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« Ronaldo in campoE' lì la festa [Parte Prima] »

L'uomo che uccise Slobodan Milosevic

Post n°57 pubblicato il 09 Maggio 2008 da MagoGandalf2006
 


"Siamo nel west e, se la realtà si scontra con la leggenda, vince la
leggenda".
Così si chiudeva il capolavoro di John Ford "L'uomo che uccise
Liberty Valance" nello stesso modo in cui, oggi, si chiude la
campagna elettorale in Serbia.
Il protagonista indiscusso, per l'ultima volta, è stato lui: Vojislav
Kostunica, ovvero colui che, 8 anni orsono, sconfisse Slobodan
Milosevic.
Macellaiogenocidacriminalediguerra etc etc, terrorizzò i Balcani
per un decennio molto più di quanto il villain DOC Lee Marvin riuscì
a fare nella tranquilla contea di Shinbone, finchè non venne
affrontato e battuto in un duello per le presidenziali, nell'autunno
2000, da Voja Kostunica.
Si affermavano così i valori dell'est, che prevalevano su quelli
del vecchio west ed anche nei Balcani, da sempre terra di frontiera,
le cose sono andate nello stesso modo, eccezion fatta per una
banale inversione politica dei punti cardinali chiamati in causa.
Nel vecchio west, dove vigeva la legge della colt, la propria terra,
l'onore e l'amicizia erano sacri: questi sentiment si trovano nella
Serbia delle campagne, nella Serbia del ricordo di Kosovo Polije,
nella Serbia sfrattata dalle regioni da sempre abitate da serbi
(Krajina, Slavonija, Kosovo...), oggi accampati alla meglio, e che
sognano tuttora l'impossibile ritorno, nella Serbia che guarda a
Mosca, cioè geograficamente ad est, e sono rappresentati
elettoralmente dal Srpska Radikalna Stranka che i sondaggi
stimano attorno al 35% e dal Socijalisticka Partije Srbije che, ad
oggi, varrebbe circa l'8% dell'elettorato serbo.
Entrambi gli ex-leader di questi 2 partiti, Slobodan Milosevic e
Vojislav Seselj, hanno fatto tappa al tribunale dell'Aja (il primo in
maniera definitiva mentre il secondo, oggi, è assai meno fiducioso
di quando si consegnò qualche anno fà).
A Bruxelles, al contrario, si bada al sodo: bando alla retorica
nazionalista e non ed al ciarpame annesso; ciò che conta sono i
visti d'ingresso, le privatizzazioni e gli Euro ovvero i valori che, sulle
rotaie della ferrovia, giunsero nel vecchio west per destabilizzarlo
ed archiviarlo.
Questa posizione è stata fatta propria dagli abitanti delle poche
grandi città, oltre alla capitale Belgrado, ed è portata avanti
dal Demokratska Stranka del presidente Boris Tadic, dal
G17 Plus una lobby autoreferenziale di personalitàillustri (e poco
scaramantiche) e dal Liberalno Demokratska Partija del giovane
(e chiacchierato) leader Cedomir Jovanovic che ha raccolto
l'eredità dell'Otpor, gli "studenti" contestatori di Milosevic.
A queste 3 formazioni politiche vanno aggiunte quelle
rappresentanti le varie minoranze che sperano, prima o poi, di
imitare Pristina: SanGiaccato, Vojvodina...
La sommatoria di tutti questi partiti -frattaglie comprese- tuttavia,
si dovrebbe attestare attorno al 40% pareggiando il conto con il
binomio SRS+SPS.
A decidere della contesa, pertanto, sarà ancora una volta lui:
Vojislav Kostunica che, forte del 13% del suo
Demokratska Stranka Srbije-Nova Srbija, sarà in grado di far
superare all'uno od all'altro schieramento quota 50%.
Voja, bisogna dirlo, ha onorato il suo ruolo: da capo del governo
uscente ha accusato il suo vice di tradimento ed il suo presidente
-nonchè ex-alleato di maggioranza- di infamia per la firma
dell'accordo di stabilizzazione con l'UE con cui Belgrado ha, de
