Creato da: je_est_un_autre il 04/11/2008
Date la colpa alla mia insonnia

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Quel tempo, a Trieste

Post n°480 pubblicato il 24 Ottobre 2021 da je_est_un_autre

Si è parlato tanto di Trieste, in questi giorni, per via dei noti fatti. Io, qualunque cosa succeda in quella bella e malinconica città, quando se ne parla, ripenso all'anno che ci passai. Purtroppo non nel centro cittadino, ma un po' fuori, in una caserma inutile, lontana da tutto.
La sera a volte, quando potevamo, quando non montavamo di guardia, raggiungevamo la città. Arrivavamo noi e Trieste si svuotava, avevamo in mente solo le ragazze ma nel momento in cui mettevamo piede in centro le ragazze sparivano, si tappavano in casa probabilmente, o se ne andavano chissà dove, al sicuro, lontane dalla nostra portata.
Un po' delusi, un po' soli, ci accontentavamo di andare a mangiare qualcosa. Ricordo che andavamo spesso in un posto che si chiamava Risoteca, dove il riso, appunto, veniva servito nelle preparazioni più diverse. Chissà perchè ci piaceva tanto quel posto: forse perchè era la cosa più distante dalle tristezze della mensa soldatesca. Il locale era gestito da una signora dall'aria elegante. Ogni volta che sceglievamo un piatto, e lì i piatti avevano tutti nomi indecifrabili che ora non ricordo più, chiamavamo la signora e chiedevamo: e questo riso, com'è? Lei diventata pensosa per un attimo e poi sorridendo rispondeva: molto delicato. Era la sua immancabile risposta: molto delicato. Era buono, quel riso. E del resto, probabilmente noi proprio di quello avevamo bisogno, di qualcosa di delicato.
Comunque è una bella città, Trieste. Ricordo un giorno, in Piazza dell'Unità, mi sembra fosse domenica, una domenica piena di sole, pensai: dovrò tornarci quando sarà finito questo anno assurdo, mi sa che ne vale la pena.
Quando le acque si saranno calmate, ci voglio tornare.

 
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PerchŔ si scrive

Post n°479 pubblicato il 10 Ottobre 2021 da je_est_un_autre

Perchè si scrive?
Mi sono posto la domanda quando finalmente qualche anima buona (un paio tra amici e colleghi) ha avuto la bontà (appunto) di leggere una commedia che ho scritto e della quale parlai qui sopra, tempo fa. Cioè, la cosa che più mi ha fatto pensare, tra le diverse osservazioni ricevute, è stata "ma che cosa volevi veramente dire, con questo lavoro?" e questo, io credo, non perchè non si capisca cosa c'è scritto dentro, ma la domanda, comune tra noi teatranti, voleva dire "che cosa ti ha mosso a scrivere? dove sta l'urgenza? qual è la domanda centrale che sta sotto a questo testo?". Ed è una domanda che io comprendo bene, ma che non ha risposta, perchè la questione, per me, ha preso una vaga forma solo alla fine, quando in fondo alla pagina ho scritto "Sipario" e ho cominciato a riflettere veramente su quello che avevo realizzato.
Ma è meglio fare un passo indietro.
Il primo momento in cui abbiamo cominciato a parlare della commedia è stato qualche minuto prima di un "Chi è di scena", quando io e l'altro attore con cui collaboro sempre ci siamo detti: "ma perchè invece di fare sempre dei testi scritti da altri, non ne buttiamo giù uno noi, veramente comico, pensato proprio per noi stessi?", e l'idea, paradossale, assurda, che ci venne in quel momento era fare una commedia in cui due gemelli diversissimi sono nella pancia della mamma e nell'attesa, parlano tra loro. Dopodichè, ci è stato dato effettivamente il "chi è di scena" e non ci abbiamo pensato per un po'.
Poi, qualche giorno dopo, ci siamo messi al lavoro. A casa sua (del mio collega) di giorno discutevamo del lavoro ancora in embrione (è il caso di dirlo) parlando e parlando (soprattutto lui) e mangiando cioccolatini (soprattutto io); la sera, a casa, io scrivevo. E ne è venuta fuori una cosa dove la parte in cui i gemelli sono nella pancia della mamma si è ridotta a pochissime scene, mentre la gran parte dello spettacolo si svolge in un giorno importante della vita dei due fratelli, attorno all'età di cinquant'anni.
Ed ecco, solo quando ho messo la parola "fine" mi sono accorto che il testo sembrava avere qualche ambizione in più, che in verità non c'è, o non pensavo ci fosse. Ovvero solo lì ho capito che, senza volerlo del tutto, mi ero affezionato alla vicenda di due fratelli che vorrebbero volersi bene e ogni volta che arrivano lì non hanno l'umiltà, o il coraggio, o l'intelligenza di lasciarsi alle spalle le ruggini e finalmente abbracciarsi. In sostanza, quasi sorprendentemente, ne è venuta fuori una storia sulle zavorre emotive, sul coraggio che manca, sulle occasioni perdute.
Ma io, in fondo, so che volevo solo far ridere la gente.
Credo che risponderò così, alla domanda dei miei amici.
Sì, credo sia più onesto dire così.

