Secondo indiscrezioni di stampa starebbe per aprirsi una trattativa per la cessione della AS Roma, ad una cordata americana guidata dal finanziere magiaro Georg Soros. Il club giallo-rosso appartiene, dal 1994, alla famiglia Sensi che lo rilevò, in tandem con l'ex-socio Mezzaroma, da Giuseppe Ciarrapico. La AS Roma, peraltro, è anche una delle tre squadre di calcio quotate in borsa, dove vi sbarcò in un momento, calcisticamente parlando, infelice (la società rivale SS Lazio aveva appena vinto il campionato) ma estremamente azzeccato da un punto di vista finanziario (gli ultimi fuochi della bolla speculativa di allora) che permise il collocamento delle azioni allo stratosferico prezzo di 5,5 € (oggi prezza circa 1 € con una perdita di oltre l'80% dal valore del collocamento). La notizia, pertanto, potrebbe essere commentata sia dal punto di vista sportivo che da quello finanziario. In realtà ci sarebbe anche un terzo aspetto ed è quello che a me parrebbe il più importante anche se, ça va sans dire, sui media non se ne fa menzione. La notizia, come succede sempre in questi casi, ha acceso la fantasia della tifoseria romanista che già, per l'anno prossimo, sogna il remake del film già visto nel 1984 (finale di Coppa Campioni/Champions' League disputata giocata nel proprio stadio) ma, stavolta, con lieto fine. Le molte radio e TV locali che, al calcio cittadino, affidano il 90% della propria programmazione dibattono ininterrottamente della clamorosa notizia già dalla settimana scorsa ed il brain storming fra gli opinionisti alla vaccinara, supportati dalle colorite telefonatedellagggggente e dalle maildacasa, è già arrivato ad una conclusione inappellabile: la famiglia Sensi deve passare la mano. In caso contrario, Franco Sensi, passerebbe alla storia, non già come il presidente più vincente nella storia del sodalizio capitolino dopo Dino Viola, ma come "colui che per viltade fece il gran rifiuto", negando, in questo modo, alla AS Roma un enorme salto di qualità e le conseguenti magnifiche sorti e progressive che il finanziere magiaro saprebbe garantirle. I tifosi, tuttavia, non sono gli unici a sognare: se i supporters giallo-rossi sognano scudetti e coppe, i piccoli azionisti sognano l'OPA obbligatoria che, in caso di passaggio azionario superiore al 30%, Soros sarebbe costretto a lanciare ad un prezzo pari alla media fra il prezzo dell'azione in borsa durante gli ultimi 6 mesi e quanto pagato alla famiglia Sensi per rilevarne il pacchetto. Completa il quadro il particolare, tutt'altro che irrilevante, che la holding della famiglia Sensi (l'indebitatissima ItalPetroli) dovrà presentare alle banche, entro fine aprile, il piano di riassetto. Ad assistere i Sensi è sempre stato, ça va sans dire, Cesare Geronzi, ma stavolta, dopo la fusione UniCredit/CapItalia si dovrà trattare con Profumo che, su situazioni come questa, ha un approccio del tutto diverso rispetto al predecessore. Indiscrezioni da sala operativa parlano di un'offerta di 250 milioni di $ per il 66% della famiglia Sensi che Soros sarebbe pronto a mettere nel piatto e che scongiurerebbero la vendita parziale/totale del patrimonio immobiliare dei Sensi (compresa la residenza di famiglia in quel di Villa Pacelli) a rientro dell'esposizione di 370 milioni di €. Non un granchè se si ricorda che, 4 anni orsono, i russi di Hafta Mockoba erano pronti a sborsare 400 milioni di € per rilevare una società che allora aveva debiti per 250 milioni di €. Il dilemma, oltre ad essere cornuto ed amletico, prende pertanto una doppia piega: finanziaria e sociale. Di presidenti quotati in borsa e contestati dai tifosi, del resto, la capitale ne ha già uno: Claudio Lotito (sulla cui situazione già scrissi). Il discorso si allarga anche alla politica con le varie pressioni ai Sensi affinchè tengano Soros fuori dalla porta: alla moral suasion del CONI (il primo passo di Soros sarebbe quello di uno stadio di proprietà, relegando l'Olimpico -di proprietà CONI- ad una cattedrale nel deserto), si è aggiunta quella dei dirigenti dei club nordisti (che vedrebbero lievitare notevolmente i loro costi sia dei cartellini che degli ingaggi). Ci sono molti, davvero molti, vizi italiani ad intorbidare tutta questa vicenda. Il più evidente, ma non certo il più grave, è l'ingratitudine dei tifosi che non vedono l'ora di voltare pagina dando un frettoloso addio a chi, per portare la loro squadra ai livelli attuali, ha sacrificato la solidità patrimoniale del proprio gruppo. Si può essere certi che, ovunque, la