre chiamato “barricata” quella invisibile linea di confine che separa quelle come me (per com’ero) da quelle che non fanno alcun caso allo stato civile di un uomo e che ne “scartano” uno dopo l’altro, tra una scrollata di spalle, una risata ed una bevuta a tarda notte. 

Forse è nell’animo delle persone, nella loro natura, nelle loro aspirazioni legittime, sentire la necessità (prima o poi) di provare il gusto della “rivincita”. E, soprattutto, individuare nelle situazioni più strane, o impensate, le possibili rivincite che devono, necessariamente, essere vissute. Così, almeno, è capitato a me, pochi giorni fa, appunto.

Ho una relazione con Giuliano, un uomo che ha già una compagna da più di qualche anno.

Non mi sento in colpa. Dormo tranquillamente tutte le notti. Non mi guardo in giro preoccupata, mentre cammino in centro. Non vado dall'analista. E, sinceramente, mai avrei pensato che potesse essere così divertente trovarsi dalla parte opposta della “barricata”.

Ho la mia personale tranquillizzante teoria su quello che mi sta accadendo.

Innanzitutto, io non sono quella che condivide il suo letto. Sono quella che, dopo aver scopato, lo può rispedire a casa, senza tanti preamboli. O che si può alzare, rivestire e girare i tacchi, senza alcuna giustificazione.

A pensarci bene, poi, sono io quella che lui più desidera, quando un’altra condivide, o forse solamente divide, il suo letto. Sono io quella a cui lui riserva il maggior divertimento ed i giochi che con la compagna non ha il coraggio di fare. Sono io, quella a cui scrive poesie, a cui manda fiori, a cui dedica parole d’amore.

Sono io la donna che rappresenta la passione ed il proibito. L’irraggiungibile a portata di mano. L’erezione immediata. L’orgasmo pieno, caldo, furioso, nuovo e rinnovato.

E, infine... io sono quella da cui lui non può pretendere nulla, perché lui stesso, a me, nulla può dare.

Con me, niente discussioni. Niente litigi. Solo divertimento, senza seghe mentali, che io posso rimandare, quando voglio e mi va. Con me, sesso, rubato alle pause pranzo. Erotismo spinto fino alle soglie della perversione. Giochi di mani a distanza. Masturbazione condivisa, esibita, esaltata. Scopate in piedi, fatte solo di esplosioni e di tempi rapidissimi.


E’ già la sua terza telefonata, stasera. Ed è già il mio terzo: “Che peccato, non posso...”.

Un non posso che lui non può sapere; che può nascondere chissà cos’altro e che diventa una tortura per chi, una volta a casa, è costretto a spegnere il cellulare, magari con un’inquietudine tra le cosce che lo imbarazza e lo rende intrattabile.

Un non posso che, stavolta, effettivamente nasconde altro.

Ho un appuntamento con un altro uomo: Mirko, che appartiene al mio passato, ma che non è mai passato. Mi ha appena citofonato, quando è arrivata la terza telefonata di Giuliano, che ho chiuso rapida.

Rispondo al citofono: “Ma ciao! Sono pronta, scendo tra due minuti!” Sono sempre io a scendere. E’ difficile che faccia salire qualcuno in casa. Difficile, ma non impossibile.

Mirko è davanti al portone di casa, con un cappotto scuro. Non me lo ricordavo così bello. Ci salutiamo sfiorandoci appena le guance. Il suo odore evoca centinaia di ricordi. Mi dice che sono bellissima e mi appoggia la mano sul fianco per accompagnarmi alla macchina. Con la coda dell’occhio vedo l’auto di Giuliano, ferma nel parcheggio, seminascosta dietro al furgoncino del negozio di abbigliamento.

Salgo in auto con Mirko facendo finta di niente. Si va al nostro solito ristorantino in collina, con una carta vini da sballo. Dallo specchietto mi accorgo che Giuliano ci segue. 

