Il mio tempo libero!
Stare lontano dal male e fare del bene..... nel silenzioso cammino!
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Post n°220 pubblicato il 02 Ottobre 2009 da orta0
L’amore per gli altri nasce solo dalla consapevolezza dell’amore ricevuto. Solo chi sente, si rende conto, percepisce, quanto Dio, la Vita lo ami, può fare altrettanto. In fin dei conti si dà solo ciò che si ha. E se hai ricevuto poco amore, quello hai da dare, di più non puoi. Il sacramento della confessione è il sacramento dell’amore di Dio: “Nonostante tutto questo (i peccati)… Dio ti ama lo stesso; guarda che il suo amore è più grande di tutto questo. Senti il suo amore su di te”. Noi, invece, l’abbiamo ridotto, a volte, al sacramento dell’umiliazione e della paura. Basta chiedere alla gente cos’è la confessione (già questa parola dice tutto!): “Dire i peccati”. E, invece, no: “E’ ricevere l’amore di Dio”. Il centro non è la confessione ma la riconciliazione; non i nostri peccati ma il suo amore. Il problema, però, è che l’uomo liberato, perdonato, non prova nessun sentimento. Non sente cosa gli è stato fatto. Non c’è nessun verbo che dica il suo stato d’animo, la sua felicità, la consapevolezza del dono ricevuto.
Ma chi non prova sentimenti è capace di tutto; chi non prova sentimenti può diventare cinico, spietato e dire: “Quel che è giusto è giusto!”, e nascondersi dietro le regole che lo permettono. Tutti noi proviamo delle emozioni: quello che succede produce delle vibrazioni dentro di noi. Non tutti, poi sentono le proprie emozioni. Infatti l’e-mozione (in latino e-movere, movimento da dentro) non è il sentimento (sentire). Il sentimento è la percezione, la consapevolezza dell’emozione. Alcune persone dicono: “Io non provo nulla!”. E’ vero e non è vero: tu non senti nulla, non che non ci sia nulla dentro di te. Ma è proprio questo il problema: tutti hanno emozioni. Ma cosa succede se un’emozione non può essere espressa? Cosa succede se un’emozione non si può sentire, non può giungere alla consapevolezza? Cosa succede se non si può manifestare il proprio dolore, la propria sofferenza? Succede che te lo tieni dentro. Succede che lo prendi e lo metti da qualche parte per non sentirlo. Così ti corazzi, diventi insensibile, impermeabile. E ti sembra di star bene, di aver superato certe cose, che certi dolori sono passati, lontani: non ti riguardano. La tua rabbia la prendi e la metti in qualche cassetto. Così non ti fa più problema e non ti fa più male. Non ti fa più male non perché non ti faccia male ma perché ti sei anestetizzato per non sentirla. Hai alzato la soglia del dolore, sei diventato più insensibile per non soffrire. Così ci si abitua a tutto. C’è un esperimento famoso che è stato fatto. Pentola d’acqua bollente: ci butti dentro una rana, come la rana tocca l’acqua salta ed esce fuori. Ma se tu prendi una pentola d’acqua fredda e ci metti la rana e poi scaldi l’acqua piano piano fino a che l’acqua bolle, la rana non esce: si abitua (e muore). Così ci abituiamo a non avere più emozioni; così ci abituiamo a certi modi di vivere che ci fanno morire; così ci facciamo andare bene e sopportiamo ciò che non può essere sopportato. Ma uno insensibile ai propri sentimenti, come può sentire i sentimenti degli altri? L’uomo del vangelo non è cattivo, è insensibile, Quando il re gli condona tutto, lui dice: “Che culo! Che fortuna!”, ma il sentimento non gli tocca il cuore, rimane in superficie. Ciò che succede non lo sconvolge, non lo fa piangere di gioia; non sente cosa gli è successo. Un uomo così freddo non può che comportarsi così con il suo debitore. Un uomo senza sentimenti (cioè non in contatto con le emozioni) può fare di tutto perché non sente. Perché se hai un cuore, come fai a non farti toccare dagli occhi del cane che cerchi di abbandonare in autostrada? Se hai un cuore, come fai a non sdegnarti con chi picchia i bambini? Se hai un cuore, come fai a rimanere indifferente quando il tuo partner, vicino a te, soffre o è triste? Le persone vogliono la felicità. Ma la felicità è la sensazione che la vita scorra dentro di noi. E’ la