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"ER GRILLO ZOPPO"   LA SUA PREFERITA
favola di Trilussa

Ormai me reggo su ‘na cianca sola.
- diceva un Grillo – Quella che me manca
m’arimase attaccata alla capriola.
Quanno m’accorsi d’esse prigioniero
col laccio ar piede, in mano a un ragazzino,
nun c’ebbi che un pensiero:
de rivolà in giardino.
Er dolore fu granne…,ma la stilla
de sangue che sortì dalla ferita
brillo ner sole come una favilla.
E forse un giorno Iddio benedirà
Ogni goccia di sangue ch’è servita
Pe’ scrive la parola libertà!

( favola di Trilussa )

 

io nun piango                                         CANZONE PREFERITA
franco califano

io nun piango pe' quarcuno che more
non l'ho fatto manco pe 'n genitore
che morenno m'ha 'nsegnato a pensare
non lo faccio per un altro che more
Io nun piango
quanno scoppia 'na guera
er coraggio de' l'eroi stesi a tera
io lo premio co' du' fiori de serra
ma nun piango
quanno scoppia 'na guera
lo piango quanno casco nello sguardo
de' 'nvagabondo perche'
ce somijamo in modo assurdo
semo due soli monno
Me perdo in quell'occhi senza nome
che cercano padrone
in quella faccia de malinconia
che chiede compagnia
Io nun piango quanno 'n omo s'ammazza
il suo sangue nun me fa tenerezza
manco se allagasse tutta 'na piazza
io non piango quanno 'n omo s'ammazza
Ma piango io piango sulle stre vite
due vite violentate
A risposte mai ne abbiamo date
ecco perche' la sete
lo piango so tutto
tempo che ce resta
e me ce sento male
Domani se non sbajo e' tua festa
la prima senza viole
la prima senza viole
la prima senza viole
la prima senza viole.

 

 