Sono certa che Mirko se lo ricorda: io non portavo mai mutandine quando avevo un appuntamento con lui.

Mentre lui guida, gli prendo la mano - quella mano di cui conosco ogni solco a memoria - e la guido sotto la mia gonna. Non stacca gli occhi dalla strada, non fa una piega. Ma, come sempre, riconosco quel lampo familiare nello sguardo. E quella microscopica fossetta da baciare che appare al lato destro della bocca. Lui guida, io mi sposto solo un po’ in avanti col bacino ed allargo leggermente le gambe. La gonna si solleva appena, ritmicamente.

Va da sola, ora, la sua mano; conosce bene la strada; ama, quella strada. E lo si sente.

Mi sento modellare le pieghe del mio sesso una per una, centimetro per centimetro, mentre la macchina prosegue tra le curve, imboccando l’inizio della salita. Primo tornante, curva a destra, doppia curva a sinistra. Ed ogni movimento mi aiuta ad avvicinarmi al piacere.

Le mie gambe si chiudono e s’allargano, trattenendolo e poi lasciandolo andare. La sua mano continua, sicura, insinuandosi nel mio inguine ed aprendomi le cosce, a dispetto della mia forza. E scivolandomi dentro.

Apro la camicia e permetto al mio seno d’essere libero. 

Mirko si gira solo per un attimo, a guardarmi. Accostando a destra, ferma l’auto, appena fuori dal ciglio della strada. Slaccia la cintura, la riporta con calma vicino alla portiera.

Esce dall’auto, viene dalla mia parte e mi apre lo sportello, trascinandomi fuori.

La gonna è sollevata fino ai fianchi. I seni sono all’aria ed i capezzoli eretti sfidano il vento. E’ freddo, ma non lo sento.

Mi appoggia alla portiera. Sento le sue mani che gli slacciano i jeans. E poi lo sento dentro, che affonda caldo fino in fondo. Che mi scuote e mi spalanca, colmo fino all’orlo.

Chissà se anche Giuliano si è fermato un po’ più avanti. Chissà se era la sua macchina, quella che è appena passata. Chissà se sta guardando, ora che Mirko mi sta godendo dentro ed io su di lui, appoggiata al freddo metallo di una portiera. Chissà se sta ascoltando, ora che i gemiti di piacere coprono ogni altro rumore e sono assordanti.

Ora mi sento porca, come piace a me. Ora finalmente sono io, la barricata. E non smetto più, perché mi è venuta fame.

 

 
 
 

PECCATO, PER LE TUE MANI...

Post n°11 pubblicato il 21 Novembre 2006 da EvaAmaGiocare

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(Foto di Paul Banner)

Quand’ero piccola, rimanevo ore ed ore a guardarti girare e rigirare il pennello tra le dita, mentre maneggiavi assorto e tutto compìto colori, diluenti, cavalletti, luci, sfondi e tele. Montanari, “el pintor des toros”: ti facevi chiamare così, tu, che non sapevi una sola parola di spagnolo e che della Spagna e la corrida conoscevi a malapena le immagini trasmesse in televisione col bianco e nero. O forse nemmeno quelle.

Ti scopavi mia madre, all’epoca, fingendo di volerle insegnare la manipolazione del colore, gli acrilici, gli olii ed il tromphe d’oeil, a spese di mio padre. Io restavo con voi, in laboratorio, solo all’inizio, tanto per farvi da alibi. Mio padre, cornuto e mazziato, non solo pagava il corso, ma ti comperava pure almeno un quadro al mese. E poi lo appiccicava in qualche parte della casa, dedicandoci quasi un’intera mattinata d’un sabato a turno, per prendere le misure ed attaccare i chiodi. 

