Creato da OltreSantiago il 23/08/2008

Oltre Santiago

«Il pellegrino è colui che cerca, accettando l’incalcolabile rischio di trovare davvero. Perché trovare significa non essere più quello che si era prima. E’ cambiare. E’ morire. Per rinascere».

 

 

« Incipit *La presentazione del libro »

Salvatore

Post n°15 pubblicato il 04 Dicembre 2008 da OltreSantiago

Posto l'ultima emozione legata al libro ma soprattutto al Cammino.
Stasera, mentre assolvevo ai miei compiti domestici, che tradotto vuol dire preparare spaghetti aglio, olio e peperoncino ( son tornato a casa alle 19.50 e quindi la truppa per una sera può anche accontentarsi no?), è squillato il mio cellulare.
Dall'altra parte: "Ciao, sono Salvatore".
Ci siamo conosciuti durante i rispettivi primi giorni di Cammino, una sera a Roncisvalle. Ci siamo rivisti poi a O'Cebreiro. E non ci eravamo più sentiti.
L'ho rintracciato io, abusando della cortesia del mio collega che comanda la Stazione dei Carabinieri nei dintorni di Milano dove lui abita, che gli ha fatto avere un mio biglietto con i miei recapiti. Sono stato felice di risentirlo, abbiamso (ri)stabilito un contatto e ci sentiremo ancora.
il cognome di Salvatore, nato a Palermo, è Borsellino.
Suo fratello si chiamava Paolo, era un magistrato, ed è morto in un attentato mafioso il 19 luglio del 1992, mentre andava a trovare la sua anziana mamma. Io allora ero un giovane Carabiniere, e quel giorno, solo nella mia stanza di una caserma dell'Umbria, ho pianto.
Questo è il passaggio del libro dove racconto dell'incontro con Salvatore:

...
A Roncisvalle mi sono sistemato all’ostello. A cena, prenotata alla vicina locanda, alle 19, ho ritrovato la coppia di signori francesi e la signora bergamasca che avevo visto in treno. Poi c’era la ragazza di Milano (credo si chiami Alessandra) che ha dormito al rifugio di Saint Jean ed una ragazzetta di Brescia. Poi, c’era Salvatore: quando ho scoperto che era il fratello di Paolo Borsellino mi è venuto da piangere.

Credo sia nata in quel momento la mia nuova dimensione emotiva, quella che vivo ora. Tutto quel che avevo dentro, tutta la sensibilità che indiscutibilmente era già parte di me, ma che altrettanto indiscutibilmente avevo serrato nel cuore e nella mia anima, impedendole di manifestarsi sempre e comunque, da allora, invece, viene fuori. E piango quando mi emoziono. E me ne sbatto del mondo, se il mondo mi vede piangere.

Prima delle otto si sono alzati tutti per andare a messa: io ero indeciso, avevo programmato di trovare un angolino per sedermi a scrivere approfittando delle ultime ore di luce del primo giorno di cammino. Li ho lasciati andare, ho tergiversato qualche attimo con i miei pensieri, a tavola, ho preso un caffè e solo dopo un pò sono uscito anch’io dalla locanda. Ma quando sono passato davanti la chiesa non ho potuto fare a meno di entrare. Un richiamo irresistibile. Dopo undici anni ho fatto la Comunione, non la prendevo dal giorno del mio matrimonio.

Non ci avevo pensato, preparando frettolosamente e bruscamente il Cammino, all’aspetto religioso, alla fede. E’ sempre stato strano il mio rapporto con Dio, è sempre stato molto particolare. E la messa di quella sera, a Roncisvalle, rappresentò qualcosa di veramente intenso, qualcosa che senti dentro al petto. Accadrà altre volte, durante il viaggio verso Santiago. Ed alla fine è in una chiesa, vuota, che crollerò emotivamente, prima ancora di vedere all’orizzonte le guglie della cattedrale. Da allora, entro nelle chiese quando sono vuote. Tornato dal Cammino, l’11 settembre, l’anniversario del mio matrimonio, cadeva di domenica. Mi alzai, quella mattina, mi vestii a festa, feci la barba con maggiore cura: volevo andare a messa dove ci eravamo sposati. Solo che quella mattina, al contrario di 11 anni prima, non c’erano funzioni, sebbene ci fosse lo stesso bellissimo sole. Lo interpretai come un segno del destino: la chiesa era aperta ma vuota. Vuota come ormai è necessario sia una chiesa perché io riesca a parlare con Dio. Mi sono seduto al primo banco rivedendo negli occhi, velati dalle lacrime, il film del mio matrimonio.

