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Angelo Ribelle

La Via Che Conduce All'Inferno E' Lastricata Di Buone Intenzioni? Piacere, Io Sono Il Pavimentatore...

 

 

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Scontri

Post n°209 pubblicato il 19 Maggio 2013 da Solo_Vita

Il sole di maggio riempiva spavaldo e fragoroso la stanza silenziosa.

Sospesi nell'aria, milioni di corpuscoli di polvere si trovavano improvvisamente controluce, così, visibili e spaesati, come fiere disturbate nel loro vagare a bordo strada dai fari di una veloce auto sportiva.
Un attimo e poi via. Neppure il tempo di sollevare il piede dal gas.

Un attimo e poi via. Neppure l'impulso nervoso che sovrintende alla vita a dire di togliersi da quella potenziale situazione di pericolo.

La vecchia scrivania di noce massello dominava l'ambiente, al centro, sembrando quasi il ponte di comando di una nave fantastica.
Ordinatamente riposti sopra di essa trovavano spazio libri, codici, blocchi spiralati pieni di appunti, un computer portatile, un bicchiere pieno di penne colorate ed una piccola ciotola di vetro colma di caramelle gelèè. -Contro l'amarezza della vita-, ripeteva affabile ogni volta che voleva offrirne a qualcuno dei suoi interlocutori.

Ma adesso a nulla serviva quella piccola intramuscolo zuccherosa. E neppure nessuno degli altri oggetti pareva avere la benchè minima utilità.

Soltanto uno infatti catalizzava l'attenzione del giovane cacciatore. Un piccolo oggetto dai bordi squadrati, ora stretto nella mano destra, ora appoggiato sul tavolo, ora ripreso nuovamente.

Indecisione. Prudenza. Vergogna. Voglia. Ardore. Timore.

Tanti lati di un poligono trasparente che pareva albergasse a sinistra della cassa toracica.

Cosa fare? Schiacciare il tasto con la cornetta verde oppure lasciar perdere?

La fase di scrittura del numero era stata superata già da un pezzo, in maniera quasi inaspettata.
Aveva aperto il cassetto, estratto la sua Moleskine e, giusto un attimo dopo aver goduto del profumo inconfondibile della carta giallastra, digitato il numero tutto d'un fiato.
Poi, il programma perfetto si era interrotto per colpa di uno strano brivido che gli aveva morso la base della colonna vertebrale, causando un diffuso tremore seguito da un senso di inadeguatezza. -Sto facendo una cazzata, sto facendo una cazzata- era il mantra che sospirava a sè stesso.

A distanza di più di mezz'ora era ancora lì. Fermo e combattuto, alla disperata ricerca di un alito di coraggio pronto a sospingere la sua vela. Nessun navigatore intrepido è tale se le stelle non sono propizie.

Ripercorreva mentalmente il loro incontro così fortuito ed improvviso, tanto repentino ed inatteso da ricordare il botto tremendo che segue il fulmine di un temporale primaverile.
Gomito contro gomito davanti al bancone di marmo del solito bar e via, tutti i fogli di lei erano caduti a terra, spargendosi dappertutto.
Il tempo di voltarsi, respirlarla, e lui aveva già sentenziato -Pure Poison, riconoscerei questo profumo tra mille. Peccato che non possa dire lo stesso per i casini che combino-
Pausa.

Poi le guance di Lei si erano avvampate di colpo e mentre cercava di farneticare qualcosa lui aveva già raccolto tutto il contenuto della cartellina trasparente. Da tempo lei condivideva giaciglio e trilocale in centro con un uomo che neppure la guardava più, figurarsi respirarla a quel modo.

-Sofia...Io sono Sofia- aveva singhiozzato, giusto un attimo prima che -Marco, piacere- potesse dare un volto a quell'essenza che gli aveva stregato il nervo cranico.

Cinquanta parole, forse si,  con gli occhi del piccolo e sciccoso bar improvvisamente sintonizzati su quella scena da commedia leggera americana. Persino il vecchio notaio, in un angolo, aveva perso interesse nella pastarella alla crema per seguire la vicenda.

