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Il Dittamondo (3-05)

Post n°916 pubblicato il 27 Dicembre 2014 da valerio.sampieri
 

Il Dittamonado
di Fazio degli Uberti

LIBRO TERZO

CAPITOLO V

Poi ci partimmo da Melan, quel giorno 
in vèr Pavia prendemmo la strada, 
notando ognor le novitá d’intorno. 
Esperti eravam noi de la contrada, 
dove Adda fa il suo lago, e stati a Commo, 5 
che qual va lá sotterra par che vada; 
e cercato per tutto su dal sommo 
de lo Lago maggior, che fa ’l Tesino, 
io dico da Margotto in fine a Sommo; 
ed a Castino udito, in quel cammino, 10 
de’ fiorin che Riccieri, ch’è un demonio, 
prestò sopra Giovanni a Conichino. 
Io tenea prima li scongiuri a sonio, 
ma non da poi ch’udio da’ piú contare 
come Riccier Giovanni giunse al conio. 15 
E questo ancor mi fece ricordare 
che visto fu ne l’oste del buon Carlo 
uno esser preso e portato per l’a’re: 
per che ’l ghiottone, di cui ora parlo, 
promise al suo cugino in su la morte 20 
vendere il suo e a’ poveri darlo. 
Oh quanto l’uom dee prima pensar forte 
che altrui imprometta e, se pur impromette, 
non mai serrare a le ’mpromesse porte! 
Da man sinistra a dietro ci ristette 25 
quella contrada, la qual s’incomincia 
dove il Tesino giú dentro Po mette. 
E noi ancora per quella provincia 
eravam iti e cercato ogni foro 
e ’l Tar passato, ove piú grosso schincia; 30 
similemente stati fra coloro 
che ’n su la Parma con gran reverenza 
alcuna volta festeggiano il Toro, 
e sopra ’l Crosto; e, passati l’Enza, 
vedemmo la cittá u’ Prosper giace, 35 
che fu al mondo un lume di scienza. 
E fummo dove il Leone ora tace, 
che soleva a Melan mostrar la branca, 
come dicesse "posa e sta in pace"; 
e ’n quella a cui la Secchia bagna l’anca 40 
e ’l Panaro, ove alcun quel corpo crede 
che col suo stil cacciò l’anima franca. 
In tra Savena e Ren cittá si vede 
sí vaga e piena di tutti i diletti, 
che a caval vi va tal che torna a piede. 45 
Quivi son donne con leggiadri aspetti, 
e ’l nome de la terra segue il fatto; 
buon v’è lo Studio e sottil gl’intelletti. 
Così per tutto questo lungo tratto 
cercando era ito insieme con Solino 
le novitá di quelle genti e l’atto. 
Ma qui ritorno al nostro cammino, 
come quel giorno giungemmo in Pavia, 
dove giace Boezio e Agustino. 
Poi in vèr Piemonte prendemmo la via, 55 
cercando s’io trovassi in alcun seno 
filo da tesser ne la tela mia. 
Giunti a Mortara, quivi udimmo a pieno 
che per i molti morti il nome prese, 
quando li due compagni vennon meno. 60 
E cosí, ricercando quel paese, 
passammo il Sesia, Novara e Vercelli, 
che Pico in prima a fabbricare intese. 
Tutto ’l paese è in piano e monticelli, 
come suona il suo nome, e pieno ancora 65 
di pan, di vin, di fiumi grandi e belli. 
La Dora, Astura, l’Agogna e la Mora 
passammo e ricercammo Monferrato, 
dove un marchese largo e pro dimora. 
Saluzzo, Canavese e Principato 70 
trovammo e sí vedemmo Alba e Asti, 
che ’l Tanar bagna e tocca da l’un lato. 
E benché i muri siano vecchi e guasti 
d’Acqui, non è però da farne sceda 
per Pico, che la fe’ ne’ tempi casti, 75 
e per li bagni, onde si correda, 
sani e buoni, benché ora poco 
par che ne caglia al Signor che n’è reda. 
Or per veder Italia in ciascun loco, 
attraversammo i monti a Ventimiglia, 80 
che vede la Provenza, se fa foco. 
Genova stende lo suo braccio e piglia
in vèr ponente tutta quella terra 
e Monaco e San Romolo e Oniglia. 
Io ero stato al tempo de la guerra 85 
de lo doge da Murta per que’ valli, 
sí ch’io sapea ’l cammin di serra in serra. 
"Guarda, disse Solin, che tu non falli, 
ch’io so la via del mar, ch’è tutta bona, 
e lasciamo l’andar per questi calli". 90 
E io a lui: "Da Porto ad Andona 
la strada so, ma convien ch’uom si spoltri, 
e come va da Finale a Saona, 
da Albingano, da Noli e da Voltri 
in fine a Genova". E Solino rise; 95 
poi disse: "Va, ché del cammin qui m’oltri". 
Per que’ valloni e per quelle ricise 
andammo, in fin che fummo dove Giano, 
dico l’antico, prima pietra mise. 
Questa cittá è tutta in poggio e in piano, 100 
racchiusa tra Bisagno e Poncevere, 
con bei palagi e ’l sito dolce e sano. 
E se vi fosse cosí Po o Tevere, 
non si potrebbe dire il lor piacere; 
sobrii sono nel mangiare e nel bevere. 105 
Io fui in San Lorenzo, per vedere 
la testa del Battista e la scodella, 
ch’ è di smeraldo e vale un grande avere. 
E vidi un’altra novitá in quella 
cittá, che dura da la state al verno, 110 
che strana pare, quando si novella: 
io dico che i demoni de lo ’nferno 
non son sí neri, come stan dipinte 
le donne qui, ché piú non ne discerno
che gli occhi e i denti, sí son forte tinte. 115

 
 
 
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Data di creazione: 26/04/2008
 

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