Creato da: je_est_un_autre il 04/11/2008
Date la colpa alla mia insonnia

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Tabalori

Post n°425 pubblicato il 30 Luglio 2020 da je_est_un_autre

Durante il lockdown io sono stato molto col pupazzo Tabalori.
Il pupazzo Tabalori l’ho comprato all’Ikea. Il nome gliel’ho dato io al posto del nome svedese, impronunciabile, perché non sta dritto da nessuna parte. Come lo metti, si piega da una parte, o si rovescia. Dicono che sia il suo bello. Sia come sia, per me è diventato Tabalori. Non si capisce bene che cosa rappresenti, questo pupazzo: forse un cane, ma è del tutto fuori proporzioni. Certi giorni sembra imparentato con un elefante, altre volte con un orsetto.
Comunque lo costringevo a farmi compagnia. Ad esempio facevano vedere i film gratis e io mi mettevo seduto sul divano con Tabalori. Partiva il film e mi rendevo conto dopo un po’ che Tabalori non guardava lo schermo, ma la parete nuda. Gli rimettevo a posto la testa, ma dopo due minuti il muso gli ricadeva in avanti, tra le zampe, come per assecondare un’improvvisa urgenza di annusarsi le parti intime. Capirete che non è semplice organizzare un dibattito sul film appena visto, con uno così. Comunque la cosa bella è che l’avevo sempre a portata di mano, e qualunque cosa mi andasse di fare provavo di coinvolgerlo. Certo, non sembrava molto interessato a discutere con me sull’avvenenza della vicina del terzo piano, né tantomeno pareva interessato a dare un’identità all’uccello che fa un verso come il trillo di whatsapp e che staziona sul pino di fronte casa.  “Per me è un merlo, e per te?”. Niente, zero. Insomma non proprio un campione di conversazione.
In compenso era ben disposto a comparire in un giochino fotografico che ho scoperto da poco: si mette il soggetto in diverse posizioni nella stanza e alla fine si avrà uno scatto in cui il personaggio appare contemporaneamente in tutte queste posizioni: Tabalori seduto sul divano; Tabalori batte le manine (complicatissimo, vi giuro); Tabalori si tuffa giù dal termosifone; Tabalori si mette la testa fra le gambe, ecc. ecc.
Un’altra cosa che mi piaceva fare era un giochino che andava fortissimo su internet, ovvero riprodurre le famose opere artistiche, ma provateci voi a far fare la Duchessa di Urbino a Tabalori, come nel famoso doppio ritratto dei Duchi di Piero della Francesca. Il risultato era mediocrissimo.
Però insomma: cinema, fotografia, arte, non mi sono fatto mancare la cultura, ecco.
Certo, restava anche tanto tempo per pensare. Ad esempio mi veniva in mente quel giochino dell’isola deserta: cosa porteresti con te? E di solito si rispondeva: beh, se mi dovesse succedere una cosa come a Robinson Crusoe, mi porterei dietro molta roba da bere, oppure: una bella gnocca, cose così. Si rideva un attimo e si passava ad altro, come con le vignette della Settimana Enigmistica sull’isola deserta. Adesso lo abbiamo imparato, l’isola deserta è un’altra cosa. Non è l’isola che è importante, è che è deserta. Sì, è vero, a volte è meglio stare da soli che in videochiamata con la vecchia classe delle superiori, ma sapete qual è il vero problema? È che a star da soli è facile diventare filosofici. E allora ti partono le domande definitive: chi sono? Cosa faccio qui? Dove sto andando? Siccome non sono mica Platone, io ho deciso di rivolgermi al mio Venerdì, che nel mio caso si chiama Tabalori. Gli ho chiesto: Dimmi, chi sono? Cosa faccio? Dove vado?
Tabalori, coi suoi occhi a bottoncino, mi ha guardato e poi lentamente, molto lentamente, si è abbassato con la testa fino ad annusarsi il pacco. Sto ancora aspettando una risposta.