 
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La gambetta

Post n°478 pubblicato il 24 Settembre 2021 da je_est_un_autre

E' il momento in cui acclimatarsi nel letto diventa complicato. Dopo aver sudato per tre mesi, è tornato fuori quel freschino che ti fa dire: e se mettessi su il panarino, stanotte? ("panarino", ovvero parola bolognese che sta per copertuccia, panno leggero, plaid insomma).
Beh, ho messo il panarino ieri sera.
Ho avuto un po' caldo.
Cioè, in verità un po' ho avuto caldo, e un po' no. Ero in quella via di mezzo.
Volevo togliere il panarino e nello stesso tempo volevo lasciarlo perchè avevo paura di avere freddo.
Così ho fatto ricorso alla mia posizione a gambetta fuori, che è una specie di climatizzatore naturale, che dura almeno un paio di mesi. La gambetta di fuori.
Naturalmente, se si è in due, ed entrambi si adotta la soluzione "gambetta", sarà fondamentale accordarsi perchè non si può essere entrambi "gambetta destra" o "gambetta sinistra". Bisognerebbe essere gambette destre se si dorme a destra e gambette sinistre se si dorme a sinistra. Ci son matrimoni andati a gambette all'aria, per problemi di questo tipo.
Fate una cosa, quando pensate di mettere su una relazione: mettete ben in chiaro la questione gambetta. E' un consiglio da amico.

 
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E i Tuc?

Post n°477 pubblicato il 12 Settembre 2021 da je_est_un_autre

Ho visto tante cose belle anche quest'anno, in Sardegna, ma oggi mi piace ricordare gli asini dell'altopiano del Golgo.
Sono, questi asinelli, creature docili e di poche parole, ma sanno bene quello che vogliono. Ti aspettano, belli fermi, vicino a una radura assolata che fa da parcheggio, piantati in mezzo alla straducola ghiaiata, con l'atteggiamento di chi dice: "oh, sei qui, sei arrivato".
E c'è davvero da credere che abbiano un'ottima memoria, dal momento che, non essendo la prima volta che vado lassù, la seconda cosa che l'asinello di guardia mi ha suggerito è stata "E i Tuc?". Io ero mortificato. Avevamo dimenticato i Tuc. Non potevo crederci di aver fatto una sciocchezza come questa. L'anno prima li avevo portati, sapendo quanto ne van ghiotti, e anche l'anno prima ancora, e stavolta niente. Ho aperto lo sportello e l'asino ha messo tutta la testa dentro l'abitacolo, riempiendolo quasi per intero. Era incredulo, e sembrava dire "Ti sei scordato i Tuc? Ma roba da matti. Hai guardato nel cruscotto?".
Il prossimo anno, doppia razione di Tuc.
E voi, se passate di lì, non dimenticateli. Ci tengono, quei bei tipi di somarelli.

 
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E finalmente

Post n°476 pubblicato il 25 Agosto 2021 da je_est_un_autre

E finalmente si parte, la Sardegna mi aspetta. Tra il mercato da gennaio a giugno e le ultime belle e tormentate vicissitudini teatrali, mi sento un po' provato: la vacanza mi farà bene.

Cose da tenere a mente:
- anche se nel traghetto ci hai già passato otto ore (se otto ore vi sembran poche) non è che se intravvedi la costa (neanche fossi la vedetta di Colombo) ti devi buttare subito nelle scale che conducono al piano dove sono le automobili: si forma sempre un tappo e nella calura sudaticcia (e pericolosuccia visti i tempi) potresti doverci stare anche un'ora e mezza. Resta su e aspetta sui divani. Olbia non scappa da nessuna parte. Stessa cosa per il ritorno.
- ammettilo che sono mesi che hai in mente di vedere le chiese del Logudoro. Ricordati che non sei da solo e quest'ossessione per le chiese è una roba solo tua. Non insistere. Gioca d'astuzia. Tappa a Castelsardo, visita alla bella cittadina e poi, quasi senza farti accorgere, devia a destra. "Ehi, cos'è quella? Una chiesa? Toh!". Fidati. Santa Trinità di Saccargia non è così lontana.
- non dimenticare il porceddu, che ogni anno te lo appunti e poi non lo hai mai assaggiato nemmeno una volta.

E sempre sia omaggiata, e magari protetta, quella terra stupenda e torturata.
A voi tutti che passate di qua, un caro saluto. A presto.

 
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