facto, messo nero su bianco la perdita del Kosovo.
A tentare di vivacizzare una campagna elettorale moscia quanto e
più di quella per le presidenziali di inizio anno, tuttavia, non sono
bastate le solite notizie di scaramucce dal Kosovo, le solite sparate
del folkloristico Velimir Ilic, i soliti rumors sugli introvabili (o già
trovati?) Karadzic&Mladic o la solita raffica di cessioni di industrie di
stato serbe, fra cui anche la gloriosa Zastava al gruppo FIAT:
l'elettorato è ormai esausto mentre i politici hanno finito gli
argomenti e questo eterno dilemma serbo fra Mosca e Bruxelles
rischia di far finire la nazione balcanica come l'asino di Buridano.
Forse il nodo verrà sciolto proprio grazie al parlamento eletto
dopodomani, che sarà chiamato a ratificare o a rigettare l'ASA
firmata a fine aprile.
Ma, siccome sta per andare in onda l'ultimo atto, è tempo di dire
la verità: esattamente come Ransom nel film di John Ford non fu
Vojislav Kostunica ad uccidere Slobodan Milosevic.
Onnipotenti poteri occidentali lo colpirono mortalmente prima
e dopo quel duello che, nel 2000, ne determinò l'uscita di scena:
dapprima i media che lo avevano indicato come causa di ogni male
balcanico fin dalle prime battute della disgregazione della
ex-Jugoslavija, quindi le sanzioni e l'intervento della NATO ed
infine il TPI dell'Aja dove per Slobo calò la tela.
Slobo era davvero finito, come gli gridavano gli "studenti"
dell'Optor e Voja, novello Maramaldo, uccise un uomo morto
ponendo fine al regime della Sfinge dei Balcani.
Anche se, va detto, era un regime un po' sui generis quello di
Slobo: un regime in cui si svolgevano regolari elezioni, e non contro
candidati di comodo, ma contro avversari in grado di vincere come
fu Kostunica, ed un regime dove erano attive decine di radio, TV e
giornali d'opposizione finanziati copiosamente da ONG occidentali.
A Kostunica, pertanto, rimase la gloria dell'impresa compiuta da
altri: solo quella però perchè, operativamente, contò ben poco,
venne messo in un angolo fin da subito da Zoran Dijndijc poi, tolto
di mezzo quest'ultimo, da Boris Tadic a cui resse il sacco fino alla
conclusione dei negoziati sul futuro status kosovaro.
Tardivamente folgorato sulla via di Pristina divorziò da Boris Tadic
per riprendere alcune tematiche care al suo predecessore
utilizzando un linguaggio e dei toni che, per la verità, non si
sentirono mai pronunciare dal vocione roco di Sloba.
Non si accorse tuttavia che, anche grazie al suo contributo, nel
frattempo la Serbia aveva voltato pagina e glielo dimostrarono
subito gli incidenti successivi alla dichiarazione d'indipendenza
kosovara tramutatisi in occasione di shopping proletario di
carabattole occidentali da parte della gioventù belgradese cui poco
calava delle sorti della culla della storia serba preferendo andare
a manifestare davanti a Mediaworld contro la svalutazione del
Dinaro piuttosto che davanti all'ambasciata USA contro la
violazione della risoluzione 1244.
Alla fine l'epitaffio su tutta la vicenda porta proprio la sua firma:
"Gli USA hanno dato la linea e l'UE si è adeguata: ne fa le spese
la Serbia, che subisce quest'ingiustizia con dignità. Un'ingiustizia
che, se non noi, una generazione migliore della nostra saprà
riscattare." dichiarava dopo aver messo da parte gli slogan di
circostanza.
Questa, piaccia o meno, è la realtà nuda e cruda.... ma siamo nei
Balcani e, esattamente come nel far west, quando la realtà si
scontra con la leggenda vince la leggenda.

 
 
 
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