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Osservazioni sulla tortura 07

Post n°1028 pubblicato il 11 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

Osservazioni sulla tortura e singolarmente sugli effetti che produsse all'occasione delle unzioni malefiche alle quali si attribuì la pestilenza che devastò Milano l'anno 1630 (Prima edizione 1804)
di Pietro Verri

VII
Come terminasse il processo delle unzioni pestifere

Se volessi porre esattamente sott'occhio al lettore la scena degli orrori metodicamente praticati in quella occasione, dovrei trascrivere tutto il processo, dovrei inserire le torture fatte soffrire ai banchieri, ai loro scritturali ed altre civili persone; torture crudelissime, date per obbligarli a confessare, che dal loro banco si dava qualunque somma di danaro a chiunque anche sconosciuto, purché nominasse D. Giovanni di Padilla; e danaro, che si sborsava senza averne alcuna quitanza e senza scriversi partita ne' loro libri: e tutte queste assurde proposizioni emanate dal forzato romanzo, che la insistenza degli spasimi fece concertare fra i miseri Piazza e Mora. Ma anche troppo è feroce il saggio che di sopra ne ho dato, e troppo funesti alla mente ed al cuore sono sì tristi oggetti. Dalla scena orribile che ho descritta si vede l'atroce fanatismo del giudice di circondurre con sottigliezza un povero uomo che non capiva i raggiri criminali, e portarlo alle estreme angosce, d'onde l'infelice si sarebbe sottratto con mille accuse contro se medesimo, se per disgrazia gli si fosse presentato alla mente il modo per calunniarsi. Colla stessa inumanità si prodigò la tortura a molti innocenti: in somma tutto fu una scena d'orrore. È noto il crudele genere di supplizio che soffrirono il barbiere Gian-Giacomo Mora (di cui la casa fu distrutta per alzarvi la colonna infame), Guglielmo Piazza, Gerolamo Migliavacca coltellinajo, che si chiamava il Foresè, Francesco Manzone, Caterina Rozzana e moltissimi altri; questi condotti su di un carro, tenagliati in piú parti, ebbero, strada facendo, tagliata la mano; poi rotte le ossa delle braccia e gambe, s'intralciarono vivi sulle ruote e vi si lasciarono agonizzanti per ben sei ore, al termine delle quali furono perfine dal carnefice scannati, indi bruciati e le ceneri gettate nel fiume. L'iscrizione posta al luogo della casa distrutta del Mora, così dice:

HIC.UBI.HAEC.AREA.PATENS.EST
SURGEBAT.OLIM.TONSTRINA
JO.JACOBI.MORAE
QUI.FACTA.CUM.GULIELMO.PLATEA
PUB.SANIT.COMMISSARIO
ET.CUM.ALIIS.CONJURATIONE
DUM.PESTIS.ATROX.SAEVIRET
LAETIFERIS.UNGUENTIS.HUC.ET.ILLUC.ASPERSIS
PLURES.AD.DIRAM.MORTEM.COMPULIT
HOS.IGITUR.AMBOS.HOSTES.PATRIAE.JUDICATOS
EXCELSO.IN.PLAUSTRO
CANDENTI.PRIUS.VELLIICATOS.FORCIPE
ET.DEXTERA.MULCTATOS.MANU
ROTA.INFRINGI
ROTAQUE.INTEXTOS.POST.HORAS.SEX.JUGULARI
COMBURI.DEINDE
AC.NE.QUID.TAM.SCELESTORUM.HOMINUM
RELIQUI.SIT
PUBLICATIS.BONIS
CINERES.IN.FLUMEN.PROJICI
SENATUS.JUSSIT
CUJUS.REI.MEMORIA.AETERNA.UT.SIT
HANC.DOMUM.SCELERIS.OFFICINAM
SOLO.AEQUARI
AC.NUNQUAM.IMPOSTERUM.REFICI
ET.ERIGI.COLUMNAM
QUAE.VOCETUR.INFAMIS
PROCUL.HINC.PROCUL.ERGO
BONI.CIVES
NE.VOS.INFELIX.INFAME.SOLUM
COMACULET
MDCXXX.KAL.AUGUSTI

Qui dov'è questa piazza
sorgeva un tempo la Barbieria
di Gian Giacomo Mora
il quale con Guglielmo Piazza
pubblico commissario di sanità
e con altri fatta una congiura
mentre la peste infieriva più atroce
sparsi qua e là mortiferi unguenti
molti trasse a cruda morte
entrambi adunque giudicati nemici della patria
sopra un alto carro
martoriati prima con rovente tanaglia
e troncata la mano destra
si frangessero colla ruota
e alla ruota intrecciati dopo sei ore scannati
poscia abbruciati
e perché d'uomini così scellerati
nulla resti
confiscati gli averi
si gettassero le ceneri nel fiume
il senato medesimo ordinò
a memoria perpetua di tale reato
questa casa officina del delitto
di radere al suolo
e giammai rialzarsi in futuro
ed erigere una colonna
che si appelli infame
lungi adunque lungi da qui
buoni cittadini
che voi l'infelice infame suolo
non contamini
il primo d'agosto MDCXXX.