I lineamenti decisi custodi perfetti degli occhi profondi e nerissimi di lui, contro l'incarnato di porcellana e la longuette strapagata di lei.

-Scusami, devo andare- gli aveva detto, mentre già la testa le girava, col cuore disorientato a spingere forte il sangue dentro le arterie, nel tentativo di far muovere quei benedetti quadricipiti verso la salvezza.
Lui invece, occhiata rapida alla fede aggrappata all'anulare sinistro come un naufrago disperato, già pronto come un pugile a sferrare il montante che manda al tappeto.

-Non ti ho mai vista, lavori in questa zona? No, lo dico per la sicurezza dei tuoi documenti, vorrei evitare di farli cadere ogni mattina-  E via col sorriso delle migliori occasioni, a metà tra quello del cucciolo della carta igienica e l'ufficiale gentiluomo.

-No,  non lavoro qui, sono un avvocato ed ero da un cliente. Sai, ormai se non ti muovi dallo studio sei finito, è un lavoraccio, siamo troppi, ormai le università sono fucine di concorrenti impreparati...- e la voce che si faceva sempre più flebile mano a mano che venivano snocciolati luoghi comuni. Infine il gesto meccanico di allungare il biglietto da visita prima di sparire oltre la soglia del bar. Glielo aveva insegnato il suo Maestro - Lascia sempre un biglietto da visita, spesso l'avvocato che lavora è il primo della rubrica telefonica che si possiede-, così aveva fatto senza pensare.

Venti secondi giusti giusti e gli avventori si erano dimenticati di tutto.

Diversa invece la sorte che era toccata a lui.

Ed ora che era tornato nel presente si trovava ancora una volta ripercorrere la scena per capire il perchè di quel biglietto da visita, se quel sorriso imbarazzato celava piacere, se quell'arrossire improvviso fosse sintomo di interesse.

Il lavoro dopo quell'incontro aveva perso completamente attrattiva e tutto era catalizzato su Sofia e quel suo sguardo che di colpo si era acceso come un falò estivo. Perfino le gelèè avevano perso gusto.

Premette il tasto verde, quasi sovrappensiero.

Tre squilli interminabili e poi quella voce che riconobbe subito -Pronto?-

-Ciao, sono Marco, quello del bar, non so se ti ricordi...-

-Ah sì, ciao Marco...-

Silenzio.

-Stavo aspettando questa chiamata-

Un attimo e poi via. Il cuore che batte e la vista che si appanna.

Buona fortuna.

Un'atmofera ovattata e lattiginosa che tutto avvolge e che assorbe ogni suono.
Via i punti cardinali.
Via la luce.
E' questo che riserva il destino a chi, certo di essere Paladino, si scopre di colpo a menar fendenti contro un'informe oscurità.
Ciò che la mano dell'uomo non riesce a disegnare, è tracciato talvolta con geometrica precisione dal Destino.
Fili invisibili muovono pupi protagonisti di storie senza lietofine, fatti di cavalieri sconfitti da draghi e di principesse che non tornano indietro.
Ma certe battaglie vanno combattute lo stesso.
Perchè un sorriso, una parola, un bacio, acquisiscono valore nel momento in cui li conquisti, col sudore, le lacrime, l'estro o le parole.
Poco importa se, anche un secondo dopo, dovessero svanire per mano tua o del Fato misterioso che tutto sovrintende.
Sole e Luna sono parte di me. 

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viaggio80
viaggio80 il 20/05/13 alle 16:40 via WEB
“..Non lo so se abbiamo ognuno il suo destino o se siamo tutti trasportati in giro per caso come da una brezza, ma io credo, può darsi le due cose, forse le due cose capitano nello stesso momento..” Forrest Gump
 
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INFERNO, CANTO V, VV. 127-138

Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lanciallotto, come amor lo strinse:

soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;

ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso

esser baciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi baciò tutto tremante.

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante.

 

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