Mi ha convinto il prete che stava celebrando la “Messa del pellegrino”, quando ha detto, prima in francese e poi in spagnolo, che la comunione poteva farla chi si sentiva nella giusta condizione spirituale.

Prima in francese e poi in spagnolo. Accadrà ancora, durante il Cammino, di comprendere senza sforzo cose dette in una lingua che non conosco. Del perché, me lo spiegherà mesi dopo una ragazza conosciuta in Cammino, una strana sera. Davanti ad una amatriciana in un ristorantino al centro di Roma, quando lei venne a nella capitale e mi cercò: «Perché a volte – mi disse – non si ascolta con un solo senso, si ascolta con tutti i sensi. Ma soprattutto si ascolta con il cuore ».

Al momento del ringraziamento sono stato capace solo di piangere, appoggiato ad una colonna di pietra che mi ricordava Santa Maria, la mia chiesa.
Poi, alla fine, il prete ha chiesto a tutti i pellegrini di avvicinarsi all’altare. Le luci si sono spente, un sacerdote ha cominciato a suonare l’organo e si è illuminata solo la statua della “Vergine del Cammino”: ha impartito a tutti noi una benedizione speciale, ripetendola in sei o sette lingue. Ho pianto ancora senza vergogna, ho pianto serenamente. Sono uscito per ultimo, quasi, dalla chiesa e volevo cercare un posto per scrivere. Appena fuori dalla collegiata, però, c’era il gruppetto della cena, usciti anche loro dalla stessa messa. Mi sono unito a loro. Mentre chiacchieravamo, con gli occhi ancora gonfi per il pianto e la stanchezza fisica, ad un certo punto sono arrivate due macchine della Guardia Civil e hanno fatto un posto di blocco: mi sono avvicinato per chiedere se potevo fare una foto con loro ma mi hanno risposto, gentilmente ma fermamente, no. Ho stimolato la curiosità degli altri, e così mi hanno quasi costretto a dire loro che il motivo dell’interesse era legato alla mia professione, che sono un maresciallo dei Carabinieri e che ho avuto modo di lavorare in Italia con la Guardia Civil per una indagine su alcuni baschi sospettati, a Roma, di essere terroristi dell’Eta. Salvatore è intervenuto nella discussione, sostenendo che lui e la sua famiglia hanno un debito di riconoscenza verso Polizia e Carabinieri. Gli ho risposto, mentre sul capannello che avevamo formato era calato un silenzio incredibile, come se intorno a noi non ci fosse altro che i Pirenei, che «siamo noi, è questo Paese, ad essere in debito, e lo rimarremo per sempre, nei confronti di tuo fratello». Si è avvicinato a me, e dopo aver premesso che stava facendo una cosa che faceva solo con sua madre, mi ha abbracciato e baciato.
Ci siamo emozionati tutti.

Incontrai ancora Salvatore, il giorno che arrivai in cima a O Cebreiro. Lui era lì dal giorno prima, non aveva camminato per una tendinite, ma all’indomani avrebbe ripreso lo zaino in spalla. A Santiago lo avrebbe atteso la moglie e da lì sarebbero partiti insieme per stare finalmente qualche giorno insieme. Io dovevo proseguire, non c’era posto per dormire nemmeno sulle scale. Andandomene dal rifugio ripensai all’amore che traspariva dalla parole di Salvatore quando parlava della moglie. Piansi. E solo ora, rileggendo il mio diario, mi rendo conto che il 19 luglio, il giorno in cui Salvatore aveva incominciato il suo Cammino, era l’anniversario della morte di suo fratello.
...

suerte sempre, para todos
Gianluca

 
 
 
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A questo link è possibile vedere, tra le altre cose, il video della presentazione del libro. Molto interessanti gli interventi di Ermanno D'Onofrio, che ha focalizzato il suo intervento su cinque aspetti che emergono dalla lettura del libro (famiglia e genitorialità,emozioni, spiritualità, condivisione, essenzialità) e Maurizio Lozzi (il viaggio come trasformazione e ricerca della verità).
C'è anche una rassegna fotografica e una (per ora scarna, dovranno inserire ancora articoli e interviste) rassegna stampa.

http://www.artdigitalstudio.net/gianlucavideo

 

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