Come poi subissero la pena, il canonico Giuseppe Ripamonti, che era vivo in que' tempi, ce lo dice: Confessique isti flagitium, et tormentis omnibus excruciati perseveravere confitentes donec in patibulum agerentur. Hi demum juxta laqueum inter carnificis manus de sua innocentia ad populum ita dixere: mori se libenter ob scelera alia, quae admisissent; caeterum unguendi artem se factitavisse nunquam, nulla sibi veneficia aut incantamenta nota fuisse. Ea sive insania mortalium, sive perversitas, et livor astusque daemonis erat. Sic indicia rerum, et judicum animi magis magisque confundebantur. (Dopo di avere ne' tormenti confessato ogni delitto, di cui erano ricercati, protestavano all'atto di subire la morte di morir rassegnati per espiare i loro peccati avanti Dio, ma di non aver mai saputo l'arte di ungere, né fabbricar veleni, né sortilegi.) Così dice il Ripamonti, che pure sostiene l'opinione comune, cioè che fossero colpevoli.
Le crudeltà usate da più di un giudice in quel disgraziato tempo giunsero a segno, che più di uno fu tormentato tant'oltre da morire fra le torture: il Ripamonti lo dice, e invece d'incolpare la ferocia de' giudici, va al suo solito a trovame la meno ragionevole cagione, cioè che il Demonio li strangolasse. Constitit flagitii reos in tormentis a Daemone fuisse strangulatos [Constatava che alcuni reii del misfatto, sottoposti alla tortura, furono strozzati dal demonio].
Il cardinale Federico Borromeo, nostro illustre arcivescovo in que' tempi, dubitava della verità del delitto, e in una di lui scrittura inserita nel Ripamonti cosi disse: Non potuisse privatis sumptibus haec potenta patrari. Regum, principumque nullus opes authoritatemque comodavit. Ne caput quidem, authorve quispiam unctorum istorum, furiarumque reperitur; et haud parva conjectura vanitatis est, quod sua sponte evanuit scelus, duraturum haud dubio usque in extrema, si vi aliqua consilioque certo niteretur. Media inter haec sententia, mediumque inter ambages dubiae historiae iter. (Non si sarebbe co' danari d'un semplice privato potuto fare una così portentosa cospirazione. Nessun re o principe ne somministrò i mezzi, o vi diè protezione. Non apparve nemmeno chi fosse l'autore o il capo di tali unzioni e furiosi disegni; e non è piccola congettura che fosse un sogno il vedere una tale cospirazione svanita da sé, mentre avrebbe dovuto durare sino al totale esterminio, se eravi una forza, un disegno, un progetto, che dirigessero una tale sciagura. Fra tali dubbietà e incertezze deve la storia farsi la strada.) Né quel solo illuminato cardinale vi fu allora che ne dubitasse, che anzi convien dire che la dubitazione fosse di varj, poiché tanto il Ripamonti che il Somaglia e altri scrittori di que' tempi si estendono a provare la reità dei condannati; cosa che non avrebbero certamente fatta, se non fosse stato bisogno di combattere un'opinione contraria. Anzi lo stesso Ripamonti, che di proposito scrisse la storia di quella pestilenza, per timidità piuttosto che per persuasione sostenne l'opinione degli unti malefici, dolendosi egli del difficile passo in cui si trova di opinare se oltre gl'innocenti, i quali furono di tal delitto incolpati, realmente vi fossero veri spargitori dell'appestata unzione, mostri di natura, obbrobrj della umanità e nemici pubblici; né tanto gli sembra scabroso il passo per la dubbiezza del fatto, quanto perché non trovavasi posto in quella libertà in cui uno scrittore possa spiegare i sentimenti dell'animo suo, «poiché se io dirò (così il Ripamonti) che unzioni malefiche non vi furono, tosto si griderà ch'io sia un empio e manchi di rispetto ai tribunali. L'orgoglio de' nobili e la credulità della plebe hanno già adottata questa opinione, e la difendono come inviolabile, onde cosa inutile e ingrata sarebbe se io volessi oppormivi». Eccone le parole:
