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Motti ambigui e beffardi.

Post n°1772 pubblicato il 27 Settembre 2021 da fedechiara
 

Che cosa può significare lo strano abbinamento di un famosissimo motto latino che tuttora campeggia sulla testata dell'Osservatore romano, ma trova(va) il suo misterioso equivalente nel campo di concentramento di Buchenwald – scritto a rovescio perché a leggerlo, beffardamente, fossero i morituri ivi rinchiusi?
Unicuique suum. 'A ciascuno il suo'. Che mai vorrà davvero significare, se una tale ambigua definizione si presta anche allo spaventoso rovesciamento di senso di 'Jedem das Seine' del campo di morte di cui sopra?
Ci spetta davvero qualcosa, in questo nostro mondo caotico e crudele e nel corso delle nostre vite delle più varie e diverse? Siamo creditori di qualcosa, che so: la fruizione libera e gratuita e impunita del pianeta, come ci rimprovera Greta, - che, quando non sorride, il guardarla è penitenza di molto maggiore delle 'tre pateravegloria' che recitavamo con sincera compunzione genuflessi di fronte al ligneo crocefisso e ne uscivamo bellamente assolti?
E chi più ha è tenuto a devolvere le proprie eccedenze a chi meno ha (o proprio non ha) – perché esiste un 'suo' dei ciascuno nascosti o poco visibili, un 'suo' del nostro prossimo globale poco o nulla tenente a cui Marx, Engels e Lenin predicavano il doversi liberare con forza 'dalle proprie catene' – ma, dopo tante rivoluzioni, ci siamo ridotti, agli inizi del terzo millennio, all'otto per mille della chiesa cattolica, che chissà come amministra il suo bel gruzzolo, data l'elefantiasi istituzionale di cui soffre?
E, certo, i prigionieri di Buchenwald distoglievano lo sguardo dalla beffarda scritta sovrastante il cancello di ingresso perché mai hanno accettato che il 'Seine' - il 'loro' dovuto a ciascuno dei reclusi e morituri stancamente deambulanti tra le baracche - dovesse essere quella condanna incomprensibile ed atroce, quella riduzione del loro stato di esseri umani a carne da macello e grasso da sapone in virtù della vittoria militare dei loro malvagi oppressori.
E, nel mio piccolo, anch'io spesso mi interrogo su cosa effettivamente sia il mio dovuto, quella piccola parte di riconoscimento ad personam di uno stato di diritto niente affatto certo e tutto e sempre da rivendicare per ottenerne una ragionevole, bastevole porzione (vedi le lotte operaie nelle fabbriche che chiudono) – ed è triste dover convenire che 'niente è per sempre' e che, se sono in troppi a chiedere e premere ai confini ben difesi dal filo spinato, qualcuno presto apparirà di là del muro con i cani e il taser e i manganelli a ricordarci che 'a ciascuno il suo' è un motto tutto e sempre da interpretare e, in certi contesti, pure un filo beffardo, ahinoi.

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