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I SOMBRERI

Post n°799 pubblicato il 14 Giugno 2008 da IOXTEFOREVER
 


Maria Mezzomondo era una fata clandestina, ragazzina di dodici anni come tutte le altre, che però nascondeva un potere, uno solo ma grande, concentrato in un occhio, il sinistro. Con quell'occhio, che era l'occhiodelle fiabe, chiudendosi l'altro, poteva "vedere oltre" la realtà. Vedeva la gente dietro i muri delle case, o nei buchi delle rocce le lucertole, o nel cielo draghi e fate roteare. Vedeva anche oltre la buccia delle immagini, dentro i quadri o i disegni o le foto; e in un certo senso poteva anche andarci, in quei mondi. Chiudeva l'occhio destro, guardava fissa col sinistro e zwoooshhh... un bel taglio nella buccia dell'immagine, e lei sgusciava dentro. Gli amici più sciocchi dicevano che lei s'inventava tutto. Benissimo, e allora? Come altro ci vuoi andare nei mondi inventati, se non inventando di più? Insomma, una bella mattina d'estate se ne andava per via, quando vide un nuovo manifesto di pubblicità, attaccato fresco fresco quella notte, che reclamizzava il famoso gelato chiamato Sombrero. Nell'immagine ottocento giovanotti tutti uguali, con la testa rasata e ridenti, con una bella maglia arancio zucca, si affollavano in un posto assolato guardando tutti verso qua, e mangiando Sombreri. Non era come un esercito schierato, erano più tranquilli, disinvolti: qualcuno guardava diritto, qualcuno chinava il capo sul gelato, qualche altro guardava in alto con aria furbetta, qualche altro sorride va ad occhi chiusi... Insomma proprio una bella folla serena e contenta. Ma perché tutti uguali?, pensò Maria.Anzi, guardando bene, non erano tutti uguali: erano proprio... tutti la stessa persona, moltiplicata per ottocento volte (con uno sguardo rapido e magico li aveva contati: 853). La tentazione era troppo forte: mano destra sull'occhio destro, occhio sinistro spalancato, bello sbrego nella buccia dell'immagine, e zwoooshhh... dentro. - Ciao, Mi chiamo Maria Mezzomondo, e tu? - lo Pino. - E tu? -Pino. - E tu? -Pino. - E tu? -Pino. - Ho capito - disse Maria - è una pineta. - Ah! Ah! Ah! - fecero ottocento Pini tutti insieme, e a Maria volò via il cerchietto dei capelli. - Ma perché siete tutti uguali? - Perché a tutti ci piace il Sombrero! Maria non capiva: bisognava per forza essere tutti uguali, perché a tutti piacesse quel gelato? - No, puoi mangiare altri gelati. Ma se vuoi essere come quelli del Sombrero, vieni anche tu con noi! Maria rise, e disse che a lei piacevano le cotolette. Alla parola "cotoletta" vide cinque o sei facce impallidire e guardarsi smarrite. - Ha detto cotoletta! - Ha detto cotoletta! - Ha detto cotoletta! Il brusio si propagava in quella valle ridente dei Pini, che non sorridevano più. Maria ci pensò su, e disse: - Polenta. E aggiunse subito: - Tortino di melanzane, polpettone di zia Sofia, ragù. Un vento furioso a quelle parole scuoteva ed arruffava la Pineta. I poveri giovanotti rasati e felici parevano non capire più niente: in lacrime, non sapendo che fare, agitavano i loro Sombreri, per cui presto quel vento furioso fu un vento gelato all'odore di tropical mix. A Maria fecero molta compassione, e anche un po' di freddo, per cui smise di dire quelle parole, che chissà perché li turbavano tanto. Sedette, e cominciò a parlare con loro con voce serena, chiedendo notizie dei giochi che avevano fatto da bambini, del posto preferito di vacanza, degli animali che avessero allevato, delle mamme, dei fratelli, delle zie. Risultò che sapevano poco, della vita: il pubblicitario che li aveva creati gli aveva insegnato che loro erano quelli del Sombrero, che erano contenti di esserlo, che il Sombrero era buono, e né loro né i consumatori umani dovevano chiedersi altro. - Perché, c'è dell'altro? - chiese un Pino che Maria aveva notato da subito, perché aveva un sorriso un po' meno convinto e un neo sopra il naso (un errore del tipografo, che fu poi licenziato). - Certo! Ci sono tantissime cose, al mondo. Per esempio c'è il polpettone di zia Sofia. Dieci Pini si sedettero intorno a lei, smisero di piangere, si soffiarono i nasi nelle maglie color zucca, e si misero in ascolto. Altri duecento riferivano agli altri seicento intorno. E così fecero. Per tutto il giorno. Maria Mezzomondo raccontò del ragù, del campionato mondiale di calcio, dell'Africa sterminata, della sua maestra di quinta elementare, del Tonio Cartonio italiano e delle Banshee d'Irlanda, dei lontanissimi ghiacciai del Polo Nord (trecento Pini sorrisero rinfrancati, e le varono alti i gelati). Quando alla World Ice-Cream Italia fu comunicato che qualcosa non andava nella loro ultima campagna manifesti, e mandarono gli agenti a vedere, era già troppo tardi. Molti Pini si erano tolti la maglia color zucca e, fregandola per terra, annodando la, stracciandola un po', si erano fatti strani abiti diversi; alcuni sedevano per terra da soli, esercitandosi a pensare; altri sedevano in due provando a parlare, altri in cerchio, dando perfino le spalle al passante che guarda; alcuni cantavano canzoni di gelati, altri dormivano, altri si vantavano di aver assaggiato il ragù. E fin dove potevano farlo, poverini, si erano anche cambiati i nomi: Pino, Pinuccio, Pinetto, Pinocchio e Pinìn. Maria scappò dal manifesto verso sera, con quello chiamato Pinocchio, che aveva il neo sul naso e correva come un diavolo del ghiaccio; e gli agenti della World Ice-Cream Italia non li presero mai. I due fuggiaschi, addirittura, si permisero il lusso di fermarsi in una gelateria sulla strada. E Maria comprò un Sombrero: era buono.- Ma perché, per un gelato, tutti uguali? - chiese un po' triste a Pinocchio - Perché pensano così di noi? Cosa credono che abbiamo nella testa? - Zero gradi mentali - rispose un tizio con gli occhiali scuri da un altro manifesto del Sombrero. - A lui penseremo domani! - disse Maria, vedendo arrivare gli agenti col suo magico occhio - Ora corri Pinocchio!

 
 
 
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