Io e mia madre si arrivava da te nel primo pomeriggio. A me veniva concesso giusto il tempo di guardarti maneggiare, sapiente ed assorto, polveri colorate e diluenti. Ti sentivo per un attimo riempirti la bocca di parole francesi, biascicate di cabernet appena sboccato, mentre mia madre ti guardava già in estasi, infagottata nella sua sciarpona di lana, ad occhi spalancati, come una tinca. Poi mi cacciavate in mansarda, a colorare per conto mio i tuoi vecchi chiaroscuri a carboncino. E mentre io riempivo spazi bianchi tra segni neri, tu riempivi mia madre, cavalcandola senza tanto riguardo tra barattoli che rotolavano in giro e cavalletti che rovinavano a terra, trascinando sul pavimento tele a metà, bicchieri e bottiglie appoggiate male ed in fretta. 

Le tue dita erano corte e grosse, con le unghie sempre impiastricciate di qualche colore diverso. Avevi mani forti, un po’ callose al vertice del palmo. Ma erano mani sicure, decise, calde. Che non si fermavano mai e che dipingevano, anche quando parlavi. Erano nei tuoi gesti quotidiani, i tuoi quadri ed i tuoi tori. Erano nei tuoi saluti, i tuoi matador e le loro spade nascoste. Erano nelle tue bevute, i tuoi picadores, i loro cavalli bardati e le ferite grondanti allargate dalle picche lanciate con forza e senza pietà. Erano nelle tue mani a coprirti gli occhi, le cadute sulla sabbia e gli ultimi respiri dell’agonia del morente.

Che ridicoli, voi grandi, che credete di giocare ed invece vi ritrovate giocati! Che patetici siete, quando credete di poter ingannare una bambina ed un padre, un marito, un uomo ferito, credendo di poter farla franca sempre!

Mio padre vi beccò un martedì pomeriggio, con gli inguini nudi che vi facevate ritmare addosso con foga, senza alcuna vergogna, né remora, mentre io coloravo in soffitta. Ricordo che vi prese a calci entrambi, che ruppe un bel po’ di cose del laboratorio e poi mi riportò a casa, tenendomi per un braccio. Mamma non si rivide nei paraggi per almeno due mesi. E quando tornò, papà non le fece nemmeno varcare il portoncino d’ingresso. Io me ne dovetti andare dopo meno di un anno. Perché ero stata complice, ovviamente.

Ora ho vent’anni e tu sei un morto di fame, povero Montanari. Ti sei rimbambito del tutto a forza di bevute e sniffate di diluente. Tanto da non riconoscermi nemmeno. E vivi sempre in quel laboratorio, che ti fa da cucina, camera da letto, bagno e soggiorno. Io ho un appuntamento per un ritratto, alle quattro.

Entro. Saluto. Vado decisa verso il fondo della stanza. E mi spoglio, togliendomi tutto. Tu resti lì, impalato, a bocca aperta.
Mi stendo sul tappeto e ti chiedo di dipingermi. Tu prendi una tela. “No, che fai? Ti ho detto di dipingermi. Devi dipingere me, Prendi il rosso.”.
Ti avvicini con colore e pennello. Hai il respiro pesante, affannato, la bocca quasi spalancata. Io apro le gambe, schiudendo del tutto il mio sesso. “Bagnalo qui. E poi dipingimi.”.
Tu esegui. Ti pieghi sulle gambe e ti chini, con quell’odore di vino acetoso che dà il voltastomaco. Bagni il pennello, affondandolo tra le mie cosce, lo intingi poi nel colore ed infine segni le mie forme, con grande attenzione. E poi bagni di nuovo, intingi e dipingi. E di nuovo. E di nuovo. 

Mi metto a sedere. Apro i tuoi pantaloni, ti scosto le mutande in cotone ed affondo la bocca aperta. Ti sento gemere, mugugnare, respirare sempre più a fatica. Sento che la tua erezione è al culmine.

