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LUZI, TESTO E ANALISI letteraria di 4 Poesie

Post n°316 pubblicato il 09 Febbraio 2015 da marialberta2004.1
 
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Maria Alberta Faggioli Saletti

Mario Luzi, I VERSI DAL 1935 AL 1965. Testo e analisi letteraria di alcune poesie: Oscillano le fronde, il cielo invoca, Marina,  Notizie a Giuseppina dopo tanti anni,  Come tu vuoi.

Marina

Che acque affaticate contro la fioca riva,/che flutti grigi contro i pali. Ed isole/più oltre e banchi ove un affanno incerto/si separa dal giorno che va via.//

Che sparse piogge navighi, che luci./Quali? Il pensiero se non finge ignora,/se non ricorda nega: là fui vivo,/ qui avvisato del tempo in altra guisa.//

Che memorie, che immagini abbiamo ereditate,/che età non mai vissute, che esistenze/ fouri della letizia e del dolore/lottano alla marea presso gli approdi/ o al largo che fiorisce e dice addio.//

Rientri tu, ripari a questa proda/ e nel cielo che salpa un pino stride/d’uccelli che rimpatriano, mio cuore (1949, da Primizie del deserto-1952, in M. Luzi, Tutte le poesie, Garzanti-Gli Elefanti, Milano 2003-2004, cit., p. 190).

 

ANALISI

La dichiarazione di Luzi, contenuta nell’intervista rilasciata nel 2001 (a Rai International online), rende più significativi questi versi: “Non ho scritto moltissimi versi con la complicità del mare. La mia acqua è più quella dei fiumi”.

Poesia da ascrivere alla corrente dell’ermetismo?  Non proprio, perché contiene la normale punteggiatura ed anche una metrica, con quartine di endecasillabi e versi alessandrini.

Il componimento inizia con una potente descrizione del grigio crepuscolo sul mare, quando paiono stanche (affaticate) le onde più vicine, quelle contro i pali della riva che ormai si distingue poco, mentre quelle più oltre, in moto ripetitivo attorno ad isole e a banchi di sabbia, destano una sensazione di vaga pena (affanno incerto).

L’interrogativo seguente riguarda una dimensione,che il poeta ci addita perché in essa si è sentito vivo, della quale però non ha idea temporale esatta. Per questo egli chiede a se stesso quali “piogge” e quali “luci” “navighi”, proprio perché consapevole che il “pensiero” se non immagina la realtà, la ignora e neppure la ricorda, anzi la nega. Ma la dimensione oscura si fa tempo-spazio che avverte in altro modo e lascia affacciarsi, labili e dolenti, le “memorie” di una vita vissuta chissà quando, o forse non vissuta da noi (“età non mai vissute”), ma di cui abbiamo ereditato le “immagini”. Il tema marino è metafora di elementi dell’immaginario umano, la parola è immagine, la “marea” ha analogie con l’esistenza.

Dopo i versi evocanti i pericoli della navigazione, e il rischio di naufragio (lottano alla marea presso gli approdi/o al largo che fiorisce e dice addio), in chiusura, vengono poste le sembianze dell’approdo, il porto con l’albero stridulo di cinguettii che riporta il cuore del poeta alle sue origini (e nel cielo che salpa un pino stride/ d’uccelli che rimpatriano, mio cuore).  

Giochi di colori grigi e di luci, in versi limpidi e struggenti, capaci di rivelare brandelli di anima, sottili tremori dello spirito, impalpabili suggestioni.

Poesia con il fascino dello “sguardo sospeso” di cui si è detto (v.nel blog, Mario Luzi, I versi dal 1935 al 1965, Dall’incantesimo dello “sguardo sospeso” al discorso con gli altri)che, se ci colpisce per il rarefatto sentimento dell’aspettare, nondimeno ci trascina in un mondo di visioni sconfinate, incantate, inafferrabili, e invita la nostra sensibilità a sollevare il velo del senso nascosto, a respirare, come fa il poeta, la nostra libertà interiore.

Riprendendo il dubbio iniziale, se si tratti di poesia ermetica, il confronto appare più naturale con L’infinito di Giacomo Leopardi dove la siepe e il vento su di lei destano nella mente del poeta l’infinità dello spazio e del tempo, mari nei quali è dolce annegare. 

 

 
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