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Georgia on my mind

Post n°63 pubblicato il 13 Agosto 2008 da MagoGandalf2006
 


Ogni situazione tragica presenta un suo lato comico e, in questo
caso, fa davvero uno strano effetto sentire George Bush che si
lamenta di una guerra: è un po' come se il Papa si lamentasse per
il Giubileo...
Purtroppo, quest'era di impazzimento collettivo non risparmia nulla
e nessuno: nemmeno l'inquilino della Casa Bianca che, in questo
frangente, raggiunge vette di umorismo involontario veramente
impensabili.
Comunque, per capire ciò che sta accadendo nel Caucaso e la reale
posta in gioco, è doveroso fare un passo indietro.
Alla dissoluzione dell'ex U.R.S.S., il Caucaso si confermò la solita
polveriera dando luogo a più di un conflitto.
Il più conosciuto fu quello russo-ceceno ma, nella stessa regione e
nello stesso periodo (primi metà degli anni '90) vi furono altre
guerre: quella fra Armenia ed Azerbaigian (per il controllo della
regione del Nagorno-Karabakh enclave armena interamente in
territorio azero), e fra Georgia da una parte contro Sud Ossetia ed
Abkhazia (province georgiane abitate in prevalenza da etnie
russofone) dall'altra.
Era l'eredità, in questo caso tutt'altro che gradita, dell'impero
sovietico, di cui la Georgia era stata per 70 anni una delle 15
repubbliche federate ed a cui aveva dato alcuni protagonisti di
primo piano della nomenklatura: Stalin (che all'anagrafe faceva
Ioseb Besarionis Dze Jughashvili) e Laurentij Berija, il suo braccio
destro nonchè capo della polizia segreta.
La Georgia ebbe notevoli vantaggi dall'avere avuto 2 suoi uomini
nella stanza dei bottoni nel momento storico più significativo della
storia sovietica: un po' per banale favoritismo e molto per calcolo
politico.
La Georgia venne, pertanto, favorita e non poco dal
rimescolamento di carte etnico che la leadership sovietica mise
cinicamente in atto e, nei suoi confini, vennero incluse intere
province abitate da altre etnie.
Tuttavia, finchè c'era l'Unione Sovietica, tali confini interni, per
quanto artificiosi, avevano unicamente valore amministrativo:
i conflitti scoppiarono tutti insieme quando le repubbliche federate
decisero di andarsene ciascuna per la propria strada.
Si tratta dello stesso film già visto nei Balcani con la dissoluzione
dell'ex-Jugoslavija: in particolare la situzione georgiana ricorda da
vicino quella croata.
Anche i croati, infatti, ebbero il loro Peppone nella stanza dei
bottoni per trenta anni e passa: fece anche lui le stesse cose del
suo omologo georgiano ovvero rimescolamento etnico ed
assegnazione alla repubblica federata di Croazia di territori
storicamente ed etnicamente italiani (Istria e Dalmazia) e serbi (Krajina).
Al momento del dissolvimento jugoslavo, Franjo Tudjman, si trovò
nella stessa situazione di Zviad Gamsakhurdia, il suo omologo
caucasico, dovendo fronteggiare la rivolta serba della Krajina
piuttosto che la rivolta russa in Abkhazia e Sud Ossetia.
La sproporzione militare diede inizialmente torto ad entrambi che
si videro espropriati dell'intera provincia da russi e serbi: da
quell'azione militare nacquero stati, non riconosciuti
internazionalmente ma, de facto, indipendenti dai poteri centrali di
Zagabria e di Tbilisi.
Tale intervento militare, al pari di quello ceceno, vennero ordinati
da Boris Eltsin, il democraticissmo presidente russo nonchè idolo
dei media occidentali che, fra una sbronza ed una privatizzazione,
guerreggiò in Caucaso quanto e più del suo antidemocratico
successore.
Al termine dei combattimenti venne dislocata sul terreno una forza
di interposizione, presente tuttora fino all'attacco ordinato dal
presidentissimo Mikheil Saakasvili venerdì scorso.
Mikheil Saakasvili, dal canto suo, venne portato al potere dalla
cosiddetta "Rivoluzione delle Rose" del 2003, uno dei tanti
movimenti eterodiretti da Washington attraverso cui vennero
defenestrati diversi presidenti e sostituiti con altri leaders più
graditi a Zio Sam.
Ne cito uno a caso: Slobodan Milosevic, deposto dalla "Rivoluzione
del 5 ottobre".
Mikheil Saakasvili, durante gli anni della sua presidenza, ha
investito quasi l'intero PIL del piccolo stato caucasico in spese
militari ed ha fatto carte false pur di entrare nella NATO: da venerdì
sono chiare a tutti le ragioni di questa politica.
Anche qui, come altrove, non è estraneo il petrolio: dal territorio
georgiano passeranno pipeline di un progetto statunitense volto a
ridurre il ruolo russo nella regione.
Solo una cosa continua a non essere chiara: l'attacco kamikaze di
Saakasvili è farina del suo sacco o gli è stato ordinato dal suo
datore di lavoro americano?
Sentire George Bush che si straccia le vesti parlando di "Integrità
territoriale inviolabile", di "Genocidio in atto" e di "Sovranità di uno
stato violata" può far sorridere amaro ripensando alle vicende di
Afghanistan, Irak e Kosovo, ma non aiuta a capire.
Non sarebbe la prima volta che gli statunitensi scaricano un
ex-alleato dopo averlo incoraggiato: basti a pensare a Saddam
Hussein che si suicidò, anche lui ai primi di agosto, attaccando il
Kuwait dopo aver ricevuto un ambiguo via libera da parte di
Washington.
Comunque sia, a Mikheil Saakasvili, non resta altro che la tattica
già usata da Tudjman -altra analogia con la situazione croata, ed
auguro ai russi che non ce ne siano altre...- che, a Napoli, sarebbe
definita "Chiagni e Fotti".
Ha già cominciato stracciandosi le vesti in mondovisione con, ben
visibile, la bandiera dell'UE (di cui ancora non fa parte) alle sue spalle.
UE che, proprio stamane, lo ripaga di ottima moneta presentando
un piano di pace che prevede, per le 2 regioni russofone, un
referendum dall'esito non difficile da prevedere e che deve
suscitare molto meno entusiasmo alla Casa Bianca rispetto ad
analoghi referendum tenuti a più riprese da Ljublijana a Pristina.
Così la Russia si avvia a vincere la partita più difficile: quella
diplomatica, perchè sul piano militare non ci poteva essere match e
Putin si guadagna, definitivamente, la nomination di "NuovoHitler"
con cui i media occidentali gratificano i leaders che intralciano i piani
di Washington.
Mentre USA ed UE se ne vanno per conto proprio, Mosca ritorce
contro l'occidente la sua stessa linea: chi di Pristina ferisce di
Tskhinvali perisce, un contrappasso inevitabile visto e considerato
il vaso di Pandora irresponsabilmente aperto a febbraio.

 
 
 
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