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I casi della vita

Post n°648 pubblicato il 27 Aprile 2007 da nimriel
 

Chiamiamole coincidenze. Ogni tanto accadono e io qualche giorno fa mi trovavo al supermercato per comprare le mie quattro carabattole giornaliere quando all’improvviso, mentre ero in fila per pagare, mi volto e la vedo.

Sempre uguale, forse un po’ invecchiata o forse no dato che era sempre un po’ sembrata una vecchina.  Avanzava alla mia sinistra con il carrello della spesa mezzo vuoto, la cui metà piena era in gran parte occupata da un trolley verde militare. Comunque, in ottima forma.

Impossibile non riconoscerla.

I soliti occhiali scuri da sole sul naso a becco, il volto affilato e scavato incorniciato in un candido fazzoletto da nonnina-befana, il corpo scheletrico abbigliato con una buffa combinazione di capi chiaramente assortiti a casaccio, il cui risultato finale tendeva al naif.
L’andatura era quella che ben ricordavo: lenta, esitante, pensosa, ad imitazione di un trampoliere timido e scarsamente nutrito.

Erano anni che non la vedevo più e proprio in questi giorni mi ero chiesta che fine avesse fatto. Strana donnina che, per una vita, avevo incontrato lungo la strada di casa, mentre camminava lentamente sul bordo della via, carica di due buste della spesa che tanto sembravano pesare, appese com’erano alle sue braccia esili esili, lunghe lunghe, penzolanti ai lati di un corpo che immancabilmente mi faceva venire in mente le immagini dei deportati dei campi di sterminio. immagine
La si poteva incrociare ad ore diverse della giornata ma, sempre con le stesse buste, con lo stesso passo, sullo stesso percorso, con lo stesso impermeabile e la stessa pezzola sulla testa. E anche il mio pensiero era sempre lo stesso: quale sarà stata la sua storia.

Tutto ciò per anni, fino a che mi sono resa conto di non averla più vista e ho pensato che, forse, quella cara donnina non c'era più e, nel mentre, sentivo gli angoli della mia bocca calare all’ingiù, in memoria di una figura familiare della quale non avevo mai saputo niente più che, a suo modo, aveva un po’ fatto parte del mio cammino.

Cara vecchina, magra magra, vecchina anche da giovane, perché in fondo eran quasi trent’anni da che l’avevo vista camminare, per la prima volta , con le sue buste.

Ma la cosa buffa è che da qualche mese ho iniziato ad incontrare, lungo lo stesso percorso,  seppur in un tratto diverso, un’altra donna che non poteva non ricordarmi lei.

Potrebbe essere sua figlia o una versione più giovane di lei.
Anch’essa magrissima, perfino con lo stesso passo lento e pensoso ma costante e con la particolarità di indossare sempre, d’inverno, un cappello a cloche con visiera di pannolenci rosa e di portare con sé, sempre, un ombrello, anche quando la giornata è splendida e tutto può essere tranne che piova.

L’ultima volta che l’ho vista è stato qualche giorno fa.
Ci saranno stati 26° e per la prima volta non aveva il suo cappello rosa. Mi è sembrato indossasse una tuta e il suo passo m’è parso un po’ più atletico e deciso del solito. L’ombrello andava a ritmo.
L’ho trovata bene insomma e come ogni volta ho subito pensato alla mia donnina delle buste, dedicandole mentalmente un saluto affettuoso.

Magari un giorno fermerò la signora dell’ombrello e con una scusa qualsiasi ci attaccherò bottone; che so, le potrei chiedere la strada, o una cosa qualsiasi, tanto per fare più concretamente capolino nella sua vita e capire perché mai all’ora di pranzo, secca rifinita com’è, invece di starsene seduta a metter su ciccia, cammini lentamente lungo una strada di semi-campagna, addobbata come un’inglese un po’ eccentrica e svalvolata.

Però sono stata proprio contenta di aver visto spuntare nuovamente la donnina delle buste. Mi fa davvero piacere che non abbia tirato il calzino, alla faccia di quell’aria di incredibile fragilità che mi faceva temere di vederla crollare al suolo, di schianto, come un burattino al quale vengano tagliati i fili all’improvviso.

Sta a vedere che ci seppellirà, tutti quanti...

 
 
 
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