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Reportages dimenticati

Post n°1388 pubblicato il 19 Ottobre 2020 da fedechiara
 

martedì 17 novembre 2009 - 07/10/2009 Vandea
Il 'Marais' è una vasto territorio piatto e, naturalmente, agricolo strappato all'Atlantico e si dà il caso, come a Niort, di cittadine che danno nome 'del porto' a una piazza pur se situate a 70 km in linea d'aria dalla costa atlantica e non se ne sente più l'odore di salsedine. Rimembranze storiche di paesaggi che mutano nei secoli.
Vi sono diversi 'marais' secondo la maggiore o minore vicinanza dell'oceano che li ha partoriti.
Il Marais Poitevin è, da secoli, una pianura attraversata da molti canali paludosi ricchi di rane e anguille - che vi servono arroste o fritte nei ristorantini piazzati a ridosso di storiche abbazie delle quali non restano che le mure perimetrali e i portali romanici in gran parte ricostruiti.
Non è un paesaggio di grande 'charme' - come pubblicizzano gli indigeni - almeno per me che vivo da sempre in un paesaggio lagunare e di piatte barene e canali, e la linea dell'orizzonte che unisce cielo e mare e li confonde in certe ore del giorno coi mutevoli colori a specchio.
Un tempo il piatto paesaggio agricolo era fitto di foreste - oggi sono ridotte a macchie sparse di querce e castagni - e tra quelle foreste si combatté una guerra 'di classe' sanguinosissima tra i 'bleues' fedeli agli aristocratici e al basso clero e i 'poignards' arruolati dai 'citoyens' parigini portatori del verbo rivoluzionario.
Una vera guerra, con agguati e battaglie campali, inizialmente vinta dai 'bleues' aristocratici, ma persa, infine, e a cui seguirono mattanze e bagni di sangue e chiese bruciate e castelli abbattuti e deportazioni e carcere e ghigliottina. E i preti pugnaci e sovversivi trattati alla stregua dei prigionieri comuni o peggio perché erano accusati di infiammare gli animi e ispirare la rivolta dei fedeli contadini.
E tutto ciò faceva seguito alle guerre di religione e alle persecuzioni dei protestanti che si presero, poi, le loro vendette e ne conseguì una diaspora di questi e di quelli verso le Americhe e la fondazione delle colonie nel Quebec.
Tempi di 'pietà l'è morta' in cui la religione era motivo di odio reciproco invece che di amore e 'fratellanza' - fratellanza che viaggiava, invece, nominalmente, sulle insegne dei rivoluzionari vittoriosi insieme a libertà ed eguaglianza.
Resta l'incognita del perché in questa regione di rane e anguille e paludi salmastre le parole d'ordine della rivoluzione non abbiano trovato seguito e consenso di popolo bensì radicale opposizione e perfino esaltata militanza e fede fino al martirio per la causa degli aristocratici. Stoltezza di fedeli succubi al verbo religioso? Speciali condizioni di vita e di privilegio concesse da aristocratici illuminati ai loro contadini? Difficile crederlo, in tempi di feudalità e tasse inique.
Resta il fatto che è dalle città delle evidenti miserie urbane che è scaturita la scintilla e il fuoco alto della rivolta e del verbo rivoluzionario. Parigi e Pietroburgo: 'morte al re' e 'abbasso lo zar'.
Oh, ca ira! ca ira! ca ira! e la sala della Pallacorda e quella della Convenzione e, due secoli più tardi, la convocazione dei Soviet operai e contadini.
I 'marais' oggi si mostrano vuoti a perdita d'occhio e solo grumi di mucche e qualche cavallo al pascolo li abitano e le casette colorate degli 'ostricari' lungo i canali e uccelli marini e gli aironi bianchi e cinerini. Solitudini e silenzi riempiti dal vento che soffia costante e un'idea di abbandono che stringe il cuore. No davvero, non sono questi i miei paesaggi del cuore.
L'immagine può contenere: albero, spazio all'aperto e natura
sabato 7 novembre 2009 - 04/10/2009 Il popolo dei sanculottes
Aubusson Limoges Angouleme
C'è un aspetto caratteristico della Francia 'citoyenne' e dei suoi quartieri più popolari che non notavo a Monaco di Baviera, neanche nelle periferie.
Sono i ritratti, i gesti, le espressioni gergali caratteristiche e sovente buffe del popolo che ha fatto 'la' rivoluzione: quella fondamentale (non la prima e, forse, neanche la più cruenta); quella che uccide un re con pubblica esecuzione e apre all'era moderna, abolisce i privilegi feudali, esalta la libertà abbinandola alla eguaglianza e alla 'fraternità' tra gli eguali e i 'citoyens' e la esporta per virtù di un popolo in armi in Europa e sparge i semi di altre rivolte e rivoluzioni e incredibili evoluzioni del quadro sociale e politico del secolo nuovo.
Non che a Monaco il popolo manchi di una sua espressività e gestualità e gergalità, anzi! forse è una questione di affinità, di 'cuginanza' e qui il pieno possesso della lingua che a Monaco, invece, mi ingessava - perchè quando in una 'Stube' ascolti i dialoghi incomprensibili in quella loro lingua dura e spigolosa ti sembrano tutti conferenzieri anche se parlano di cappelli e trine e merletti o di come si prolunga l'estate ancora calda.
Entro a bere un caffè ad Aubusson - un tempo capitale degli arazzi e della 'tapisserie' artistica - e osservo un gruppo di anziani che scambiano battute, ammiccano, ridono davanti al quartino di un buon rosso e schegge di formaggi stagionati: arguzia contadina, savoir vivre, nonchalance di un popolo che, diresti, si veste quasi per scommessa - giusto perchè andare in giro nudi non si può - e in sfregio alla loro capitale che è detta 'capitale della moda'.
Forse gli avi 'sanculottes' giravano senza mutande per una precisa scelta e coscienza di popolo, piuttosto che per l'estrema povertà che li spinse con le picche levate alla Bastille, chissà.
Nelle vetrine dei negozi di Aubusson osservo capi di vestiario orrendi e la maggioranza delle persone che mi sfilano accanto sono più ineleganti di me che vesto da viaggiatore.
Quando salgo alla cattedrale la trovo piena di popolo e, in fondo alla chiesa, il tavolo imbandito e le bottiglie di un buon brut locale di un ricevimento che si terrà in chiesa dopo la messa. Strano abbinamento: anima e corpo finalmente riuniti in una religione che sempre ha castigato i corpi e premiato le anime capaci di 'staccar l'ombra da terra' lasciandovi il corpo peccatore.
Chiedo a una signora che sorride e saluta chi entra se le chiese qui sono sempre così piene e ride e dice che no, che si tratta di un omaggio a una 'sorella' morta di recente e molto amata in città.
martedì 3 novembre 2009 Franca Siberia

