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Lauda delle terre alte.

Post n°2136 pubblicato il 27 Giugno 2022 da fedechiara
 

Lauda delle terre alte.

Io qui sono come il Kranebet, amaro d'antan che 'respira montagna'. Non lasciatevi ingannare dal nome complicato cimbro. Si tratta di 'grani amari' e macerazione di bacche di ginepro e radici alpine ed in effetti io sono come le ife dei funghi ipogei che si legano a quelle salutari radici e inter scambiano gli zuccheri, nell'immenso tessuto sotterraneo delle ramificazioni diverse che cuciono la varia superficie terrosa dei monti - e respiro a fondo le fragranze di ogni erba e dei rami resinosi e di ogni arbusto del sottobosco nel fresco mattino che ognora mi illude (oh Ermione) dell'eterno ciclo vitale.
Pagato lo scotto alla poesia dell'ambiente naturale che commuove e sommuove le emozioni profonde dei corpi e delle anime vi è da dire che le terre alte sono l'epitome del buon vivere e sano (in alto i cuori) e, di questi tempi di siccità e acque avare e fiumi in secca, avere nelle orecchie il costante crosciare delle molecole d'acqua sui sassi del letto del torrente che transita qui sotto offre l'illusione che il mondo sia ancora saldamente sostenuto sui suoi cardini e nessuna pandemia e/o guerra di Ucraina ci sconvolge e il nominarsi nei tiggi dei politici di ogni risma e ridicolo partito/ucolo neonato ci pare litania sciocca di un mondo a parte (a world a part), - un mondo di marziani e mefitici venusiani che presto si imbarcheranno sulle loro astronavi aliene e libereranno l'orizzonte degli eventi dalla loro malefica e asfissiante presenza (tié!).
E se gli avi valligiani uscissero dalle tombe fiorite e si aggirassero non visti nei paesi nuovi e nei meandri delle frazioni più alte e nascoste dal folto dei larici e dei faggi sarebbero fieri dei bis nipoti loro e degli architetti sapienti che quelle case hanno restaurato egregiamente, mantenendone l'antico aspetto dei bellissimi fienili (i 'tabià') e salvandone l'anima (il genius loci) con l'uso accorto delle assi di legno variamente colorate che rimandano all'antico e lo sfidano.
E questa valle era detta la valle della miseria dei valligiani mangiatori di sola polenta e che morivano nei manicomi di pellagra - e Sebastiano Vassalli, nel suo romanzo 'Marco e Mattio' ci descrive il canto triste e straziante che si levava, al tempo dei francesi occupanti, nella piazza di Belluno, di fronte al palazzo del podestà, dalla folla degli occupanti che protestavano invano per la fame atavica che provocava le allucinazioni di un banchetto pantagruelico che trasformava l'intero panorama dei monti in cibo:
'Se il mar fusse de tocio e i monti de po'enta, oh mama che tociade, po'enta e baca'à...'

 
 
 
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