Si chiudono, stasera a Malaga, i campionati europei di pallanuoto. In àmbito femminile prosegue l'inesorabile declino del setterosa che, dopo 15 anni, scende dal podio europeo; mentre Spagna e Russia hanno scritto un nuovo capitolo del loro duello sportivo: si erano infatti già affrontati 2 volte, a livello maschile durante lo scorso autunno, nel basket e nel volley, ed anche stavolta, come accadde allora, la squadra padrona di casa e favorita della vigilia è stata sconfitta. Fra gli uomini, invece, la finale in programma stasera sarà metafora della vita di 2 stati esattamente come accadeva nel film di Nanni Moretti, in cui il protagonista -il giovane quadro del PCI alle prese con la "svolta" di Occhetto- rivisse i momenti chiave della sua vita nel corso di un'avvincente match di pallanuoto. Stasera, infatti, si giocherà, in quel di Malaga, la finale del campionato europeo di pallanuoto: da un punto di vista squisitamente tecnico la rassegna continentale vale quella planetaria giacchè, al di fuori dell'Europa, non vi sono altre squadre particolarmente forti. A contedersi il titolo saranno di fronte 2 squadre storicamente da sempre dalla stessa parte della barricata: Serbia e MonteNegro. Serbia contro MonteNegro è un controsenso storico, eppure, questo inimmaginabile scenario, diverrà realtà -fortunatamente solo sportiva- stasera alle 20:30. Chissà quanti e quali flashback potrebbero passare nelle menti dei giocatori durante la partita: da quelli storici, visto che Serbi e Montenegrini combatterono assieme contro i turchi da quel tragico giorno di San Vito del 1389 alla spianata degli uccelli neri fino alle guerre di inizio '900; a quelli personali visto che quasi tutti i giocatori hanno preso parte a tornei olimpici,europei e mondiali militando nella stessa squadra. Questa partita, è il caso di ricordarlo, cominciò ad essere giocata allorchè Milo Djukanovic, intrallazzatore della peggior specie, riuscì a battere, alle presidenziali del 1997, Momir Bulatovic (presidente uscente e fedelissimo di Slobodan Milosevic). Da quel momento i rapporti fra Serbia e MonteNegro precipitarono in fretta: Djukanovic benedisse l'intervento NATO della primavera '99 ed in seguito portò il paese adriatico sull'orlo della guerra civile (con la polizia fedele al governo indipendentista a fronteggiare l'esercito controllato dagli uomini di Bulatovic), il tutto per arrivare al solito referendum sull'indipendenza, formula già sperimentata con successo nelle altre repubbliche della ex-Jugoslavija. Fu così che, nel giugno 2006, il MonteNegro decise di andarsene per la sua strada ed una Serbia stanca e provata non trovò la forza per opporsi. C'è, peraltro, un precedente specifico: la Jugoslavija e la Croazia si ritrovarono di fronte, per la prima volta dopo la secessione di quest'ultima, nel 1996 alle olimpiadi di Atalanta proprio in un match di pallanuoto. Si trattava di un quarto di finale che, a sorpresa, si sarebbe aggiudicato la formazione della scacchiera per 8-6. Il lungo embargo sportivo contro la Jugoslavija era terminato l'anno prima, ma, agli europei di basket disputati ad Atene nel 1995, non ci fu il tanto atteso (e temuto) confronto diretto. Avrebbe potuto verificarsi solo in finale ma la formidabile Lituania eliminò i fortissimi croati, che schieravano Toni Kukoc e Dino Radja, in semifinale. Ci fu, in compenso, l'incontro ravvicinato durante la cerimonia di premiazione durante il quale i giocatori croati, che si erano classificati terzi, scesero dal podio e se ne andarono via al momento dell'esecuzione dell'inno jugoslavo. Siccome questa è anche storia di uomini e non solo di nazioni, vale la pena ricordare una piccola-grande storia di uomini che quell'indimenticabile rassegna continentale ebbe modo di narrare. A quell'europeo parteciparono anche 3 giocatori, tutti nati nel giro di 3 mesi a cavallo fra il 1966 ed il 1967 nella stessa città: Zenica, in Bosnia-Erzegovina, poche decine di Kilometri a nord di Sarajevo. Tutti e 3 erano cresciuti nel club cestistico locale, il Celik Zenica, dove avevano completato, di pari passo vista la comune età, tutta la trafila nelle giovanili. Erano un serbo, un croato ed un bosgnacco e, ça va sans dire, il primo era ortodosso, il secondo cattolico ed il terzo musulmano. Scoppiò la guerra ed ognuno andò per la sua strada. Vennero riuniti, sia pure per l'ultima volta, dallo sport visto che tutti e 3 presero parte a quell'europeo convocati in 3 selezioni diverse senza che nessuno di loro giocasse per la nazionale del paese nel quale era nato. Il croato era Ivica Maric, play che, in una squadra di stelle che stavano a guardare, cavò le castagne dal fuoco durante il quarto di finale contro l'Italia (che da solo valeva la qualificazione alle olimpiadi di Atlanta). Il bosgnacco era Teoman Alibegovic, pivot che scelse la Slovenija nella speranza di una carriera internazionale migliore di quella che la selezione del suo paese avrebbe potuto offrigli facendo, in campo sportivo, la stessa scelta che fece qualche suo antenato in campo religioso, più o meno per le stesse ragioni che mossero a tempo debito il suo avo. Il serbo era Zoran Savic, pivot dall'aspetto poco rassicurante e dalla grande presenza sotto i tabelloni. Non si incontrarono loro e non si incontrarono le loro nazionali: era l'anno di Srebrenica e dell'operazione Oluja ma forse, durante un time-out o prima di tirare un libero, tutti e 3 avranno visto passare, davanti ai loro occhi, il lampo di un flashback dei tempi felici delle giovanili del Celik Zenica; prima che l'inferno cominciasse e che il gorgo inghiottisse, oltre alla ex-Jugoslavija, centinaia di migliaia di vite umane ed i sogni e le speranze di un'intera gioventù. 13 anni dopo Danilovic, Djordjevic, Divac e di tutti gli altri di quella nazionale da sogno, oggi tocca a Sapic, Udovicic e Vujasinovic rivivere la stessa lacerante esperienza con la grande differenza che, stavolta, davanti, non ci sono i rivali croati ma gli ex-fratelli montenegrini. Più di Romania-Moldova o di Russia-Ucraina questo, anche e soprattutto questo, è Serbia-MonteNegro. Non solo pallanuoto: Nanni Moretti aveva proprio ragione.
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