Il gestore è un contadino rude e di poche parole. Mi serve la colazione con gesti essenziali e se non fossi io a parlargli e chiedere e dire finirebbe con un 'adieu' stitico e amici come mai prima.
Forse è imbarazzante un tete-à-tete, per lui che in questa sala - solo un mese fa - ospitava i piccoli gruppi caciarosi delle 'randonnèes' (escursioni) tanto amate dai francesi tra i boschi e le colline e i villaggi e i 'chateaux'.
Ha silenziato la sua tivù al plasma e le immagini sono quelle che avevo negli occhi una settimana fa: le Alpi bavaresi e del Salisburghese: i masi e i castelli turriti. 'Bello', gli indico. Annuisce. Gli chiedo di Limoges, capitale del Limosino e la liquida con due parole noncuranti . 'Ce n'est pas grande chose.'
Invece, mi racconta (evviva!) di quel villaggio della guerra ormai lontana nel tempo - forse una sua memoria dolorosa e che lo tocca da vicino. Forse ci aveva un parente, in quel villaggio bruciato dai tedeschi in ritirata con tutti gli abitanti chiusi nelle case e nella chiesa - le porte sbarrate dall'esterno e chi si buttava dalle finestre in fiamme lo mitragliavano.
Un martirio, un piccolo olocausto della 'Francia profonda', un suo giorno di maledetta apocalisse e i ruderi anneriti sono ancora lì, com'erano, a memoria e monito delle future generazioni.
Una violenza 'farouche' quella dei soldati tedeschi, ripetuta in tutti i luoghi della rabbiosa ritirata dove trovavano resistenza - così si legge in una lapide apposta dentro al cortile del municipio di La Rochelle.
Gli chiedo dei suoi viaggi ad est - dei quali parlano le molte 'matriosche' esibite dentro a una vetrina e nella mia camera - e dice che sono della moglie siberiana, regione dell'Altai, e nel dirlo ammicca e, per la prima volta, sorride. 'Sapesse come l'ho conosciuta.', azzarda, ma subito si arresta, come se gli fosse sfuggito di bocca, e io non oso chiedergli altro.
Quando scendo a salutare e consegnare le chiavi, mi apre una ragazza di non più di trent'anni, magra e timida, non bella. Mi invita ad entrare e, dov'ero seduto io, sta il marito, il rude contadino. Tiene in braccio un bambino di pochi mesi e lo allatta col biberon e mi guarda severo come se avessi violato un suo segreto.
Contadini franco-siberiani crescono: il futuro ricomincia ad ogni generazione nuova e chissà che mondo uscirà dal presente 'melting pot' nascosto perfino nei borghi più segreti della Francia profonda.
Alla curva della strada che mena alla statale un baio statuario e bello dei suoi giovani muscoli e della criniera chiara e lunga mi osserva fisso. Gli altri suoi compagni non mi curano, invece, e continuano placidamente a brucare. 'Bonjour', gli dico e scendo dalla macchina per carezzarlo e in risposta risuona alto un nitrito minaccioso.
E' così intensamente verde questa Francia agricola e varia di boschi e foreste e le ghiandaie volano a ciuffi fuori dalle ramificazioni fitte delle querce che il gran secco ha già fatto ingiallire.
'Troppo secco quest'estate.' mi confermava ierisera il contadino. 'Niente girolles e chanterelles. I pochi che trova li vendono a 23 euro al mercato. Mai visto prima'.

 
 
 
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