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[ Signore e servi...signori e padroni ]
Post n°214 pubblicato il 20 Settembre 2009 da orta0
Dal Vangelo secondo Marco 9,30-37
In questo vangelo di oggi, dopo un annuncio così tremendo, i discepoli parlano di chi fra di loro è il più grande (9,30-37). Dopo il terzo annuncio, Giacomo e Giovanni, si avvicineranno a Gesù e gli chiederanno una cosa incredibile: “Di stare uno alla destra e uno alla sinistra nel suo regno”. E anche lì, molto similmente ad oggi, Gesù dovrà richiamarli e dirà: “Chi vuol essere grande tra di voi si farà vostro servitore e chi vuol essere il primo tra di voi sarà il servo di tutti” (10,32-45). Gesù è stato un uomo che ha familiarizzato con la morte; domenica scorsa anche questa domenica ne riparla. Gesù per tre volte in maniera forte ritorna sulla possibilità della morte e della sua morte. In Gv Gesù farà un discorso lungo addirittura cinque capitoli (Gv 13-17, il discorso d’addio) per preparare e prepararsi a quest’evento. Lavorare sempre, fare sempre, pensare sempre, è un antidoto contro la paura della mia morte. Molte persone dicono: “Per carità, non pensiamo a queste cose; non chiamiamo la sfortuna; via via con questi pensieri negativi”. Ma è la realtà, è la vita, è la tua vita. Tu vivi e tu morrai. Stevenson in una sua poesia dice: “E non ti sembra assurdo/quando il cielo è limpido e azzurro/e mi piacerebbe tanto giocare/dover andare a dormire di giorno?”. La morte è angosciante, è una realtà che vorremmo che non esistesse, che non ci fosse. Ma c’è! Eppure morte e vita sono due aspetti della stessa medaglia. Quando si vive, lo si sa, si muore. Il giorno in cui siamo nati abbiamo iniziato il nostro cammino verso la morte. Non si può vivere profondamente senza confrontarsi con questa realtà. Chi vuol vivere deve sapere, deve essere consapevole che vivere è morire (e morire è vivere). Jung dice: “Un uomo che non si ponga seriamente il problema della morte e non ne avverte il dramma è un uomo che ha bisogno d’essere curato”. Un confronto profondo e vero con la morte ti fa vivere in maniera più intensa. Il doloroso confronto con la mia fine sviluppa in me la saggezza della vita e del vivere. Il filosofo Montaigne diceva: “Chi insegnerà all’uomo a morire, gli insegnerà anche a vivere”. Se oggi fosse l’ultimo giorno di vita, cosa faresti? Sistemeresti la casa? Puliresti il bagno? Ti preoccuperesti del tasso dei tuoi soldi in banca? O cercheresti di stare con chi ami? Di gustare fino in fondo tutte le ore? Vedi cosa è essenziale? Ricordatelo sempre, ogni giorno e ogni ora. La morte è la “grande livella” che rende tutti uguali, che tocca a tutti, ricchi e potenti, poveri e inermi. Una volta il re di Macedonia, Alessandro Magno, incontrò il filosofo Diogene, tutto intento ad osservare con grande interesse un mucchio di ossa umane. “Che cosa state cercando?”, domandò Alessandro. “Una cosa che non riesco a trovare”, rispose il filosofo. “Che cosa?”. “La differenza tra le ossa di vostro padre e quelle dei suoi schiavi”. Godi dei piaceri della vita. Quello di cui non godi oggi, domani non lo farai. Allora: non temere di berti una birra, di mangiare una pizza, di andare al cinema, di vivere l’intimità dell’affetto e dell’amore, di viverti la natura, la montagna e il mare. Gusta e assaggia ciò che puoi e sii felice. E penso che fra cento anni certe cose non potrò più farle, allora mi concedo il permesso di farle e di vivermele subito. E non è un problema se qualcuno “tira il naso” o non è contento. C’è solo una vita, passata questa, è passato tutto. Perché chi vive veramente non teme di morire. E’ solo chi non ha vissuto che ha paura di morire, che non vuole morire. Ed è ovvio: non ha mai vissuto e la morte gli sembra il nemico più terribile perché la morte pone fine a tutto quello che non ha fatto. Vado a casa dai miei figli e dico loro quanto siano preziosi e quanto è bella la loro presenza e cosa sarebbe la mia vita senza di loro. E li ringrazio per tutto ciò che mi hanno portato, dato e per la felicità che grazie a loro ha abitato nel mio cuore e nella mia casa. E non