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« Comunicazione persuasivadedica »

La PNL

Post n°1480 pubblicato il 20 Giugno 2010 da otreblasus
 
Tag: PNL

LA PROGRAMMAZIONE NEUROLINGUISTICA
La Programmazione Neurolinguistica (PNL) nasce a Santa Cruz, California, nel 1970 dagli studi sulla struttura del linguaggio e della comunicazione condotti dal linguista John Grinder e dal matematico Richard Bandler. Il lavoro di Bandler e Grinder è principalmente frutto di anni di ricerche orientate a scoprire cosa permettesse a psicoterapeuti di orientamento teorico diverso (ad esempio Fritz Perls - il creatore della Gestalt, Milton Erickson - ipnoterapeuta di fama mondiale Virginia Satir - famosa nel campo della terapia familiare) di conseguire risultati positivi rilevanti.

Partendo dal presupposto che “Se qualcuno può fare qualcosa, chiunque altro può imitarlo”, Bandler e Grinder analizzarono minuziosamente la pratica terapeutica di Perls, Erikson e Satir riproducendone ogni atteggiamento, anche quello apparentemente più banale, al fine di ottenere i medesimi risultati. Ciò li portò ad ottenere quello che qualcuno ha definito “il distillato della migliore saggezza inconscia dei migliori comunicatori degli ultimi 40 anni”.

Ben presto infatti Bandler e Grinder si resero conto di avere tra le mani una vasta gamma di modelli comunicativi straordinariamente forti ed efficaci che avrebbe permesso loro di andare oltre l’intenzione iniziale di applicare le proprie teorie esclusivamente in campo terapeutico. Compresero che tali modelli potevano essere applicati in altri campi della comunicazione umana, quali il settore dell'industria e del commercio, legale, e dell'istruzione. Così si passò alla creazione di un modello efficace che risolvesse i conflitti interpersonali e che fosse in continua evoluzione, sganciato da un eventuale contesto terapeutico.

MA COS’È LA PROGRAMMAZIONE NEUROLINGUISTICA?
Le molteplici applicazioni di questa disciplina hanno portato alla diffusione di diverse definizioni. In prima istanza si può dire che è modello che spiega come l'individuo elabora le informazioni che arrivano dall'esterno e di come il comportamento, gli stati emozionali e le rappresentazioni interne ne vengano influenzati. La parola "Neuro" sta ad indicare che i processi neurologici sono alla base di ogni comportamento umano.

La parola "Linguistica" ci suggerisce l'idea che questi processi sono tradotti, cioè rappresentati, da un codice linguistico e che proprio attraverso di esso sono in una certa misura inferibili. Infine la parola "Programmazione" sta a significare che sequenze ordinate, e non casuali, di determinati processi neurologici hanno come esito uno specifico comportamento.

I PRESUPPOSTI DELLA COMUNICAZIONE
“Non si può non comunicare”.
Lo ha affermato uno dei più grandi esperti di comunicazione della nostra epoca, lo studioso Paul Watzlawick, del Mental Research Institute di Palo Alto, California. In questa formula è contenuta una delle chiavi più importanti del processo di comprensione del fenomeno comunicazione: ogni individuo vivente infatti comunica in molteplici modi e, del resto, non potrebbe esimersi dal farlo, neanche se lo volesse. Lo stesso silenzio è una forma, spesso anche molto potente ed efficace, di comunicazione.

“Ogni comunicazione è comportamento ed ogni comportamento è comunicazione”.
Questo presupposto è diretta conseguenza del primo.

La programmazione neurolinguistica è una disciplina che si fonda sullo studio del linguaggio e dell'influenza che esso ha sul comportamento umano. Provate infatti a pensare a quanto comunicate, ogni minuto che passa, senza magari rendervi conto del messaggio che, coscientemente o meno, viene emesso dai vostri comportamenti: modi di parlare, sguardi, posture, movimenti nello spazio, persino la scelta del look personale contribuiscono costantemente a creare i nostri messaggi. Il problema è che spesso non ci rendiamo conto di quanto tutto ciò influisca nei rapporti, tanto professionali quanto interpersonali.

“Il significato della comunicazione sta nel responso che se ne ottiene e non nelle intenzioni”.
Vi è mai accaduto di dire o fare qualcosa che pensavate sarebbe stata gradita da un vostro famigliare, amico, collega e di suscitare una reazione inaspettatamente negativa? Ciò dipende dal fatto che non tutti attribuiamo il medesimo significato agli avvenimenti e pertanto reagiamo ad essi in modo diverso.

La vita familiare e professionale ci offre innumerevoli esempi in cui basterebbe modificare l’approccio per risolvere banali, ma pericolosi, equivoci. Ciò che conta allora è la costante verifica del responso generato dalla nostra comunicazione: questa sensibilità, unita all’approccio che vi è dietro, ci garantirà una maggiore capacità di entrare in sintonia con gli altri, aumentando al contempo l’abilità di adattare i nostri messaggi alla soggettività del destinatario.

IL PRESUPPOSTO DELLA PERCEZIONE
“La mappa non è il territorio”.
Il precedente presupposto è la diretta conseguenza di quest’ultimo.

La mappa, ovvero l’immagine che ciascuno di noi possiede della realtà è diversa da quest’ultima e dinanzi alla medesima realtà ciascuno di noi produce immagini diverse. La nostra mappa è l’interpretazione della realtà che dipende dalle nostre esperienze precedenti, dal nostro sistema di credenze di riferimento e dal canale prescelto per entrare in contatto con la realtà, Visivo (vista), Auditivo (udito), Cinestesico (tatto, olfatto, gusto - sensazioni corporee).