Mi alzo. Mi vesto. Ti guardo, col sesso eretto bagnato di saliva, le vene gonfie, il glande lucido.
“Fammi un ritratto, ora. Succhia il pennello e dipingimi il profilo sulla tela. Col tuo seme, poi, colora i miei capelli. Io vado. Fa’ un bel lavoro, mando domani mia madre, a ritirarlo. Ciao, pintor des toros.”.

Mi avvio verso la porta.
Ti
sento cadere a terra dopo pochi passi. Infarto, col cazzo duro. Che fine ingrata. Peccato per le tue mani e per mia madre. Peccato davvero...

 

 
 
 

LO SAI CHE SUCCEDE?

Post n°10 pubblicato il 17 Novembre 2006 da EvaAmaGiocare

immagine(Foto di Paul Banner)

Lo sai che succede se, distesa sulla sabbia a prendere il sole, stringo forte le gambe?
Sì che lo sai... succede che lo slip s’accartoccia un po’ al centro e si solleva...

 

So che sei dietro di me, a meno di due metri, disteso sul telo.
So che ti chiami Luca, o Gianluca. Che abiti proprio di fronte al mio palazzo, che hai cinque o sei anni meno di me e che ti fai le seghe quasi ogni sera sul piccolo bagno che dà verso la strada. Dovresti spegnere la luce, mentre lo fai, no? Oppure spostarti dall’altra parte della stanza, almeno. Oppure... oppure ti metti proprio tra la lampadina e la finestra apposta? No... non lo faresti. Non lo faresti, no, tu. Sei solo un pulcino, in fin dei conti. Un piccolo ed indifeso pulcino.

 

So che sei partito con la tua moto da sbarbo per andare al mare, oggi. E so che t’ho seguito. Ho parcheggiato a venti metri da te. Mi sono presa l’aperitivo al chioschetto d’ingresso e mi sono stesa proprio di fronte a te, in modo che tu possa vedermi benissimo.

 

Mi sono tolta la maglietta e le bermuda corte. Ho steso il telo e mi ci sono accomodata sopra, supina. Ho sollevato pian piano il reggiseno, per appoggiarlo vicino alla borsa. Ho steso due veli di crema, passando con cura le dita sulle areole e sulla punta dei capezzoli, fino a farli inturgidire. E poi mi sono stesa, iniziando a stringere forte le gambe.

 

So che i tuoi occhi sono lì, fissi. Che seguono ogni mia contrazione di cosce. Che sbirciano, spiano, indagano, per spingersi fin dove è possibile. Dal monte di venere al pube. E poi più giù, sempre più giù. E dentro, sempre più dentro. 

So che le tue dita fremono. E vorrebbero sollevare la stoffa, per lasciarmi scoprire del tutto. Che vorresti guardare davvero quello che accende il tuo inguine e fa accelerare ancora il tuo battito. Che vorresti non avere pause e non avere tormenti. Che vorresti non doverti spostare più, per infilare gli occhi nei pertugi nascosti.

 

Stringendo le gambe, oscillo il bacino, a destra e a sinistra, con calma. La stoffa si solleva di più. Il mio inguine si offre lascivo, glabro, in tempi sempre più lunghi.

 

So che sussulti. Che sei arrossito per ciò che ti s’ingrossa sotto al costume. Che stai stringendo anche tu, senza farti vedere, le gambe, per sentirti la pelle d’oca percorrere l’addome e sparpagliarsi sulla schiena, salendo verso le spalle.

 

Mi eccita, il movimento sotto al tuo sguardo. Oscillo di più. E sento il clitoride prendere forza. Diventare prepotente e farsi largo, verso l’esterno. Sento gli umori sfiorarmi le labbra e colare, lenti e leziosi, verso il basso. Sento il calore farsi vampate; le vampate farsi contrazioni, sempre più forti. Ed i miei capezzoli sfidano il cielo, irridenti e vivi, mentre il mio sesso inizia a pulsare.

