Creato da pensieripericolosi il 20/11/2008

Pensieri Pericolosi

La bocca della verità...

 

« TI PIACE? PRENDILO!!!

TI PIACE? PRENDILO!!! (2a ed ultima parte)

Post n°8 pubblicato il 05 Dicembre 2008 da pensieripericolosi

   Dicevo, una volta mi recai in un bar e tirai fuori il portafogli per pagare. La proprietaria del bar mi disse «Che bel portafogli!». In effetti era un modello di una marca prestigiosa, nuovo di zecca e l’avevo pagato un bel po’. Eravamo sotto Natale e quella signora cercava un bel regalo da fare al marito. Disse che quel portafogli era proprio il regalo ideale. Volle sapere dove l’avevo comprato, mi chiese di guardarlo meglio e cominciò a commentare ad alta voce la qualità della pelle, la brillantezza del colore, la comodità delle tasche… Ed io intravidi nei suoi occhi quel luccichio tipico della felicità e non seppi trattenermi. «Le piace? Lo prenda!».

   Andò a finire parecchio male. Inizialmente la signora rimase semplicemente basita. Io colsi la sua esitazione e tentai di far scoccare quella scintilla di felicità, coinvolgendola e tentando di convincerla: «Davvero signora, se le piace lo prenda! A me regalarglielo può solo far piacere!». La signora piombò nel più assoluto imbarazzo, divenne rossa e mi chiese di smetterla. Ma io non seppi trattenermi.

   Non riuscire a donare felicità ad una persona è già di per sé una cosa che non sopporto e non tollero: mi fa uscire dai gangheri! Lo avverto, e i medici lo constatano meravigliati e attoniti: ho un enorme bisogno di riuscire a dare felicità agli altri e il non riuscirci mi comporta una insostenibile frustrazione e mi fa esplodere.

   In quel momento (e in tanti altri della mia vita che ne sarebbero seguiti), dovetti fare il conto con il fatto che IO ero la causa di un imbarazzo, di un momento di difficoltà, di una momentanea infelicità in quella persona, per il semplice motivo che quella persona non comprendeva il mio intento, non avvertiva i miei sforzi nel cercare di regalarle un sorriso, un briciolo di felicità, regalandogli il mio portafogli che lei tanto desiderava. Sinceramente, non capisco perché la signora travisò il mio intento. Di fatto, mi scatenò addosso il maggiore dei figli, che mi trattò come se l’avessi mortalmente offesa o importunata ogni oltre eccesso. Cosa che probabilmente avevo fatto, ma senza rendermene conto.

   Di episodi come questo me ne sono capitati tanti, sempre più frequentemente, a tal punto che i miei familiari dapprima hanno cercato di impedirmi di uscire di casa, poi – quando hanno dovuto fare i conti con la mia depressione ed irruenza scatenata dal mio inappagato desiderio di far felice la gente – hanno dovuto accettare la mia malattia e hanno finito col rinchiudermi in una clinica. «Lo facciamo per il tuo bene», mi hanno detto con aria apprensiva. Ed io li ho accontentati, sapendo che assecondandoli avrei fatto la loro felicità, perché avrebbero avvertito di star facendo qualcosa per me e si sarebbero sentiti sollevati dal fardello della mia malattia.

   Che poi, io dico, voler donare e tentare di far felice la gente può mai essere una malattia? I medici dicono di si, e negli ultimi anni gli infermieri hanno dovuto faticare parecchio per starmi sempre dietro ed evitare che io donassi tutto quel che avevo agli altri malati della clinica: dicono che sono psicolabili, pazzi, dementi, ma per me son solo persone che hanno bisogno di un pizzico di felicità. E non avete idea di quanto sia facile renderli felici!

   Un giorno riuscii a staccarmi dai miei guardiani, mi tolsi il grembiule bianco e me ne andai in giro per la clinica come una persona normale. Dopo pochi minuti alcuni infermieri che nemmeno mi conoscevano mi avevano braccato e iniettato prontamente un calmante. Ero nudo. Avevo regalato tutto ai malati che avevo incrociato: non avevo saputo resistere ai loro sguardi. Qualcuno aveva studiato con interesse il mio orologio, e io gli dissi: «Ti piace? Prendilo!». Subito dopo qualcun altro aveva guardato con interesse alla mia cintura, e io gli dissi: «Ti piace? Prendila!». E così via fino a rimanere completamente spoglio. Furono momenti molto belli e intensi, di una gioia infinita ma solo temporanea: quelle persone vennero subito private dei miei oggetti e – con essi – della felicità che avevo loro donato. Quando gli infermieri mi restituirono la mia roba, li ringraziai e poi gli chiesi, in tono polemico: «Non è che per caso avete anche intenzione di restituire loro la felicità?». Da quel momento passai sotto un regime più ferreo di osservazione e da allora la mia vita fu molto limitata.

   Ieri, per la prima volta dopo molti mesi, mi è stato consentito di passeggiare liberamente per i corridoi della clinica. Ho camminato in lungo e in largo attraversando tutti i reparti, finché non mi sono imbattuto negli occhi dolcissimi e allo stesso tempo molto tristi di una ragazza. Si chiama Nichole ed è malata di cuore. I medici cercano da mesi un donatore compatibile ma non ne trovano. Parlandole ho scoperto che in comune abbiamo l’età, il gruppo sanguigno e la passione per i bambini: la malattia l’ha finora privata della gioia di avere un figlio, ma se non altro la sua famiglia le sta sempre vicino e non le fa mancare nulla. Proprio come succede a me.

   Mi sono innamorato. Istantaneamente. Ho capito qual è il significato della mia vita e perché sono stato messo al mondo: ho appena terminato di scrivere le mie ultime volontà, dichiarando di volerle donare il mio cuore.

   Si, mi accingo al suicidio. Finalmente potrò donare il più grande regalo di cui posso essere capace. E la felicità della donna che amo sarà immensa.

FINE

 
 
 
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