reazione dei sostenitori non sarebbe stata diversa. I tifosi, in realtà, ripropongono, in salsa calcistica, l'ancestrale vizio italico di chiamare lo straniero a regolare i conti con il nemico interno che, in questo caso, assume le sembianze (in verità poco rassicuranti) di Galliani o degli altri dirigenti dei club del nord. Eppure, che non siano gli stranieri a cavarci le castagne dal fuoco combattendo al posto nostro le nostre battaglie -foss'anco solo calcistiche- dovremmo averlo già capito. L'acclamato liberatore Napoleone firmò in quel di Campoformido chiudendo la millenaria storia veneziana, e non fu l'unico a spartirsi l'Italia a spese di coloro che lo avevano invocato: bizantini ed ostrogoti, franchi e longobardi, francesi e spagnoli dimostrano che, presto o tardi, un accomodamento viene trovato alla faccia di chi sta sotto. Anche in questo caso lo straniero di turno farà i suoi interessi, ed in questo àmbito una prova sulla pelle degli italiani la diede nell'ormai lontano 1992 con una memorabile speculazione contro la valuta di una nazione in ginocchio: 3 anni dopo venne ripagato con una laurea ad honorem conferitagli dall'università di Bologna. La tifoseria in fermento per le rivincite che il futuro conducator farà prendere all'AS Roma sui club nordisti è troppo impegnata a sognare per meditare su alcuni particolari sui quali i media mantengono il più assoluto silenzio. I tifosi della maggica, da testaccio e dintorni, non troveranno posto nello stadio/teatro da 35/40.000 posti che ha in mente George Soros: all'Arsenal, che per questo motivo già detto addio al mitico Highbury, è bastata la metà degli spettatori per fare un incasso più che doppio rispetto a quello fatto registrare dal Milan negli ottavi di Champions'. Il che vuol dire prezzi mediamente quadruplicati e finalizzati, oltre a far cassa, alla selezione di un target di utenza con capacità di spesa ben superiore a quella dei burini dercommannourtrà che oggi acclamano via radio il novello salvatore della Patria giallo-rossa: il pubblico della Roma di Soros sarà fatto da persone benestanti per le quali attivare tutta una serie di servizi (ristoranti, merchandising, centri commerciali, boutiques griffate...) da affiancare all'offerta strettamente sportiva. Se poi il business andrà male la AS Roma sarà trattata da Soros come una qualsiasi operazione finanziaria sbagliata: si chiude la posizione in perdita e si passa a quella successiva. Qualora, nel frattempo, fossero arrivati, come i tifosi più esagitati auspicano: Cristiano Ronaldo, Ibrahimovic, Kakà, Drogba, Ronaldinho, Messi, Buffon etc etc; tutti con contratti quadriennali da 15 milioni di € (netti), che fine farebbe la AS Roma nel caso in cui Soros dovesse decidere che il gioco non vale la candela? Oppure, nel caso opposto, se l'operazione funzionasse Soros sarebbe l'apripista di una schiera di finanzieri apolidi che giocherebbero al subbuteo con i club italiani come già da tempo succede in Premiership dove, di inglese, vi è solo la valuta con cui vengono pagati i giocatori. Le radio e le TV che oggi inneggiano a Soros, anzichè montare i tifosi, farebbero meglio a riflettere su quanto dovranno pagare in più, rispetto a quanto pagano oggi, per poter continuare a parlare di calcio 24 ore al giorno. Lo "sfruttamentoderbrende" di cui spesso parlano, significa, in concreto, anche questo ed anche loro dovranno, obtorto collo, fare la loro parte in termini di "mijonideeuro", con cui si riempiono la bocca, da sborsare per poter primeggiare in Italia ed in Europa. Quello che dispiace maggiormente, tuttavia, non sono tanto le sorti del calcio italiano (già distrutto dai debiti e dai crack), quanto la simbologia che questa operazione coinvolge: la lupa che allatta Romolo e Remo ed il legionario romano; ossia due icone di quello che fu l'Impero per definizione che vengono svendute per una manciata di trofei da esibire ai tifosi avversari o di un'elemosina fatta sottoforma di OPA. "You can't buy history" gridavano 3 anni fa i tifosi della Kop ad Anfield Road mentre sul campo l'indebitatissimo Liverpool eliminava il Chelsea del miliardario Roman Abramovich dalla Champions' ed anche nei Balcani ci sono ancora cose che non si possono comprare: come la dignità e l'orgoglio di una nazione per la propria storia; per tutto il resto c'è Soros ed ora ha finalmente capito come e dove può investire i suoi guadagni di una vita fatta di speculazioni contro le valute deboli del pianeta.
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