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Girotondo di emozioni

Post n°30 pubblicato il 23 Febbraio 2016 da bellicapellidgl3

 

Non sono un animale solitario.

La mia vita è stata costellata di persone di molti tipi, come quella di tutti, forse o forse no.

Quello che so è che mi sono sempre soffermata con attenzione su chi mi passava accanto, coloro che mi circondano oggi sono passati da un setaccio emotivo che ha dato loro un posto esclusivo dentro di me. Persone incrociate anche mille anni fa, quando portavo le trecce che mi faceva mia nonna.
Persone scoperte pochi anni fa, ma che so che lì resteranno per tutti gli anni a venire.
Perché per me, chiunque passi attraverso  quel setaccio emotivo, conserva quel posto per sempre, non c’è possibilità che qualcosa che faccia o che dica lo scacci via per farlo tornare indietro nel mondo degli sconosciuti.

E queste persone si somigliano un po’ tutte tra loro, hanno lo stesso modo di filtrare la realtà, le stesse unità di misura per pesare le emozioni, la stessa limpidezza e immediatezza nel comunicare.

Oggi so che non voglio più esplorare persone in cui la razionalità guida maestosa ogni loro scelta, c’è qualcosa in loro che mi fa paura. Chi pensa che l’affettività si dimostri solo con “il fare”.
Le più belle parole sono i fatti, certo.
Ma l’affettività si dimostra anche con “il dire”, esistono parole che sfondano qualunque barriera, gesti che possono consolare, domande che possono farci sentire abbracciati.
Non voglio più intorno chi pensa con i numeri, calcola, sottrae e divide.
Voglio la bellezza dell’onda emozionale, fosse anche quella che mi sbatte contro gli scogli. Chi non ha costruito filtri ingegnosi per decodificare le azioni degli altri, facendo passare tutto da un sillogismo matematico.

Voglio V. che si avvicina quatta, si accovaccia sulle ginocchia in gran segreto, una posizione che è in grado di mantenere per ore solo lei sa come, e furtiva mi regala un braccialetto, anche se non è il mio compleanno.

 Voglio A. che mi telefona dall’altra parte del mondo nel cuore della notte perché le mancano le nostre risate mentre mi sistemava le sopracciglia. E che mi dice “Mi manchi”, così, semplicemente.

Voglio M. che sembra abbia sempre questa distanza da tutti, dietro i suoi occhiali da sole, però le vedo le lacrime quando mi dice “Non posso vivere con te arrabbiata con me”.

Voglio F. che non vedo da due anni, lontana solo nello spazio, ma di cui conosco ogni sfumatura della voce quando mi chiama tutte le mattine mentre vado al lavoro e tutti i giorni vuole sapere come sto, perché, quando eravamo alte non più di un metro, abbiamo condiviso lo stesso foglio su cui facevamo disegni a quattro mani.

Voglio G. che è eternamente “impicciato” quando lo chiamo, però dopo due ore mi scrive che mi vuole bene.

E anche M., nelle nostre telefonate chilometriche, a parlare di libri, di insoddisfazioni, di figli, di mancanze e di poesie di Pascoli appena scoperte.  

Li ho coltivati, nel tempo, con dedizione.
 E oggi siamo questi e questi resteremo.
Lo so con assoluta certezza, perché sono dentro questo mio recinto affettivo dove onestamente non so quanto sia facile o difficile entrare, ma da cui non permetto di uscire.  

Sono il mio girotondo di emozioni.

 
 
 
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