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LA MALATTIA DELL'ISLAM

Post n°215 pubblicato il 14 Aprile 2012 da diefrogdie
 

Mohammed Merah, un mostro creato dalla malattia dell'islam.

Un grande filosofo musulmano francese si domanda se la violenza salafita - come quella che ha ucciso i bambini della scuola ebraica di Tolosa - non sia il sintomo di qualcosa di guasto nella tradizione musulmana. Una religione che si è chiusa in se stessa. Per rinnovare oggi l'islam occorre accettare la sfida della modernità e dell'umanesimo. " Chi avrà questo coraggio ? Chi si prenderà questo rischio ? ".
L'analisi di p. Samir Khalil. da www.asianews.it

Mohammed Merah, ucciso a 23 anni, è tristemente famoso per aver compiuto, lo scorso 19 marzo, la strage dei bambini ebrei davanti alla scuola di Tolosa (Francia) e per l'uccisione giorni prima di alcuni parà francesi a Montauban. Assediato per ore dalla polizia nella casa dove si era rinchiuso, è morto in uno scontro a fuoco lo scorso 22 marzo.

Abdennour Bidar è un filosofo francese musulmano, che ho avuto la gioia di conoscere. Il 23 marzo scorso, egli ha pubblicato un articolo sul quotidiano "Le Monde", dal titolo: "Merah, un monstre issu de la maladie de l'islam (Merah, un mostro creato dalla malattia dell'islam ) ". Vista la sua importanza, vorrei presentarlo qui.

"Dopo che l'uccisore di Tolosa e di Montauban è stato identificato come 'salafita jihadista'... il discorso dei dignitari dell'islam in Francia è stato quello di evitare ogni 'amalgama' fra la radicalità di questo individuo e la 'comunità' pacifica dei musulmani di Francia" per ben "distinguere fra islam e islamismo, islam e violenza".

Rimane però una grave questione : " Nel suo insieme, la religione islam può essere sdoganata da questo tipo di azione radicale ?... Non vi è comunque in questo gesto l'espressione estrema di una malattia dello stesso islam ? ".

Bidar ricorda che nell'islam esiste una " degenerazione " che prende delle forme multiple : " ritualismo, formalismo, dogmatismo, sessismo, antisemitismo, intolleranza, incultura o 'sottocultura' religiosa sono i mali da cui è incancrenita ".

Queste malattie sono diffuse, ma si trovano anche " musulmani moralmente, socialmente, spiritualmente illuminati dalla loro fede ". Non si può dunque dire che " l'islam è per essenza intollerante ". Si può però dire che l'islam contiene - affianco a esigenze morali certe - anche elementi di intolleranza che riappaiono a periodi in diverse circostanze. E aggiunge : " Tutti questi mali che ho enumerato alterano la salute della cultura islamica in Francia e altrove ".

Di fronte a una simile situazione, i musulmani devono reagire con coraggio. L'autore dice che l'islam deve riconoscere " che questo tipo di gesto, pur essendo estraneo alla sua spiritualità e alla sua cultura, è comunque il sintomo più grave, più eccezionale, della profonda crisi che esse attraversano ". E si domanda : " Chi avrà questo coraggio ? Chi si prenderà questo rischio ? "

Ci si può chiedere perché l'autore parli di coraggio. Il motivo è che "da diversi secoli" l'islam è bloccato nelle sue certezze. Non osa rimettersi in questione. Si accontenta di affermare e riaffermare la sua "verità".

Più si afferma con forza, più mostra la sua debolezza interna. Di fronte al mondo che lo contesta, esso risponde con la violenza, perché non osa affrontare il mondo esterno, se non per dichiararlo malvagio e corrotto. Esso "è incapace di autocritica", dice Bidar.

È questa la malattia dell'islam: "considerare in modo paranoico che ogni messa in causa dei suoi dogmi è un sacrilegio.
Corano, Profeta, ramadan, halal, ecc..: anche presso individui educati, coltivati, in tante cose pronti al dialogo, il minimo tentativo di rimettere in causa questi totem dell'islam, si scontra con un ultimo rifiuto".

Nella loro maggioranza, i musulmani negano a chiunque di poter rimettere in questione le loro tradizioni, i loro riti, i loro costumi o abitudini. Essi si sono murati nel loro mondo proprio, che assolutizzano, sacralizzano, dichiarano sacro.
"La più parte delle coscienze musulmane si rifiutano e rifiutano pure a chiunque il diritto di discutere ciò che una tradizione fissata in una sacralità intoccabile ha istituito da millenni: riti, principi, costumi, che però non corrispondono più a tutti i bisogni spirituali del tempo presente".

Essi sono rimasti attaccati a queste tradizioni, stabilite nel 7° secolo, in un contesto beduino, e "non si rendono conto nemmeno loro stessi che sempre più sovente, le loro rivendicazioni hanno cambiato natura". I valori che essi sostengono come autenticamente musulmani, perché fedeli alla pratica degli "Antichi" (i salaf, da cui la parola salafita), non corrispondono più del tutto ai criteri attuali degli stessi musulmani, criteri stabiliti "in nome di valori del tutto profani: diritto alla differenza, alla tolleranza, alla libertà di coscienza".

E il nostro autore aggiunge: "Come stupirsi se in questo clima generale di civilizzazione, congelato e schizofrenico, qualche spirito malato trasformi e radicalizzi questa chiusura collettiva in fanatismo assassino?". [...]

 
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