 Caeterum his ita expositis anceps atque difficilis mihi locus oritur exponendi, praeter innoxio istos unctores, et capita honesta quae nihil cogitavere mali et periculum adiere ingens, putemne veros etiam fuisse unctores, monstra naturae, propudia generis humani, vitae communis inimicos, quales etiam isti (cioè alcuno de' quali ha raccontato i casi) nimium injuriosa suspicione destinabantur. Neque eo tantum difficilis ancepsve locus est, quia res etiam ipsa dubia adhuc et incerta, sed quia ne illud quidem liberum solutumque mihi relinquitur quod a scriptore maxime exigitur, ut animi sui sensum de unaquaque re depromat atque explicet. Nam si dicere ego velim unctores fuisse nullos frustra caelestes iras et consilia divina trahi ad fraudes artesque hominum, exclamabunt illico multi historiam esse impiam, meque ipsum impietatis teneri, judiciorumque violatorem. Adeo sedet contraria opinio animis; pariterque et credula suo more plebs, et superba nobilitas cursu in eam vadunt amplexi rumoris hanc auram, quomodo qui aras et focos et sacra tueretur. Adversus hosce capessere pugnam ingratum mihi nunc, inutileque est [Ora mi si fa innanzi un argomento incerto e difficile a svolgere; se oltre questi innocui untori, uomini dabbene, che nulla macchinarono di male, e colsero nonostante pericolo di vita, vi siano stati altresì veri untori, mostri di natura, infamia del genere umano e nemici alla vita comune, siccome con troppo ingiurioso sospetto si andava affermando. E non solo è argomento arduo perché di dubbioso in se stesso; ma altresì perché non mi è conceduta la libertà sì necessaria allo storico di emettere e sviluppare la propria opinione sopra ciascun fatto. Ov'io volessi dire che non vi furono untori, e che indarno si attribuiscono alle frodi ed alle arti degli uomini i decreti della Provvidenza ed i celesti gastighi, molt griderebbero tosto empia la mia storia, e me irreligioso e sprezzatore delle leggi. L'opposta opinione è ora invalsa negli animi: la plebe credula, com'è suo stile, ed i superbi nobili essi pure, seguendo la corrente, sono tenaci in dar fede a questo vago rumore come se avessero a difendere la religione e la patria. Ingrata ed inutile fatica sarebbe per me il combattere siffatta credenza]. Da ciò conoscesi qual fosse la opinione del troppo timido Ripamonti, il quale dice: Quaestio multiplici torsit ambage dubitantes fuerintne venena haec, et aliqua ungendi ars, an vanus absque re ulla timor, qualia saepe in extremis malis deliramenta animos occupare consueverunt [Gli animi ondeggiavano in molte dubbiezze circa la questione se vi furono realmente unti ed un'arte di spargerli, ovvero se fu uno di quei vani timori senza fondamento che spesso fan delirare gli uomini caduti nell'estremo de' mali]; perloché evidentemente si conosce, che malgrado l'infelicità de' tempi vi era nella città nostra un ceto d'uomini che non si lasciarono strascinare dal furore del volgo, e sentirono l'assurdità del supposto delitto e la falsità dell'opinione.
 Riepilogando tutto lo sgraziato amrnasso delle cose sin qui riferite, ogni uomo ragionevole conoscerà, che fu immenso il disastro che rovinò in quell'epoca infelicissima i nosti maggiori, e che quest'ammasso crudele di miserie nacque tutto dall'ignoranza e dalla sicurezza ne' loro errori, che formò il carattere de' nostri avi. Somma spensieratezza nel lasciare indolentemente entrare nella patria la pestilenza; somma stolidità nel ricusare la credenza ai fatti, nel ricusare l'esame di un avvenimento cosi interessante; somma superstizione nell'esigere dal cielo un miracolo, acciocché non si accrescesse il male contagioso coll'affollare unitamente il popolo; somma crudeltà e ignoranza nel distruggere gl'innocenti cittadini, lacerarli e tormentarli con infernali dolori per espiare un delitto sognato. Insomma la proscritta verità in nessun conto poté manifestarsi; i latrati della superstizione e l'insolente ignoranza la costrinsero a rimanersene celata. Per tutto il passato secolo si risentì in questo infelicissimo stato la enorme scossa di quella pestilenza. Le campagne mancarono di agricoltori; le arti e i mestieri si annientarono; e fors'anche al giorno d'oggi abbiamo de' terreni incolti, che prima di quell'esterminio fruttavano a coltura. Si avvilì il restante del popolo nella desolazione in cui giacque; poco rimase delle antiche ricchezze, e non si citerà una casa fabbricata per cinquant'anni dopo la pestilenza, che non sia meschina. I nobili s'inselvatichirono; ciascuno vivendo in una società molto angusta di parenti, si risguardò come isolato nella sua patria; e non si rípigliarono i costumi sociali, che erano tanto splendidi e giocondi prima di tale sciagura, se non appena al principio del secolo presente. Tanti malori poté cagionare la superstiziosa ignoranza!

 
 
 
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