Ultimo giorno di campagna elettorale in Russia ed ultima sortita da presidente per Vladimir Putin visto che, nella giornata di domenica, verrà eletto il nuovo presidente della repubblica. La costituzione russa che, al pari di quella statunitense, non prevede un terzo mandato impedisce a Putin di ricandidarsi privandolo, pertanto, della scontata rielezione. Favorito d'obbligo è l'attuale primo ministro Dmitrij Medvedev, scelto dal congresso del partito "Russia Unita", tenutosi in dicembre, proprio su indicazione dello Zar di tutte le Russie. Zar Vladimir che, all'apparenza, si starebbe preparando ad un passo indietro solo di facciata dopo essersi scambiato le attuali poltrone con il suo delfino. Ma sarà veramente così? Se sul risultato delle elezioni non paiono esserci dubbi (a contendere l'investitura popolare a Medvedev saranno i comunisti del sempiterno Zjuganov ed un altro paio di candidati più vicini al folklore che alla politica) le incognite più evidenti riguardano il dopo. La scommessa di Vladimir Putin appare, in realtà, un azzardo da giocatore incallito: di quelli che riempirono le pagine dai romanzi della letteratura di quel paese. Sapranno il suo carisma e la sua personalità continuare a mantenere gli attuali rapporti di forza anche ad inversione dei ruoli avvenuta? Da primo ministro -scelto direttamente dal neopresidente- dovrà rispondere a quest'ultimo del suo operato e, sull'approccio di Medvedev a proposito di molte importanti questioni, nulla è dato sapere. Non in politica estera, ad esempio, dove si occupava di tutto l'infaticabile ex-colonnello del KGB, ed i dossier aperti sulla scrivania del Cremlino sono molteplici: il Kosovo, il rapporto con i vari Rogue-State in giro per il mondo, la gestione dell'energia, lo scudo spaziale.... Durante la campagna elettorale, inutile ad uso interno, Medvedev ha provato a dare di sé un'immagine più conciliante e malleabile dell'uomo che andrà a sostituire. Tentativo di smarcarsi o gioco delle parti? Gioverà ricordare che Vladimir Putin entrò al Cremlino di soppiatto. Era il dicembre 1999 quando, all'ombra di uno Eltsin pronto a passare la mano, avveniva una ferocissima guerra di successione. Nell'entourage di corvo bianco si trovava di tutto: ex-oligarchi, nuovi mafiosi, trafficanti di ogni genere, boiardi di stato e di partito, gangster finanziari e non... insomma la crème della Russia post-comunista. Dal cilindro di Boris, invece, uscì proprio lui: lo sconosciuto capo del governo in carica in quel momento (Boris bruciò più premier di quanti allenatori abbia licenziato Zamparini). La cricca eltsiniana abbozzò, convinta di poter disporre a proprio piacimento di quel bassotto con l'aria da rigor mortis, e, all'occorrenza, di dargli il benservito in qualsiasi momento. Sbagliarono drammaticamente (per loro) previsione. Putin si rivelò un osso durissimo e prese in mano da subito la situazione: per oligarchi, mafiosi e capicosca la festa finì improvvisamente e male e la loro scelta fu fra l'esilio (Roman Abramovich, Boris Berezovski) e la galera (Mikhail Kodorkovski, il suo degno compare Lebedev ed il suo vice Aleksanian). L'epopea del saccheggio e delle svendite delle immense risorse russe targata Eltsin era, grazie a lui, terminata dall'oggi al domani e poté ripartire il processo opposto di rinazionalizzazione dell'energia e, a ruota, di Telecoms, Media ed industria pesante. Gli arricchiti più celebri che erano riusciti a scappare in tempo trovarono rifugio in quel di Londra, dove Abramovich si dedicherà al calcio e Berezovski alla vendetta ordendo trame politiche di ogni tipo (dal caso Litvinenko alla rivoluzione arancione ucraina finanziata con un suo prestito di cui, da tempo, attende invano la restituzione). La svolta in politica economica, peraltro, non tardò a ripercuotersi su quella internazionale, dove i rapporti mutarono rapidamente: rispetto alla distensione eltsiniana, i media occidentali, voltarono pagina e cominciarono ad esprimere riserve sempre più pesanti sulla "democraticità" della Russia di Putin condite da alcune variazioni sul tema (la tragedia del sottomarino Kursk o la uccisione della giornalista Politkovskaja). Non sarà superfluo ricordare che gli editori dei prestigiosi giornali che si esprimevano in codesti termini verso Putin erano gli stessi che vennero privati degli ottimi affari che il banchetto eltsiniano aveva loro concesso per 8 anni consecutivi. La politica economica, inoltre, contribuì al ritrovato ruolo russo in politica estera dove dovette intessere nuove relazioni e rivedere le vecchie. La Russia si riproponeva come superpotenza, non più militare, bensì energetica, trovando naturale partnership con la nazione destinata a divenire il primo consumatore planetario di energia: la Cina. Proprio nello stesso momento, infatti, in occidente si pensava unicamente a delocalizzare spostando investimenti e posti di lavoro in estremo oriente candidando, in questo modo, la Cina al ruolo di superpotenza industriale che si propone come naturale interlocutore del primo produttore ed esportatore di energia del pianeta. Divenne conseguentemente prioritaria anche la stabilizzazione degli staterelli nati dalla dissoluzione dell'ex-U.R.S.S. attraverso i quali passano pipeline e gasdotti che portano la materia prima dai pozzi siberiani al cuore dell'Europa. Grazie all'aumento del prezzo del barile, che gonfiò le casse federali, la Russia potè pagare in anticipo il suo debito estero dicendo addio ai vari Soros ed alle speculazioni contro il rublo che prima erano di ordinaria amministrazione. In campo finanziario la GazProm (l'attivissimo monopolista russo dell'energia che venne fondato dal predecessore di Putin, Chernomyrdin) è destinata a divenire, nel giro di pochi anni, la società a maggiore capitalizzazione del pianeta; ed essendo di proprietà pubblica i suoi utili sempre maggiori verranno utilizzati, come peraltro già succede, per il sostegno demografico che Putin ed il suo successore hanno sempre indicato come prioritario. La fine o la continuazione di questa insperata ed inattesa rinascita di Santa Madre Russia è tutta legata alla scelta del suo successore: sapremo presto se l'ex-tassista di Berlino-Est sia realmente giunto a fine corsa.
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