Che i venerdì 17 non portino bene è risaputo. Pertanto nessuno, fra coloro che vi assistettero (chi scrive è fra questi), si meravigliò troppo di quanto vide accadere quel venerdì 17 marzo 1995. Erano giorni, come quelli attuali, di apocalisse finanziaria e, già da tempo, mi domandavo -sulle parole dell'allora recente hit di Ligabue- a che ora fosse la fine del mondo. Sul mercato dei cambi la BundesBank era all'offensiva da diversi anni: per la precisione da quando Helmut Kohl aveva oliato la sua riunificazione promettendo un assurdo cambio alla pari fra il SuperMarco e la carta straccia dell'allora Germania Est. Il conto fu salatissimo e la maniera di pagarlo poteva essere una sola: tenere tassi altissimi per attirare i capitali necessari alla integrazione Est-Ovest. Una sorta di cassa del mezzogiorno a spese di tutti, ed in particolare ai danni delle valute deboli cui la situazione imposta dalla politica della BuBa risultò presto insostenibile. La banca centrale tedesca era allora guidata da Helmut Schlensinger: un monetarista tutto d'un pezzo di scuola prussiana, cui mancava solo il monocolo e l'elmo a punta per sembrare un feldmaresciallo di Guglielmo II. Il casus belli scoppiò allorquando gli venne negato l'anticipo della data già fissata per la successiva discussione sull'aggiornamento della parità fra le valute dello SME L'errore madornale, va detto, fu tutto dei suoi omologhi europei (fra cui CarloAzeglio) che, preso atto -piaccia o no- dell'avvenuta riunificazione, avrebbero dovuto ridiscutere la nuova parità centrale di una moneta che rappresentava, da quel momento in avanti, una realtà diversa: più grande di 80.000 KM e 25 milioni di abitanti. Schlensinger rispose alzando una prima volta i tassi d'interesse. In seguito, lo rifece più e più volte obbligando l'intera Europa a corrergli dietro. Al termine di ogni riunione della BuBa (ogni 2 giovedì), arrivava puntuale, all'ora di pranzo, il lancio di agenzia: rialzo di un "quartino" come il facile umorismo da sala operativa aveva ribattezzato la consueta manovra di Francoforte sui tassi. Dinanzi alle proteste dei politici europei Helmut Kohl si chiamò fuori ricordando a tutti l'indipendenza della BuBa dal potere politico. Indipendenza di cui, però, si era dimenticato quando decise di testa sua il cambio da applicare ai tedeschi dell'est senza preventivamente concordarlo con il suo istituto di emissione. Le prime conseguenze pratiche non si fecero attendere. Nel 1991 SuperMarco annientò il $: sotto l'impotente sguardo di Alan Greespan, il neo eletto governatore della FED, il biglietto verde collassò e, nell'inverno 1991, passava di mano attorno alle 1.100 £. Tutte le valute del club med, legate mani e piedi alla parità centrale decisa contro la moneta tedesca, si ritrovarono appese al soffitto mentre l'economia reale entrò rapidamente in recessione. Fu in quel momento che gli italiani scoprirono, a loro spese, l'ingegneria finanziaria. Perchè, in quell'anno, non si pensò a negoziare una via d'uscita allentando il cappio che, nemmeno troppo lentamente, si andava stringendo sull'Italia; al contrario si pensò a come profittarne a spese degli italiani vendendo, agli sportelli e sui media, i famigerati mutui in ECU. Qualcuno si ricorderà di questa epocale fregatura con cui le banche ritiravano una £ finanziariamente fortissima (che però brillava di luce riflessa) offrendo, in cambio, una moneta dalla quotazione ipercompressa e destinata ad un sicuro apprezzamento con l'argomento di vendita tipico del cravattaro: si paga poco d'interesse. OK, interessi bassi. ...E il capitale? Nessuno se lo chiese e tutti corsero a sottoscrivere i mutui in ECU. L'anno dopo i nodi vennero al pettine e la £ alzò bandiera bianca, non prima che CarloAzeglio svendesse a Soros ed alla speculazione internazionale le intere riserve di BankItalia. Cacciata dallo SME e privata del suo paracadute la £ perse rapidamente un terzo (!) del proprio valore contro SuperMarco e le altre principali valute mondiali. I prezzi da saldo e la vecchia classe dirigente tolta di mezzo a suon di avvisi di garanzia resero possibile il successivo ciclo delle privatizzazioni inaugurato a settembre 1993 collocando sul mercato il Credito Italiano, ex banca d'interesse nazionale, allora posseduto dall'IRI e destinato a divenire la sesta banca del mondo. Come la migliore tradizione italica impone, il 1994 trascorse all'insegna del dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur: mentre la nostra ex-valuta passava di minimo in minimo sul mercato dei cambi, sui media infuriava il dibbbatttito sulle responsabilità. Si arrivò così al redde rationem di quel venerdì 17 marzo 1995 in cui la £ avrebbe conosciuto i suoi minimi assoluti: 1.280 contro DM (-67% in 3 anni...), 1.790 contro $, 19 contro Yen e 1.550 contro CHF (a sua volta ai massimi storici contro SuperMarco come in ogni crisi che si rispetti). Scena cult dell'intera vicenda rimase il pianto di Marida Bolognesi, deputata di Rifondazione Comunista, che, il giorno prima, mollava il subcomandante Fausto per offrire a Dini il voto dei Comunisti Unitari (decisivo) per l'approvazione della manovra correttiva di bilancio. Mutatis mutandis, oggi siamo nella fase che allora vivemmo nel 1991: ad una forza finanziaria della nostra valuta, di cui sentiamo unicamente le controindicazioni, fa da contraltare la sua debolezza commerciale ravvisabile nella consistente perdita di potere d'acquisto registrata durante gli ultimi anni. Ed anche adesso ad accorgersene per primi sono stati quelli che si sono indebitati nel momento sbagliato. La storia, però, non insegna nulla, né in economia né in altri campi, ed oggi, a distanza di tredici anni da allora, con l'oro a 1.000 $, il petrolio a 110 $, l'Euro a 1.60 $ la domanda ritorna nuovamente sinistra: A che ora è la fine del mondo?
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