 
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Imprevisti

Post n°424 pubblicato il 18 Luglio 2020 da je_est_un_autre

E insomma dopo oltre sei mesi sono tornato in scena. Dire che ero teso non rende l'idea. (Ecco, il pinocchio di legno che casualmente citavo nel post precedente è un'immagine appropriata). Un po' per la ruggine che inevitabilmente si accumula se non si pratica con continuità l'arte, un po' per la diabolicità di un testo argutissimo e divertente ma pieno di insidie dal punto di vista della memorizzazione, un po' per le poche prove effettuate (se non ci son soldi, come li paghi gli attori in prova? provi poco e speriamo in dio), insomma vedevo mostri dappertutto pronti a farmi lo sgambetto. Invece è andato tutto bene. Il sospiro di sollievo e felicità a fine spettacolo è stato di quelli importanti.
Eppure.
Eppure, qual è il primo pensiero che mi viene in mente se ripenso a come è andato lo spettacolo? forse la partecipazione di un pubblico molto attento e pronto alla risata? O forse anche l'emozione di vedere una platea piena, proprio nel cuore di una zona tra le più ferite dai fatti che sappiamo? O forse ancora il liberatorio applauso finale?
No. Il primo ricordo - anche non volendo - è questo: ad un certo punto, in prima fila, ad una spettatrice si è autodistrutta non so come la seggiola su cui stava seduta e la sventurata è capitombolata a terra, anche piuttosto rumorosamente. L'amica che le sedeva a fianco - la direste perfida, ma invece la capisco: come fai a resistere? - ha iniziato a ridere e anch'io, che per il riverbero della luce ho potuto vivere la scena in diretta, non  ho potuto fare a meno di ridere, anche se solo per un secondo per poi riprendere il controllo. La capitombolata ha mostrato un notevole spirito, e alla fine lei e l'amica si sono mostrate tra le più entusiaste.
Alla fine ho pensato: ma tu guarda: stiamo lì a scrivere testi, a farci domande d'ogni tipo sulle battute, sulle gag, sui testi comici e invece scopri che siamo sempre lì, alla buccia di banana. L'uomo (o la donna) che cade è, ancora, la cosa più irresistibile.
Certo che imprevisti di questo tipo, dovuti a impensabili interventi esterni, ne capitano davvero tanti, soprattutto, ovviamente, quando si lavora all'aperto.
Ricordo una volta, durante una commedia di Ruzante, salì sul palco un cagnolino. Il mio compagno di scena, per sua natura terrorizzato dagli animali, cominciò a correre su e giù per il palco, inseguito dal cane che probabilmente voleva solo giocare. Nessuna battuta di Ruzante suscitò tanta ilarità come quel momento.
Un'altra volta eravamo in Calabria (facevamo una riduzione del Don Giovanni molièriano), in un'arena naturale posta sotto uno strapiombo. Ed ecco che nel bel mezzo della scena un bimbetto, sfuggito al controllo genitoriale, sale sul palcoscenico, inseguito dal padre. Il pargolo scappava di qua e di là e il padre, casualmente trovandosi davanti ad uno dei nostri microfoni a terra, ad un certo punto urla: "VIENI QUA, DISGRAZIATHO!" con quelle consonanti aspirate tipiche di quelle zone. Credo che quel "Vieni qua, disgraziatho!" stia ancora echeggiando tra quelle rocce.
E insomma per dire che a volte la realtà è più straordinaria di qualunque teatro. Fino alle estreme conseguenze: una volta, in un paesino del Salento, nel pomeriggio assolato, stavamo montando le scene quando si fa avanti un omino:
"Scusate, è già passato il morto?"
Nostro momento di choc, poi ci viene in mente che effettivamente era passato un funerale.
"Sì, è passato, il morto"
E lui:
"Ah. A piedi?"
Ecco. Lì siamo rimasti zitti. Perchè puoi diventare bravo finchè vuoi ad improvvisare, ma davanti ad eventi incomprensibili, davanti al soprannaturale, è meglio un rispettoso silenzio.

 
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La Finlandia, per dire

Post n°423 pubblicato il 12 Luglio 2020 da je_est_un_autre

Oggi dico la mia su questa cosa degli abbracci (sollecitata da una domanda che mi è stata fatta: "Ti sono mancati, gli abbracci, in lockdown?") prendendola da lontano, cioè parlando del caso e della geografia.
Comincio con una riflessione che è poi questa: oh, ce ne son dei posti dove nascere, al mondo! Guarda l'atlante se non ci credi: è pieno di posti. Uno può nascere in Canada, in Estonia, in  Finlandia, per dire. Poi il caso invece lancia i suoi dadi e tac!, nasci in Italia. Cioè un posto dove la gente non  fa altro che abbracciarsi e baciarsi. Che in  Finlandia non ce l'hanno mica 'sto fatto di doversi appiccicare uno con l'altro ogni due secondi. Stanno lontani. Rispetto? Timidezza? Pudore? Sia quel che sia: mi vien da dire: viva la Finlandia. Respect. E a proposito di lontananza ho visto quella foto della pensilina con la coda per prendere l'autobus, tipo a Helsinki o a Tampere o chissà dove lassù, ed ecco: stanno a tanto così uno dall'altro, un metro e mezzo almeno, ma mica solo adesso, sempre. Un distanziamento che ce l'hanno proprio dentro, un distanziamento genetico. Ma insomma, quella è la Finlandia e noi siamo qua.
Perchè insomma a me 'sta cosa di baciarsi e abbracciarsi di continuo che c'è qui da noi non va mica giù. Io sono portato a stare sulle mie. Non  mi sembra naturale, abbracciare e baciare in questo modo. E infatti divento tutto rigido, quando le circostanze mi impongono di farlo. Mi chiedo, chissà se gli altri, i baciati e abbracciati così malvolentieri da me, se ne accorgono. Penso di sì. Per loro, deve essere come abbracciare un burattino di Pinocchio con dimensioni umane, ecco: ti fai male.
E' per questo che, quando mi chiedono: ti mancava, il contatto, in quel periodo là? Io dico: no. Certo, avere nostalgia della reclusione magari no, ma delle volte son tentato. Che poi, sempre a proposito del nostro Paese, l'ha dovuto addirittura dire anche coso, Conte, quando ha chiuso tutto: "...e mi raccomando, niente abbracci o effusioni varie", qualcosa del genere. L'ha detto sul serio, mica scherzo. Un momento storico, un annuncio epocale, e diversi secondi li ha dovuti dedicare a questa raccomandazione qua. Roba da matti. Del resto non gli si può mica dire nulla, è che conosce i suoi polli.
Però insomma, ce la vedete la prima Ministra finlandese dire a reti unificate: "Finlandesi, da domani non ci si bacia e non ci si abbraccia più, capito?".
Ma per piacere. E' gente seria, quella.
Ecco, se mi rimetto a lavorare come si deve e riesco a mettere via due soldi, vado in Finlandia. In autobus.

