Creato da: je_est_un_autre il 04/11/2008
Date la colpa alla mia insonnia

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L'Armando

Post n°335 pubblicato il 14 Luglio 2018 da je_est_un_autre

L'Armando è un bidello. Un bidello dell'università. Non è che esiste veramente, è una figura di fantasia, l'Armando. Se la cosa andrà in porto, diventerà uno dei personaggi di una serie ambientata nell'ateneo bolognese. Per ora meglio non correre troppo, una cosa per volta: domani si apriranno le auguste (?) porte dell'Alma Mater per le prove e quindi lunedì ci sarà il primo ciak per la puntata pilota, e poi se son rose.
Io farò l'Armando.
Ho pensato a come farlo, a una figura cui ispirarmi. E lì mi è tornato in mente il bidello dal buco in testa. Lo chiamavamo così per via di una stupefacente rientranza situata proprio in mezzo alla sua fronte, dentro la quale potevi sistemare comodamente una pallina da ping-pong. Sembrava sempre incredibilmente stanco, e la stanchezza si rifletteva anche nella bussata alla porta che lo annunciava, una bussata sfinita, quasi morente. Entrava per comunicare qualcosa al professore ma non raggiungeva la cattedra, faceva appena un passo entro la soglia ed esalava il messaggio al docente a volume bassissimo. Nessuna espressione accompagnava queste comunicazioni, al massimo poteva muovere appena un sopracciglio come a dire: io l'ho detto, poi fate voi. A quel punto il docente fingeva di aver capito e congedava il bidello dal buco in testa con un saluto.
E lì, accadeva qualcosa di strano: c'erano come due secondi di apnea, di sospensione, un tempo lunghissimo in cui il bidello rimaneva completamente immobile al punto che ti veniva da sospettare che fosse morto ma al tempo stesso troppo stanco per cadere fino a terra. Poi, dopo un breve sussulto che faceva appena vibrare il camice sporco di gesso, tornava sui suoi passi e si chiudeva la porta alle spalle lentamente, lentissimamente.
Negli anni ho visto parecchi bidelli, ma tutti avevano questa stanchezza congenita. Il bidello dal buco in testa però li batteva tutti.
Mi è tornato in mente, e domani ai registi glielo propongo un po' così.
Che del resto, andare a lavorare di domenica mi fa già sentire un po' stanchino.

 
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I Dialoghi Impossibili: Io & Arturo (XXV)

Post n°334 pubblicato il 01 Luglio 2018 da je_est_un_autre
Foto di je_est_un_autre

IO: Sai, a volte ti invidio.

ARTURO: Cos'è, muori dalla voglia di assaggiare i bocconcini Gastrointestinal?

IO: La tua imperturbabilità. Sembra che niente possa farti muovere da quell'erba.

ARTURO: Ah, certo io non farei tutte le scale per venire a fotografare te sdraiato su un prato.

IO: Sì, e tra l'altro mentre scattavo le zanzare tigri mi divoravano.

ARTURO: Curioso che non ti abbiano mai assoldato come fotografo di guerra.

IO: Ci ho spremuto sopra del limone, dovrebbe alleviare il prurito.

ARTURO: Il limone lo devi spremere sulle cotolette, non sulle punture di zanzara. Ti tengo d'occhio, ragazzo. So che ieri hai cucinato le cotolette e non mi hai nemmeno invitato.

IO: La tua dieta non lo prevede, non è colpa mia.

ARTURO: Continua pure a dar credito a quella tua dottoressa.

IO: Beh, adesso con la medicina omeopatica sembra averla azzeccata.

ARTURO: Ha un gusto tremendo. E poi su, la medicina omeopatica. A un gatto. C'è da uscire pazzi.

IO: Ehi, che stai facendo? Mangi l'erba? Beh, sì, bravo, ti fa bene.