 

So che ti senti il respiro pesante. Che non riesci a nascondere la voglia che cresce. Che vorresti stringere il pugno sotto al costume e scuoterti, fino a soffocare i gemiti. Per poter trovare pace.

 

Mi alzo. Gli umori mi colano a fiotti leggeri, ma densi. Prendo il reggiseno, lo lancio verso di te, fingendo di volerti colpire. “Ciao, Luca!” ti grido. E me ne vado a fare il bagno. Chissà se avrai il coraggio di alzarti e raggiungermi subito...

 

 
 
 

GIOCO CON PIETRO. E GIOCO DA SOLA

Post n°9 pubblicato il 15 Novembre 2006 da EvaAmaGiocare

immagine(foto di Gabriele Rigon)

Il camioncino di Pietro era azzurro, prima che la ruggine ne cambiasse il colore quasi del tutto. Scassato e perennemente fumante, anche da fermo, aveva i sedili marrone scuro, plastificati con le cuciture a rilievo. E l’aria fresca era condizionata al fatto che si aprissero del tutto entrambi i finestrini. La nicotina aveva impregnato ogni centimetro dell’abitacolo ed il contenuto del posacenere traboccava sul pavimento ad ogni scossone. L’autoradio era fissa su una stazione di musica italiana e le canzoni gracchiavano, per lo più incomprensibilmente, dall’unica cassa ancora funzionante, sul retro.

 

Pietro aveva almeno sessant’anni e faceva il muratore. Aveva le mani, da muratore. E la faccia, le braccia, le gambe, i vestiti, da muratore. Persino l’alito era quello di un muratore. E passava tutti i giorni, prima dell’una, sulla strada che dalla scuola va verso casa mia, col cassone pieno d’attrezzi, la camicia a quadrettoni aperta sul petto e la sigaretta penzolante dal lato sinistro della bocca.

 

Io ero all’ultimo anno di liceo. Era Aprile e faceva caldo, tanto caldo. Ed incrociavo sempre il camioncino cigolante e fumante, che mi superava ogni volta all’altezza della prima curva ed oltrepassava casa mia dopo cinque o sei minuti. A me piaceva camminare. A lui suonare il clacson e salutarmi con il braccio sollevato fuori dal finestrino, prima di scomparire dietro alla curva.

 

La prima volta gli chiesi un passaggio perché avevo scassato le Superga, giocando a pallavolo al mattino. Lui si fermò, mi fece salire, mi salutò con la cicca penzolante e mi portò a casa, semplicemente. Era un uomo come gli altri, anche lui. Guidava e sbirciava nella mia scollatura. Spostava distrattamente il pacchetto di sigarette e nel frattempo spalmava gli occhi sulle mie gambe, finché la gonna concedeva spazio. Ma era dolce, tanto dolce, mentre lo faceva.

 

Il giorno dopo non ero stanca ed avevo le scarpe nuove. Lo fermai lo stesso e salii. Solito saluto e solita partenza a scossoni. Col finestrino aperto l’aria si infilava dentro alla manica corta. Piegai il braccio e sporsi il gomito fuori, così da regalargli generose sbirciate sui miei capezzoli. Lui non nascose nemmeno un po’ il piacere di guardare. Ed io gli lesinai pochissimo, durante il viaggio fino a casa.

 

Era mercoledì quando decisi di togliermi gli slip, in bagno, prima d’uscire da scuola. Una volta fuori, fermai il camioncino senza pensarci un attimo e mi accomodai sul sedile, lasciando chiuso il finestrino. Faceva caldissimo, dentro. Cominciai ad allargare e stringere le cosce, finché lo strusciare della pelle delle gambe non iniziò ad assonare anche del sudore che colava sul sedile. L’odore del mio sesso sovrastava quello della nicotina. Pietro sudava dalle tempie, dalle guance e sul petto. E sulla tela dei suoi pantaloni premeva, sofferente, la sua eccitazione.