libertà di poter vivere tutto ciò che si incontra: la gioia, l’amore, l’estasi, la tenerezza e l’affetto; ma anche il pianto è vita, anche il dolore è vita, anche la rabbia è vita, anche la tristezza è vita. Le persone vogliono vivere con passione, con intensità. Ma dimenticano che passione vuol dire sentire (pathos: sentire, patire, percepire, provare). Passione è lasciare che ogni sentimento viva in te. “C’è spazio per tutto nel mio cuore”. Vivere la rabbia non vuol dire spaccare la faccia a qualcuno o far qualcosa: vuol dire accettare che ci sia. Perché la rabbia può ferire o farci venire la colite, l’ulcera o la gastrite, ma è anche un motore di energia. Vivere la tristezza non vuol dire “piangere il morto” o “fare le vittime” o “fustigarsi sempre”. Vuol dire accettare che nella vita ci siano delle separazioni, delle delusioni, degli abbandoni, e questo ci rattristi. Essere vivi vuol dire lasciar vivere tutto ciò che c’è dentro perché tutto fa parte di noi. Le persone vogliono l’amore. Ma le persone pensano all’amore. L’amore, invece, è aprirsi e condividere ciò che si è, darsi il proprio spirito (e solo dopo il proprio corpo), mostrarsi nella propria vulnerabilità, nelle proprie forze e nei propri lati oscuri e vulnerabili. L’amore è forte perché ci fa deboli. L’amore è debole, invece, quando si fa i forti. Le persone vogliono seguire Dio. Ma pensare a Dio non vuol dire conoscerlo. Pensare ad una meringata, ad un Saint Honoré o ad un millefoglie non ha niente a che vedere con il mangiarlo. Francesco d’Assisi o Madre Teresa dove trovarono la forza per fare ciò che fecero. Possiamo rispondere: “In Dio”, ma anche: “Nel sentimento del proprio cuore”. Fu la vibrazione dello spirito che provò di fronte ad ogni essere vivente, che spinse Francesco ad onorare ogni creatura. Ogni creatura aveva eco e risonanza in lui, per questo tutto doveva esser rispettato ed ero sacro. Fu la compassione, la tenerezza, che spinse Madre Teresa a prendersi cura di quelli a cui nessuno voleva dare cura. Poté fare ciò che fece per la forza del sentimento che viveva dentro di lei. Abbiamo ridotto la spiritualità ad un concetto o a fare qualcosa. Ma la spiritualità è la vita dello spirito. E’ lo spirito che vive in noi. A volte lo spirito è morto. Un corpo estremamente rigido, corazzato; una voce inespressiva o occhi che non si illuminano mai denotano una mancanza o una diminuzione della vitalità dello spirito. Solo le creature viventi hanno sentimenti, perché il sentimento è il modo in cui l’individuo sperimenta la vita dello spirito. Quando lo spirito è debole, anche il sentimento è debole. Spiriti intensi si riflettono in sentimenti forti. E’ lo spirito in noi che ci spinge all’amore, alle lacrime, alla danza e al canto. E’ lo spirito dell’uomo che protesta per la giustizia, combatte per la libertà e gode della bellezza di tutta la natura. E’ ancora lo spirito che ci porta alla rabbia. La forza dello spirito di un individuo si riflette nell’intensità dei sentimenti. Quando lo spirito è forte, la persona ha una natura appassionata. In queste persone, la fiamma della vita arde luminosa e la persona sente che il suo spirito riflette l’amore di Dio. Chi vive così si sente abitato dall’Altissimo, pienamente vivo, pienamente se stesso e pienamente in sintonia con la volontà della Vita su di lui. Questo perché può percepire la danza di Dio dentro di sé. La Danza lo muove e lui, il danzatore, la sente, la segue e si lascia portare.
Un pensiero per voi: Tutti muoiono, ma non tutti vivono veramente. M.P. |
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La sera quando i pensieri, i ricordi
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Accendi una candela
Sarà la luce del tuo Angelo.
Nella penombra,Egli saprà farsi sentire
Saprà farsi ascoltare.
In quei momenti non avrai freddo
Ma sentirai la pelle d’oca,
sentirai nel tremolio della fiamma
il volteggiare delle Sue ali,
sentirai nel calore della fiamma
il Suo alito baciare il tuo viso.
Egli sorriderà hai tuoi sogni
E veglierà il tuo sonno.!
( michael)
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