ARTURO: Ecco cosa sono costretto a fare: nutrirmi di radici per combattere questo stato di denutrizione. Ce ne sarebbe abbastanza per sentirsi straziati dalla commozione e tu sei lì felice come una pasqua.

IO: Bene, torno su.

ARTURO: Ehi! Aspetta. Ho mangiato i Gastrointestinal lunedì martedì mercoledì giovedì venerdì e sabato. Sarà pure domenica anche per me, no? Un mezzo piatto di tortellini? Un quarto di cotoletta? Una fetta di prosciutto?...

IO: Al massimo una grattatina di parmigiano sui Gastrointestinal, comunque dopo vediamo. (esce)

ARTURO: ...imperturbabile, dice. Costretto a queste umilianti trattative ogni giorno, coi crampi allo stomaco per la fame, e mi chiama imperturbabile. C'è da uscire pazzi. L'ho detto. Pazzi.

 
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Ricordarsi di ricordare

Post n°333 pubblicato il 24 Giugno 2018 da je_est_un_autre

Io, ho passato molte estati della mia infanzia in un piccolo paesino sui monti Sibillini. C'era questa grande casa, di proprietà dei miei zii, affascinante e labirintica, su due piani, piena di angoli segreti e con un grande orto fuori, dove tutto era perfetto per i giochi miei e dei miei cugini.
Ogni cosa, allora, era un'avventura. Ricordo l'odore umido della legnaia, buia e minacciosa e che un po' ci terrorizzava, soprattutto dal giorno in cui ritrovammo, tra i ceppi, un enorme scorpione nero. E certi temporali improvvisi, al pomeriggio, che ci costringevano nella grande cucina in cui in fretta mio zio accendeva il camino. E le corse nel lungo corridoio, fino fuori, dove mio cugino, col naso a terra, sfogava una sua curiosa passione per gli insetti. Immagini, odori, sensazioni, ancora così vive.
E poi mi ricordo un giorno. Era un sabato. Sabato 2 agosto 1980.
Tutti riuniti a tavola per il pranzo. Il telegiornale che manda delle immagini, e pian piano l'allegro chiasso che sempre riempiva quella sala si affievolisce, e tutti si mettono a guardare. Immagini come di guerra. Cumuli di macerie, fumo, ambulanze, e qualcosa di familiare che mette paura agli adulti, volti atterriti, espressioni come di pietra.
Nessuno parla più. Qualcuno ha già capito. Ricordo mio padre che impallidisce, quando lo speaker dice "...a Bologna, forse l'esplosione di una caldaia..." e mio zio che comincia a bestemmiare "Caldaia un cazzo!", e io che a tredici anni capisco il giusto, ma sento che è una cosa enorme, terribile.
Lo è stata ancora di più di quanto potessi immaginare.
In quei giorni in cui noi dicevamo addio all'infanzia, ai giochi, ai sogni, una città violentata cominciava a capire che sarebbe cambiata per sempre.
Ci hanno davvero rubato un sogno.
Per questo, non  smetteremo di ricordarlo. Magari anche con un teatro semplice e povero, fatto da non professionisti.
Sì, perchè anche un piccolo spettacolo sulla strage può essere importante.
Per ridare al teatro un senso più profondo.

Devo ricordarmi di ricordarmelo, da qui al 2 agosto.


 
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A vlva dr un qul (*)

Post n°332 pubblicato il 17 Giugno 2018 da je_est_un_autre

(*): Volevo dire una cosa.

