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Giornalismo e molestie.

Post n°2888 pubblicato il 22 Novembre 2023 da fedechiara
 

Quando il giornalismo si fa molestia. 22 novembre 2021

Ho guardato fino in fondo il video di Selvaggia Lucarelli pubblicato integralmente su 'Domani', neonato foglio di punta e di forte battaglia politica della scuderia De Benedetti.
La giornalista, munita di cellulare, si aggira ai bordi della piazza dei no vax romani insistendo con i suoi molti 'perché' – che neanche i bimbi giunti alla fatale età dei ripetuti 'perché' che stizziscono i genitori, alla fine - e riceve robusti e rabbiosi inviti ad andarsene e a non molestare i presenti che si negano alle sue domande.
Perché 'molestare' direte voi. Bella domanda. Il discrimine è arduo da dimostrare, ma ci proviamo.
La giornalista è ben nota per le sue tesi politiche e vaccinali avverse, è una 'pro vax' ben conosciuta e i suoi scritti sono ficcanti e puntuti e sul suo profilo social e nelle pagine di stampa non lesina invettive e giudizi duri che 'levano la pelle'.
Si aggira guardinga sui bordi dell'arena a lei avversa, sa che la sua presenza è provocazione per gente incacchiata e allo stremo della loro battaglia 'di libertà' (qualsiasi sia il senso che vogliamo attribuire a questa parola) e affronta il rischio e la tenzone con i suoi interlocutori.
Non tutti sono 'interlocutori', badate bene, molti le rispondono a muso duro e la invitano ripetutamente ad allontanarsi.
Ecco è qui che scatta il 'fermo immagine' di un 'fare giornalismo' che rasenta la molestia.
La giornalista rintuzza i suoi avversari e afferma il suo buon diritto a fare il suo mestiere di giornalista, ma il dubbio che abbiamo è che il giornalismo non sia provocazione, non sia il pungolare la bestia in cattività (i no vax lo sono, privati di cinema e teatri e bar al chiuso e costretti a quotidiani tamponi per lavorare e vivere: da qui la rabbia).
La Lucarelli sa di essere di fronte a gente che non ha i suoi strumenti di indagine critica e la capacità di esporre con eleganza ed esaustivamente le sue ragioni e tuttavia cerca lo scontro, sempre più prossimo quanto più insiste a pungolare con i 'perché' retorici e pretestuosi, e si fa forte e leva alto lo scudo del suo dirsi 'giornalista che fa il suo lavoro'. Uno spettacolo para giornalistico che provoca un forte disagio.
Dubito/iamo che il lavoro del giornalista sia questo suo pungolare la bestia per averne patente di martire e vittima sui telegiornali il giorno dopo e abbiamo forti riserve su quei 'giornalisti di guerra' che vanno 'sul campo' e perdono la vita sotto il fuoco amico o nemico.
Ci sono modi, certo meno gloriosi, di fare i reporters di guerra che, tuttavia, riescono nell'intento di informare e dare conto dei fatti e degli eventi. E non credo/iamo che valga il prezzo della vita la foto da Pulitzer dell'ultimo partigiano morto o ferito in prima linea – come quella famosissima di Capa che lo coglie nel suo ultimo volo fatale prima dello schianto.
E le piazze dei no vax in guerra, si parva licet, sono state raccontate cento e cento volte, da quando si è voluto imporre l'odioso 'greenpass', e ce li hanno dipinti come suonati, poveri cristi decerebrati, e le loro ragioni dileggiate ad abundantiam con supponenza ed arroganza degne di miglior causa – e trascuriamo le vagonate di insulti e la creazione ad arte di fazioni guelfe e ghibelline pro e contro i vaccini sui socials e in tivù.
Giornalisti 'vil razza dannata'? Forse è eccessivo, ma una meditazione si impone. Ad maiora.

 
 
 
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