 
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Dialoguccio tra un uomo e una pagina bianca

Post n°422 pubblicato il 29 Giugno 2020 da je_est_un_autre

UNA PAGINA BIANCA: (tra sé) Uff!...quest’uomo non la smette di fissarmi. Più di un’ora che mi tiene gli occhi addosso. Che impudenza. (più forte) Scusi, ma che ha da guardare?

UOMO: E dove altro dovrei mettere gli occhi, secondo te?

PB: Ma sentite che tono. Le par bello, rivolgersi così a una signora? E mi dia del lei, io le do del lei e lei mi sta dando del tu; mi dia del lei, lei.

U: Le darei del Lei, e anche del Voi, se mi diventasse più collaborativa.

PB: Collaborativa?

U: Eh, certo. Non vede? Sto aspettando un’idea, un’ispirazione qualunque, una frase, una parola, e invece niente; lei sempre lì, ferma, zitta: potrebbe pur aiutarmi in qualche modo.

PB: Ma guarda un po’ che razza di pretese. Lei si ritrova senza parole e viene a chiedere aiuto a me.

U: L'estro mi abbandona.

PB: Sì, però adesso non metta su quell’aria patetica che in un uomo adulto non sta bene.

U: Ma che devo fare?

PB: Beh, intanto si tiri su dalla sedia, la smetta di fissarmi e provi a guardare fuori dalla finestra. Come disse quel critico allo scrittore poi divenuto famoso, se lo ricorda? “Lasci stare l’invenzione, che non è affar suo: vada alla finestra e guardi fuori, che lì dove sta lei ce n’è da raccontare”.

U: D’accordo, vado alla finestra. Ma io fuori di solito vedo solo un merlo, o quando son fortunato, un pettirosso.

PB: E le par poco? Li faccia parlare, codesti uccelli, immagini un po’ le loro avventure, quante ne avranno viste, quei due? Si faccia accompagnare in giro, loro sono solo l’avamposto di un mondo immenso, lo vada a cercare e da dire ne avrà, eccome.

U: Sì, ma, la lingua? Troverò anche quella? Che suono ha?

PB: Questo poi, è quanto di più facile si possa immaginare.

U: Facile?

PB: Certo. Ha presente, lei, quando ci si mette a leggere un libro, da soli?

U: Sì. Quando si legge col pensiero.

PB: Bravo, col pensiero. Ma se lei ascolta bene, nel silenzio dei suoi occhi che si muovono sulla pagina, sentirà una voce,una voce senza suono, una voce interiore la chiamano. Ognuno ha la propria, ma non tutti se ne accorgono. Deve rintracciarla, e una volta trovata, assecondarla. Quello è il suono della sua lingua. La lasci libera, e la insegua. Cerchi il passo della sua lingua, lo faccia suo, ma senza intralciarlo. Sia accorto e gentile. Se saprete camminare insieme, allora capirà che cosa intendo quando dico che è facile.

U: Sembra bello.

PB: Lo è. Non perda tempo, vada, ora.

U: Vado. E grazie.

PB: Di nulla.

 

 
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Pensieri

Post n°421 pubblicato il 13 Giugno 2020 da je_est_un_autre

Soccia se son peso. Son peso anche per me.
Se c'è un pensiero peso con cui svegliarsi la mattina, a me viene proprio quello. Tipo stamattina mi son svegliato con questa domanda in testa: ma perchè alla parola "adoro" non si affiancano più i pronomi come si faceva una volta? O le particelle pronominali?
E dir che ce ne sono: mi, ti, ci, vi, lo, ne, li... Niente, queste paroline, se vedono la parola "adoro", spariscono nel nulla. Ma perchè, mi chiedevo.
Ancora la testa sul cuscino, e già quei pensieri lì.

 
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