m’importa se a volte è stato faticoso. Vivi per qualcosa che abbia un senso profondo. Il fatto è che il tempo è limitato. Solo l’onnipotente vive come se fosse eterno, come se non morisse mai, e quindi sempre fa', lavora e agisce di continuo, ossessivamente. Se muoio, se i giorni finiscono, devo trovare un significato profondo per la mia vita. La mia vita dev’essere un dono. Se devo essere un frutto che nessuno mangia allora non servo a niente; allora vivere o non vivere è la stessa cosa. Voglio essere un frutto che altri potranno mangiare, allora mi sentirò utile, importante. Allora anche se muoio, non morirò invano. Il giorno in cui siamo nati avremmo pensato: “Oddio che sta succedendo? Dove stiamo andando? No, no, no, non voglio uscire, non voglio lasciare questo mondo, si sta così bene qui dentro! Oddio, è la fine!”. E invece no, era l’inizio della vita. Mi fido e sento che sarà così. Finché Gesù sta parlando della possibilità della sua morte – e capite che angoscia che aveva dentro – che fanno i suoi amici, i discepoli? Discutono su chi fra di loro possa essere il più grande, il migliore. Allora Gesù si deve sedere, deve cioè interrompere il suo cammino, il suo andare, perché per quanta strada facessero i discepoli erano ancora indietro e belli fermi. E deve dire: “Se uno vuol essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”. Poi prende un bambino e lo abbraccia: “Quando accoglierete un bambino, accoglierete me e mio Padre”. Il bambino, dobbiamo calarci nel contesto culturale di quel tempo, non aveva nessun diritto. Il bambino era l’ultimo di tutti. Dietro ad un bambino non c’era nessuno. Non aveva potere, non poteva parlare, non poteva dire la sua, doveva solo ubbidire. Il bambino era l’ultimo. Allora: se tu accogli un bambino, che è l’ultimo, tu accogli tutti (gli altri che stanno più avanti). Se tu sei l’ultimo (così come il servo è a servizio di tutti) non sei superiore a nessuno, non ti metti più su di qualcuno, non ti ritieni di più o migliore di nessun altro: sei l’ultimo. Ma essere gli ultimi non vuol dire sentirsi inferiori, né rifiutarsi, né denigrarsi o disprezzarsi, né essere quelle persone servizievoli che si umiliano per gli altri e che si ritengono indegni di tutto. Voi non siate padroni così: siate servi perché nessuno vi è inferiore (né superiore). Il servo è colui che rispetta tutti, che lascia liberi, che non vuole gestire gli altri per i propri interessi. Il servo non è colui che si umilia ma colui che si può chinare su tutti perché non si sente superiore a loro. L’amore non ha bisogno di dominare, perché dominare è possedere. Se io ho bisogno di mettere in rilievo la mia superiorità allora vuol dire che sto nascondendo la mia inferiorità e che la camuffo con il bisogno di superiorità. Ma attenzione: dominare non è solo fare ma anche non fare quando ci sarebbe da fare. Alle superiori un nostro compagno venne accusato di aver danneggiato uno strumento molto costoso dell’aula di fisica. In realtà noi sapevamo che non era stato lui e sapevamo bene chi era stato. Poiché era antipatico a tutti noi, nessuno di noi intervenne e fu punito con una sospensione dalla scuola. Potere, allora, non è solo fare qualcosa ma anche non fare quello che si potrebbe fare. Pur non facendo niente e sebbene lui non sapesse che noi lo stavamo condannando (noi ci difendemmo dicendo che non sapevamo niente – e invece – sapevamo!) abbiamo permesso un’ingiustizia. Lo sentivamo inferiore a noi e appena abbiamo potuto gliel’abbiamo fatta pagare. Nessuno poteva dirci niente, ma la nostra coscienza sapeva! Chi ti fa inferiore, vuole farti uguale a sé.
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Nella penombra,Egli saprà farsi sentire
Saprà farsi ascoltare.
In quei momenti non avrai freddo
Ma sentirai la pelle d’oca,
sentirai nel tremolio della fiamma
il volteggiare delle Sue ali,
sentirai nel calore della fiamma
il Suo alito baciare il tuo viso.
Egli sorriderà hai tuoi sogni
E veglierà il tuo sonno.!
( michael)
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Orme di piedi
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