Qui, il dialetto non lo parla quasi più nessuno. E' un peccato. A me piace il nostro dialetto. La dolciona parlata bolognese assume da queste parti sentori più bruschi, più secchi, con echi modenesi, e con la particolarità, proprio qui al natìo borgo, di declinare tutto in "e", cosa che ci rende peculiari ma anche oggetto di celia da parte degli abitanti dei paesi limitrofi - come più volte mi è capitato di constatare nelle mie domeniche pomeriggio alla bocciofìla (con l'accento sempre sulla seconda "i"), lontana dal borgo appena 5 chilometri, che linguisticamente però hanno il loro peso.
Ma chissà se il santagatese lo parla ancora qualcuno, chissà se e quanto durerà. Viene un po' di malinconia a pensarci, ma del resto il mondo cambia. Solo che lo fa a una velocità pazzesca, non ci si sta dietro, come si dice qua.
Penso a tutte queste cose con un affetto inedito nei confronti della mia lingua, proprio oggi, mentre mi ritrovo a dover studiare alcune battute in dialetto reggiano. No, è che devo girare due scene di un film, questa settimana, e questo regista ama utilizzare i dialetti del luogo dove si svolgono i fatti. Non la racconto per tirarmela, questa cosa del film, sono davvero due scenine e poi c'è da aspettarsi di tutto: già un'altra volta ho girato con questo regista e mi tagliò di netto la scena (con Maya Sansa, maledetto! e gliel'ho pure detto con lui, che son cose che non si fanno).
E insomma mi hanno spedito il file audio di come si recitano queste parole e quindi ho questo sottofondo, proprio adesso mentre scrivo, e questa lingua reggiana, campagnola, rustica, nordica, con accenti quasi lombardi,  ha alle mie orecchie toni quasi barbari: provo a dire queste battute e mi si contorce la faccia, non è semplicissimo diventare conterraneo di Ligabue nel giro di tre giorni (Ligabue nel senso del pittore, che è la sua storia quella che si racconta nel film).
Che poi la mia paura è che martedì arrivo sul set e mi metto a declinare tutto in "e".
Vi faccio sapere.

 
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I Dialoghi Impossibili: Io, Arturo & la Veterinaria (XXIV)

Post n°331 pubblicato il 10 Giugno 2018 da je_est_un_autre
Foto di je_est_un_autre

Sì, lo so, sto diventando monotematico, ma che ci posso fare se l'ambulatorio della veterinaria è diventata ormai la nostra seconda casa? Di Arthur soprattutto, che ormai passa là almeno una notte a settimana. Si può immaginare la sua soddisfazione. Anzi, sentiamola proprio:

IO (entrando nell'ambulatorio): Sono qui, dottoressa. Sono venuto a riprendere Arturo.

ARTURO: Te la sei presa comoda. Qui sono almeno un paio d'ore che gira gente avanti e indietro.

LA VETERINARIA: Oh, bene, Lorenzo. Andiamo meglio, sa? Certo è un po' irrequieto, adesso. Ha stracciato tutta la carta che c'era sul fondo della sua gabbia.

ARTURO: Non era carta e basta. Era Il Sole24Ore, io odio quel giornale e ha un colore orribile.

IO: Mi dispiace. Comunque non è mai stato un gatto molto tranquill...Arturo! Dove vai? vieni qui!

ARTURO: Sto cercando una via di fuga, non faresti lo stesso anche tu?

LA VETERINARIA: E' sempre così, non appena lo prendo fuori dalla gabbia mi scappa dappertutto, apre anche le porte.

ARTURO: Se potessi farlo chiamerei anche un taxi, pur di andarmene da qui.

IO: Ma senta, dottoressa. Con le cure come procediamo?

LA VETERINARIA: Direi che possiamo andare avanti col Plasil. Non ha una diretta attinenza col suo problema, ma ho provato e ha funzionato.

ARTURO: E' rassicurante avere una dottoressa che decide la cura arraffando le medicine a caso nell'armadietto.

IO: La ringrazio molto, dottoressa, allora noi adesso andiamo.

LA VETERINARIA: Se può, mi riporti Arturo lunedì, gli dò un'occhiata volentieri.

ARTURO: Come iniziare la settimana col botto.

IO: D'accordo, allora a lunedì!

ARTURO: Guarda che puoi tornarci anche da solo, se ci tieni tanto.

IO: Ehm...andiamo.

(escono.
Continua. Non si sa come)

 

 
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