Ogni situazione tragica presenta un suo lato comico e, in questo caso, fa davvero uno strano effetto sentire George Bush che si lamenta di una guerra: è un po' come se il Papa si lamentasse per il Giubileo... Purtroppo, quest'era di impazzimento collettivo non risparmia nulla e nessuno: nemmeno l'inquilino della Casa Bianca che, in questo frangente, raggiunge vette di umorismo involontario veramente impensabili. Comunque, per capire ciò che sta accadendo nel Caucaso e la reale posta in gioco, è doveroso fare un passo indietro. Alla dissoluzione dell'ex U.R.S.S., il Caucaso si confermò la solita polveriera dando luogo a più di un conflitto. Il più conosciuto fu quello russo-ceceno ma, nella stessa regione e nello stesso periodo (primi metà degli anni '90) vi furono altre guerre: quella fra Armenia ed Azerbaigian (per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh enclave armena interamente in territorio azero), e fra Georgia da una parte contro Sud Ossetia ed Abkhazia (province georgiane abitate in prevalenza da etnie russofone) dall'altra. Era l'eredità, in questo caso tutt'altro che gradita, dell'impero sovietico, di cui la Georgia era stata per 70 anni una delle 15 repubbliche federate ed a cui aveva dato alcuni protagonisti di primo piano della nomenklatura: Stalin (che all'anagrafe faceva Ioseb Besarionis Dze Jughashvili) e Laurentij Berija, il suo braccio destro nonchè capo della polizia segreta. La Georgia ebbe notevoli vantaggi dall'avere avuto 2 suoi uomini nella stanza dei bottoni nel momento storico più significativo della storia sovietica: un po' per banale favoritismo e molto per calcolo politico. La Georgia venne, pertanto, favorita e non poco dal rimescolamento di carte etnico che la leadership sovietica mise cinicamente in atto e, nei suoi confini, vennero incluse intere province abitate da altre etnie. Tuttavia, finchè c'era l'Unione Sovietica, tali confini interni, per quanto artificiosi, avevano unicamente valore amministrativo: i conflitti scoppiarono tutti insieme quando le repubbliche federate decisero di andarsene ciascuna per la propria strada. Si tratta dello stesso film già visto nei Balcani con la dissoluzione dell'ex-Jugoslavija: in particolare la situzione georgiana ricorda da vicino quella croata. Anche i croati, infatti, ebbero il loro Peppone nella stanza dei bottoni per trenta anni e passa: fece anche lui le stesse cose del suo omologo georgiano ovvero rimescolamento etnico ed assegnazione alla repubblica federata di Croazia di territori storicamente ed etnicamente italiani (Istria e Dalmazia) e serbi (Krajina). Al momento del dissolvimento jugoslavo, Franjo Tudjman, si trovò nella stessa situazione di Zviad Gamsakhurdia, il suo omologo caucasico, dovendo fronteggiare la rivolta serba della Krajina piuttosto che la rivolta russa in Abkhazia e Sud Ossetia. La sproporzione militare diede inizialmente torto ad entrambi che si videro espropriati dell'intera provincia da russi e serbi: da quell'azione militare nacquero stati, non riconosciuti internazionalmente ma, de facto, indipendenti dai poteri centrali di Zagabria e di Tbilisi. Tale intervento militare, al pari di quello ceceno, vennero ordinati da Boris Eltsin, il democraticissmo presidente russo nonchè idolo dei media occidentali che, fra una sbronza ed una privatizzazione, guerreggiò in Caucaso quanto e più del suo antidemocratico successore. Al termine dei combattimenti venne dislocata sul terreno una forza di interposizione, presente tuttora fino all'attacco ordinato dal presidentissimo Mikheil Saakasvili venerdì scorso. Mikheil Saakasvili, dal canto suo, venne portato al potere dalla cosiddetta "Rivoluzione delle Rose" del 2003, uno dei tanti movimenti eterodiretti da Washington attraverso cui vennero defenestrati diversi presidenti e sostituiti con altri leaders più graditi a Zio Sam. Ne cito uno a caso: Slobodan Milosevic, deposto dalla "Rivoluzione del 5 ottobre". Mikheil Saakasvili, durante gli anni della sua presidenza, ha investito quasi l'intero PIL del piccolo stato caucasico in spese militari ed ha fatto carte false pur di entrare nella NATO: da venerdì sono chiare a tutti le ragioni di questa politica. Anche qui, come altrove, non è estraneo il petrolio: dal territorio georgiano passeranno pipeline di un progetto statunitense volto a ridurre il ruolo russo nella regione. Solo una cosa continua a non essere chiara: l'attacco kamikaze di Saakasvili è farina del suo sacco o gli è stato ordinato dal suo datore di lavoro americano? Sentire George Bush che si straccia le vesti parlando di "Integrità territoriale inviolabile", di "Genocidio in atto" e di "Sovranità di uno stato violata" può far sorridere amaro ripensando alle vicende di Afghanistan, Irak e Kosovo, ma non aiuta a capire. Non sarebbe la prima volta che gli statunitensi scaricano un ex-alleato dopo averlo incoraggiato: basti a pensare a Saddam Hussein che si suicidò, anche lui ai primi di agosto, attaccando il Kuwait dopo aver ricevuto un ambiguo via libera da parte di Washington. Comunque sia, a Mikheil Saakasvili, non resta altro che la tattica già usata da Tudjman -altra analogia con la situazione croata, ed auguro ai russi che non ce ne siano altre...- che, a Napoli, sarebbe definita "Chiagni e Fotti". Ha già cominciato stracciandosi le vesti in mondovisione con, ben visibile, la bandiera dell'UE (di cui ancora non fa parte) alle sue spalle. UE che, proprio stamane, lo ripaga di ottima moneta presentando un piano di pace che prevede, per le 2 regioni russofone, un referendum dall'esito non difficile da prevedere e che deve suscitare molto meno entusiasmo alla Casa Bianca rispetto ad analoghi referendum tenuti a più riprese da Ljublijana a Pristina. Così la Russia si avvia a vincere la partita più difficile: quella diplomatica, perchè sul piano militare non ci poteva essere match e Putin si guadagna, definitivamente, la nomination di "NuovoHitler" con cui i media occidentali gratificano i leaders che intralciano i piani di Washington. Mentre USA ed UE se ne vanno per conto proprio, Mosca ritorce contro l'occidente la sua stessa linea: chi di Pristina ferisce di Tskhinvali perisce, un contrappasso inevitabile visto e considerato il vaso di Pandora irresponsabilmente aperto a febbraio.
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