 

Giovedì mi sentivo bagnata durante l’ultima ora. E mi bagnavo sempre di più, in attesa del suono della campanella. Andai in bagno, a togliere gli slip, come il giorno prima. Ed affondai le dita, tra le mie gambe, tre, quattro volte. Le ritrassi completamente madide. Infilai le dita dell’altra mano e feci lo stesso. Uscii in strada. Il camioncino arrivò dopo un minuto. Salii. E strinsi la mano di Pietro, per salutarlo. L’odore e l’umido gli erano rimasti appiccati alle dita. Lui annusò. Il camioncino partì. Io mi stesi un po’ con le gambe in avanti ed infilai la mano destra tra le cosce, sotto la gonna. Presi con la sinistra la sua mano destra e gliela infilai sotto la cinta del pantaloni. Lui venne dopo un minuto, io poco dopo.

 

Maggio e Giugno continuarono così, ogni giorno, con l’attesa eccitante dell’uscita da scuola e la masturbazione che diventava sempre più sincrona e sempre più appagante. Una complicità semplice, priva di parole, che ognuno raccontava a se stesso e che riempiva ciascuno di fiotti caldi di piacere ogni volta.

 

Oggi ritiro la mia macchina nuova, regalo del babbo per la mia maturità, al concessionario. Indosso il vestito che avevo la prima volta, sul camioncino di Pietro. Mi danno le chiavi, salgo e parto. Abbasso a metà il finestrino ed infilo la mano tra le cosce, con la stessa voglia di allora. Ed arrivo a godere proprio all’altezza della prima curva dopo la scuola, immaginando Pietro che mi saluta con un colpo di clacson ed il braccio teso fuori dal finestrino.

 

 
 
 

RABBIA. RABBIA. E RABBIA!

Post n°8 pubblicato il 14 Novembre 2006 da EvaAmaGiocare

immagine(foto di Gabriele Rigon)

E’ col tuo cazzo stretto in mano che, finalmente, ho tutto il mio potere. Con te, lì, sudato sulle tempie, gli occhi socchiusi, il respiro veloce e le vene che s’infilano sotto al mio palmo serrato, pulsanti e gonfie.

 

E’ lì, mentre mi supplichi senza una parola di affondare il colpo, per liberarti finalmente, per farti schizzare ovunque, farti guardare e poter finalmente abbassare il diaframma e chiudere le palpebre, che so quanto valgo. E quanto vali tu, che sei un semplice cazzo, stretto ed inerme nella mia mano.

 

E stringo ancora, mentre il tuo glande s’ingrossa e non pulsa nemmeno più, serrato in una morsa che toglie il sangue ed imprigiona i tuoi muscoli. E non mi muovo d’un solo centimetro, rimanendo immobile sopra i tuoi testicoli tesi, pieni da scoppiare e caldi da sentirli bruciare.

 

E tu ti contorci, stringendo le cosce, implorando un mio movimento violento, per cercare liberazione e pace. E sussurri e sibili, con la gola secca, pregando che la pelle scenda d'un tratto e la mia mano ti sfondi l’addome, abbattendoti argini e freni.

 

Ed è così, che ti lascio: contorto e implorante sopra ad un paio di palle e ad un cazzo tatuato di sangue rappreso. Perché altro non sei e non puoi essere, se non dello sperma lasciato a marcire.

 ...E poi ritorno, mentre quasi tu dormi, ad offrirti le labbra, la bocca e la gola. A fare di me la tua libertà. E a darti di me tutto quel che non chiedi.

 
 
 

HO FATTO L'AMORE CON IL MIO MIGLIORE AMICO

Post n°7 pubblicato il 14 Novembre 2006 da EvaAmaGiocare

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Tu ed io, due veri amici.

Quante notti trascorse a bere, ridere e chiacchierare!