Gli esseri umani utilizzano i propri sensi in ogni circostanza e attribuiscono un valore più elevato ad un determinato sistema rappresentazionale, trascurando di usare gli altri che sono dentro di loro. Se andaste ad un concerto quale sistema mettereste in atto? Sicuramente quello auditivo. E in una galleria d’arte? Sicuramente quello visivo. La maggior parte degli individui possiede un sistema rappresentazionale di cui si avvale in maniera preponderante per organizzare la propria esperienza. Un soggetto verrà dunque definito visivo, auditivo, cinestesico a seconda del sistema rappresentazionale preponderante.

Come riconoscere un visivo, un auditivo, un cinestesico?
In primo luogo prestando attenzione agli aggettivi, avverbi, verbi utilizzati.
Visivi: mostrare – illustrare – chiarire – inquadrare – rivelare – occhiata – visibilità – come la vedo io – idea nebulosa – fare una scenata – approccio miope...
Auditivi: ascoltare – descrivere – domandare – parola per parola – inaudito – armonioso – chiassoso – l’ho già sentito – ad alta voce – altisonante…
Cinistesici: toccare – scuotere – vibrare – problematico – dolore – calma – non ti seguo– discussione animata – sfuggire di mente – mettersi in contatto…

Alla luce di tali presupposti la programmazione neurolinguistica può essere definita anche come " lo studio delle componenti della percezione e del comportamento che rendono possibile la nostra esperienza". Le due precedenti definizioni vengono contemplate ed ulteriormente integrate da quest’ultima.

"La programmazione neurolinguistica è lo studio, attraverso il linguaggio verbale e non verbale, di come "filtriamo" con griglie percettive (Sistemi Rappresentazionali, Submodalità, Metaprogrammi) e cognitive (Credenze, Valori, Criteri) le informazioni che ci provengono dall'ambiente esterno o interno, e di come le organizziamo in schemi coerenti e standardizzati di comportamento per la realizzazione di un obiettivo.

LA PRATICA NEUROLINGUISTICA
La nostra mappa, la nostra rappresentazione della realtà dipende dunque dal nostro modo di essere e dalle esperienze di vita. Ciò spiega la diversa reazione (a volte anche opposta) che ciascuno di noi ha dinanzi ad un evento. Qust’ultima definizione contiene in sé il rimando all’applicazione pratica della programmazione neurolinguistica, i cui studi culminano in un insieme potente ed elegante di tecniche e di modelli (anche se i suoi fondatori, Bandler e Grinder, parlano soprattutto di "atteggiamento mentale") per una più efficace definizione dei propri obiettivi, una migliore abilità comunicativa, una maggiore capacità di motivazione e di automotivazione, una comprensione più profonda di se stessi e degli altri.

La Programmazione Neuro Linguistica è dunque un utile strumento che ci permette di “riprogrammare” la nostra mente al raggiungimento della nostra realizzazione personale.

 
 
 
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1. Spegnere le luci quando non servono;
2. Spegnere e non lasciare in stand by gli apparecchi elettronici;
3. Sbrinare frequentemente il frigorifero: tenere la serpentina pulita e distanziata dal muro in modo che possa circolare l’aria;
4. Mettere il coperchio sulle pentole quando si bolle l’acqua ed evitare sempre che la fiamma sia più ampia del fondo della pentola;
5. Se si ha troppo caldo abbassare i termosifoni invece di aprire le finestre;
6. Ridurre gli spifferi degli infissi riempiendoli di materiale che non lascia passare aria;
7. Utilizzare le tende per creare intercapedini davanti ai vetri, gli infissi, le porte esterne;
8. Non lasciare tende chiuse davanti ai termosifoni;
9. Inserire apposite pellicole isolanti e riflettenti tra i muri esterni e i termosifoni;
10. Utilizzare l’automobile il meno possibile e se necessario condividerla con chi fa lo stesso tragitto.

 

NOI POSSIAMO TUTTO CIÒ...

 

 

in ricordo di chi la terra s'è portato via

 

LA TUA VITA PUÒ CAMBIARE - PJ

 

IN MEZZO A TANTE...TROVERÒ ANCHE IO LA MIA...


Se saprai starmi vicino,
e potremo essere diversi,
se il sole illuminerà entrambi
senza che le nostre ombre si sovrappongano,
se riusciremo ad essere "noi" in mezzo al mondo
e insieme al mondo, piangere, ridere, vivere.

Se ogni giorno sarà scoprire quello che siamo
e non il ricordo di come eravamo,
se sapremo darci l'un l'altro
senza sapere chi sarà il primo e chi l'ultimo
se il tuo corpo canterà con il mio perché insieme è gioia...

Allora sarà amore
e non sarà stato vano aspettarsi tanto.

P.Neruda

 

 

AH SI'?


Il maestro di Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita.
Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta.
La cosa mandò i genitori su tutte le furie. La ragazza non voleva confessare chi fosse l'uomo, ma quando non ne poté più di tutte quelle insistenze, finì col dire che era stato Hakuin.
I genitori furibondi andarono dal maestro. "Ah sì? " disse lui come tutta risposta.
Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin. Ormai lui aveva perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino con grande sollecitudine. Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo.
Dopo un anno la ragazza madre non resistette più. Disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce.
La madre e il padre della ragazza andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino.
Hakuin non fece obiezioni. Nel cedere il bambino, tutto quello che disse fu: "Ah sì?".
 

(Tratto da: "101 Storie Zen" a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps, Adelphi Edizioni, Milano, 1973)

 
 

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