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"ER GRILLO ZOPPO"   LA SUA PREFERITA
favola di Trilussa

Ormai me reggo su ‘na cianca sola.
- diceva un Grillo – Quella che me manca
m’arimase attaccata alla capriola.
Quanno m’accorsi d’esse prigioniero
col laccio ar piede, in mano a un ragazzino,
nun c’ebbi che un pensiero:
de rivolà in giardino.
Er dolore fu granne…,ma la stilla
de sangue che sortì dalla ferita
brillo ner sole come una favilla.
E forse un giorno Iddio benedirà
Ogni goccia di sangue ch’è servita
Pe’ scrive la parola libertà!

( favola di Trilussa )

 

io nun piango                                         CANZONE PREFERITA
franco califano

io nun piango pe' quarcuno che more
non l'ho fatto manco pe 'n genitore
che morenno m'ha 'nsegnato a pensare
non lo faccio per un altro che more
Io nun piango
quanno scoppia 'na guera
er coraggio de' l'eroi stesi a tera
io lo premio co' du' fiori de serra
ma nun piango
quanno scoppia 'na guera
lo piango quanno casco nello sguardo
de' 'nvagabondo perche'
ce somijamo in modo assurdo
semo due soli monno
Me perdo in quell'occhi senza nome
che cercano padrone
in quella faccia de malinconia
che chiede compagnia
Io nun piango quanno 'n omo s'ammazza
il suo sangue nun me fa tenerezza
manco se allagasse tutta 'na piazza
io non piango quanno 'n omo s'ammazza
Ma piango io piango sulle stre vite
due vite violentate
A risposte mai ne abbiamo date
ecco perche' la sete
lo piango so tutto
tempo che ce resta
e me ce sento male
Domani se non sbajo e' tua festa
la prima senza viole
la prima senza viole
la prima senza viole
la prima senza viole.

 

 

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LE GRANDI TESTE DEGLI OLMECHI

Post n°803 pubblicato il 14 Giugno 2008 da IOXTEFOREVER
 

Un testone di pietra che spunta dalla terra? Dove? Quando? Devo assolutamente vederlo!". Corre l'anno 1862 e José Melgar, di professione archeologo, si precipita nel piccolo villaggio di Tres Zapotes, nello Stato messicano di Veracruz, dove gli hanno riferito dello straordinario ritrovamento.

È stato un contadino a disseppellire "quel pietrone ingombrante" nel bel mezzo del suo podere, e a lui si rivolge José perché glielo mostri. Quando lo vede, resta sbalordito: ancora semicoperto dal terriccio, un viso di granito senza corpo sembra fissarlo impassibile. È davvero enorme: alto più di due metri, ha una circonferenza di oltre sei. Il suo naso è largo e schiacciato, le labbra sono pronunciate e con gli angoli rivolti all'ingiù, gli occhi hanno un taglio orientale. José è davvero fortunato: ha fatto il primo emozionante  incontro con un rappresentante degli 0lmechi, anche se allora nessuno aveva ancora dato loro questo nome perché non se ne sospettava neppure l'esistenza. Da quel lontano 1862 gli archeologi hanno scoperto altre teste colossali, statue, stele e altari scolpiti. Oggi quell'antichissimo popolo, che si insediò nell' America centrale 1.400 anni prima di Cristo, sta rivelando alcuni dei suoi segreti, ma resta ancora uno dei più affascinanti e misteriosi del mondo.

I volti più misteriosi d'America

Ma chi erano gli Olmechi? E da dove provenivano? La cosa che più aveva colpito i primi scopritori delle grandi teste di pietra erano stati i lineamenti del volto: guance piene, occhi allungati come quelli dei mongoli, naso corto e largo, labbra spesse e bocca sdegnosa o crudele, la tipica "bocca olmeca". Lineamenti che, a una prima e superficiale analisi, sembravano tipici di una popolazione negra. Tanto che uno studioso aveva avanzato l'ipotesi di un'antichissima colonizzazione dell' America centrale da parte di intraprendenti egizi che sarebbero sbarcati su queste terre con il loro seguito di schiavi nubiani. Ma perché allora costoro avrebbero immortalato nella pietra semplici servitori?

L'ipotesi più probabile è invece che gli Olmechi siano" amerindi", cioè una popolazione indigena che si insediò nelle Americhe più di 25.000 anni fa proveniente dall' Asia attraverso lo stretto di Bering, a quel tempo ghiacciato. E del resto alcuni dei loro tratti fisici sono ancor oggi visibili in molte delle genti che vivono in Messico. Poiché non possedevano un linguaggio scritto, della storia degli Olmechi conosciamo solo quanto possiamo dedurre dalle sculture che ci hanno lasciato. Degli edifici, tutti probabilmente fatti di materiali deperibili, non è rimasta traccia. Né è stato possibile trovare un solo scheletro o qualche resto umano che ci aiutassero a confermare la loro origine. Di loro sappiamo che vivevano in una regione a forma di mezzaluna, lunga circa 250 chilometri e ampia circa 100, che si affacciava sul Golfo del Messico. Era un territorio solcato da molti fiumi, paludoso e coperto da una fitta giungla, dove la pietra necessaria a fabbricare templi e sculture era rara. Da dove arrivavano dunque i famosi testoni? Per quanto possa sembrare incredibile venivano estratti da cave distanti almeno 150 chilometri e poi trasportati su zattere lungo i fiumi fino ai santuari a cui erano destinati. Una faticaccia, visto che un blocco poteva pesare anche 12 tonnellate, cioè 12.000 chili! I nostri amici possedevano in compenso un'altra ricchezza, il caucciù: gli Aztechi, loro successori, chiamavano infatti le loro terre Olman, cioè "Paese del caucciù: gli Aztechi, loro successori, chiamavano infatti le loro terre Olman, cioè "Paese del caucciù", che gli alberi della gomma (Hevea brasiliensis) fornivano in abbondanza. Di qui il nome di Olmechi con cui oggi li conosciamo. È proprio grazie al caucciù che gli Olmechi inventarono (udite, udite!) il gioco della palla. All' inizio lo giocavano su campetti di terra battuta, poi costruirono dei veri e propri stadi dove due squadre si contendevano una sfera di gomma piena, pesante più di un chilo e mezzo. Guai però a prenderla a calci come si fa oggi: ai giocatori era consentito colpirla solo con fianchi, ginocchia e gomiti! I più bravi per tutta ricompensa pare venissero sacrificati agli dei: proprio a questi campioni del pallone sarebbero dedicati i testoni di pietra, che sono per l'appunto mozzati subito al di sotto del mento! Ma chi erano questi dei tanto terribili? I più potenti erano senz'altro il dio serpente e il dio giaguaro, che vediamo raffigurati spesso su stele e altari. Gli Olmechi erano inoltre convinti che ogni bambino nasceva con uno spirito accompagnatore, solitamente un animale, che lo avrebbe seguito durante la vita diventando tutt'uno con lui. Certo è che un brutto giorno lo spirito accompagnatore degli Olmechi dovette abbandonarli per sempre: misteriosamente come erano arrivati scomparvero, forse vinti e dispersi da altre popolazioni che distrussero i loro centri e seppellirono le loro statue. La loro civiltà era comunque destinata a influenzare enormemente tutte quelle che seguirono, comprese quella maya e quella azteca, altrettanto affascinanti e ricche di mistero.

 
 
 
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Data di creazione: 06/10/2007
 

 

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