Quante vacanze assieme, una valigia fatta di fretta, e tanta voglia di divertirsi con gli stessi ritmi, gli stessi gusti, gli stessi desideri, gli stessi tempi.

Sempre a condividere lo stesso letto, spesso dormendo nudi con la pelle sudata per il caldo, a raccontarci dei nostri amori.

Noi due, sempre strafottenti del mondo, sempre insieme, a correre incontro alla luna, a far spegnere falò, addormentandoci abbracciati sulla sabbia diventa umida, a far finire amori per farne cominciare altri, con l’unica certezza della presenza reciproca dell’uno con l’altra, dell’una con l’altro.

Io e te, due grandi amici.

Poi quella notte…apparentemente come tutte le altre, evidentemente diversa dalle altre. La solita bottiglia di Incantari, i soliti due balloon e un DVD con un cartone della Disney. Io e te, distesi accanto sul divano, come sempre, sotto al plaid in pile a guardare la TV.

Tutto come al solito, insomma. Tutto come al solito, a parte la quella felicità strana nell’aria. Tu eri stanco e ti accoccolavi con il viso accanto al mio. Io ti accarezzavo, come mi piaceva fare, baciandoti la fronte e poi la punta del naso.

All’improvviso, poi, è cambiato. O forse non è cambiato… è solo proseguito. Uno strano lampo negli occhi, e le bocche che si sono unite. Lo hanno fatto naturalmente. Ci siamo baciati per mezz’ora, o forse di più, non lo so. Di certo so solo che non esiste più il tempo in certi momenti.

Ci siamo abbracciati mentre ci baciavamo ed io mi sono spostata lentamente sopra di te, senza mai smettere di baciarti. Nemmeno mi ricordo come mi hai tolto la maglietta, come mi hai sganciato il reggiseno. Poi i pantaloni e poi gli slip.

Certo è che ci siamo trovati nudi, l’una sopra l’altro, con la mia pelle eccitata a contatto della tua.
Certo è che ci siamo trovati a fare l’amore, l’uno dentro l’altra, con l’eccitazione reciproca che batteva gli stessi tempi. Con il piacere, mai provato prima, di sentirsi finalmente parte.

Sarà stata la conoscenza reciproca, sarà stato il vino, sarà stato…
Ma certo è che non avevo mai fatto l’amore così. E non avevi mai fatto l’amore così.

Ti muovevi piano dentro di me e mi muovevo piano con te dentro, senza voler mai staccare i nostri corpi, fino a sentire l’uno l'orgasmo dell'altro. Non ci siamo fermati nemmeno dopo. Abbiamo continuato a fare l'amore con lo stesso piacere e con la serenità della soddisfazione raggiunta.

Siamo stati attaccati, a baciarci... e ci siamo messi a ridere, raccontandoci, come sempre, di quello che era successo. 

“Non era previsto.”
“No che non era previsto!”
"E’ bello fare l'amore con te. Semplice, naturale, intenso, senza prescrizioni, senza condizionamenti, senza forzature, senza costruzioni.”
Come tutte le altre cose, con te...

”E adesso?” ti avevo chiesto..
“Adesso niente di noi andrà perduto... Non farmi avere paura del tempo
Non farti fregare dal tempo: tutto quello che succederà tra noi, lo avremo voluto solo noi. Sarà bellissimo, qualsiasi cosa sia. Non voglio perderti. E lotterò sempre, perché ciò non accada.”

E parliamo del Tempo.

Del silenzio che riempie gli attimi.
Della musica che rompe il silenzio.
Di abbracci e di sospiri.
Di fari e di guardiani.

Di ciò che nasce e non ce ne accorgiamo.
Di ciò che muore e forse rinascerà, o forse - magari – soltanto cambierà.
Di luci che si spengono, di finestre che si spalancano, dell’odore della notte.

Dell’Incantari che non è ancora terminato.

 
 
 

FORSE IL MIO POSTO NON E' QUI

Post n°6 pubblicato il 07 Novembre 2006 da EvaAmaGiocare

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(Foto di Paul Banner)

Forse il mio posto non è qui, a gambe spalancate, con te, sopra, che stantuffi carne nella mia carne. Con la tua voluttà appesa a un filo, che mi sibila nelle orecchie. Con i tuoi occhi, che cercano senza pace, nei miei, i segnali del piacere.

Forse io non c'entro, con le tue gocce di sudore che mi imperlano il seno. Con quella foga delicata del tuo bacino, che non conosce pausa. Con quel rossore crescente della tua pelle, che struscia i miei capezzoli. Con le tue ginocchia, che premono all'interno delle mie, al ritmo di respiri sempre più profondi.

Forse non capisco il senso dei tuoi ansimi. Non comprendo il tuo abbandono, dentro di me, mentre gridi la forza dell'orgasmo che ti scuote e mi guardi, per avere in regalo un po' del mio. Non conosco attese provocate, né conquiste raccontate.

Forse non conosco l'egoismo, se non il tuo, che mai s'incontra con il mio. Non collego amore e delicatezza, piacere e insensatezza, legame e sicurezza. Non assorbo la violenza lieve d'una ondata che ti scuote, che vibra e fa vibrare, che inebria e lascia senza fiato.

Forse il mio posto non è qui, mentre più in là l'acqua in bagno scorre sulla tua pelle e la mia mano preme tra le cosce, a raccogliere frutti solo miei. Mentre i miei respiri dimenticano i tuoi e mi regalo il seme d'un piacere senza te.

 
 
 

FORSE NON ERA SOLO UNA MELA...

Post n°5 pubblicato il 06 Novembre 2006 da EvaAmaGiocare

immagine(foto di Saelon Renkes)

Era solo una mela… eppure era dolce come nettare di fiore.

Eppure era rossa, come fuoco sulla pelle.

Ed era lucida, come se altre mani l’avessero accarezzata.

 

Ma forse non era solo una mela…

Ed è per questo che è proprio là che l’ho voluta lasciare, là dove sapevo che tu l’avresti trovata.

E infatti l’hai vista, ti sei fermato, hai respirato,

prima l’hai sfiorata con le punta delle dita, poi con le labbra, infine con la lingua.

 

Dimmelo tu, poi, che hai fatto.

Dimmelo, adesso, che ho voglia di sentirlo.

 

 
 
 

DIAVOLO FEMMINA

Post n°4 pubblicato il 02 Novembre 2006 da EvaAmaGiocare

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Sono triste, stasera, e mi affido alla notte.
Notte bastarda, notte puttana. Notte che incanta, notte che rapisce.
Divento amica della notte.

Sei folle, come piace a me.
Sei pazzo…

Un sms durante una cena tra colleghi.
"…ho voglia…"

Voglio che ti ecciti allo spasimo…
…fino a che i capezzoli sembrano spaccarti i vestiti…
…fino a desiderare come l’aria di godere, di venirti addosso…
…fino a sentirti piena da scoppiare…
…voglio che implori di godere, mentre mi risucchi la mano…

Disegnati con le dita…
Muovi il bacino attorno alle dita.
Godi come fosse una liberazione.
Devi bagnarti i pantaloni, le mani, il sedile.
Voglio che urli, lì, ora, la tua liberazione.

Voglio che quella cazzo di macchina si riempia del tuo orgasmo liberatorio.
Spacca tutto.

Mi incanti e mi rapisci
Sento il suo odore, forte e buono dopo il viaggio.
Immagino il sapore, altrettanto forte, poi più dolce, sempre buono.
Il mio naso a recepire ogni segnale odoroso, a inebriarmi di quella demoniaca droga.
Folle, pazzo!!! Vender la tua anima a questo diavolo femmina.

"Siamo giocattoli nelle nostre mani e ci compiaciamo di esserlo."

 
 
 
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