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Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi di Aprile 2024

Le foto oltre l'autismo

2024, Avvenire 15 aprile

Riccardo, le foto oltre l'autismo: «Coi miei scatti vedo dentro le persone»

Riccardo, 27 anni, autistico e maestro di fotografia. Le sue mostre riscuotono successo ovunque. Lo racconta in un libro la mamma Loredana. E in Cattolica riparte "Mettiti nei miei panni"

«Vedo dentro ogni persona. Vedo tutti gli strati che ci sono in noi. Vedo dentro e oltre». Così R. P., 27 anni, fotografo, descrive il suo sguardo verso il mondo, quello che usa per puntare l’obiettivo sulla realtà che lo circonda ma anche quello che gli serve per comprendere il suo delicato mondo interiore. Una lente speciale che gli viene da quella sindrome complessa che si chiama autismo.

A Riccardo è stata diagnosticata all’età di tre anni. Nessuno riusciva a capire la ragione per cui questo bambino bellissimo non parlasse e restasse continuamente isolato nella cameretta della sua casa nel milanese.

«Ricordo ancora quella visita in cui il neuropsichiatra mi disse di escludere qualsiasi forma di autismo» racconta la mamma, L. C., rievocando la confusione e la solitudine di quei primi anni. “Intanto il tempo passava e mio figlio continuava a restarsene appartato, come se fosse rinchiuso dentro una gabbia. Sfarfalleggiava di continuo con le mani, non mangiava, ci tirava il cibo addosso. Io mi limitavo ad osservarlo, volevo capire, fare qualcosa. Provavo a coinvolgerlo. Mi sedevo vicino a lui e lo invitavo a giocare. Lui allora interrompeva quel suono che emetteva di continuo e interagiva con me. Sono state le macchinine ad attrarlo più di tutto il resto, e di lì a poco si è appassionato alle auto vere e proprie, delle quali ricordava, in modo sorprendente, le targhe. Una svolta per me, che mi sforzavo di capire il suo modo di comprendere le cose. «È con le immagini che impara, ho realizzato, e con le immagini, da quel momento, abbiamo cominciato a comunicare».

Così, mentre all’asilo le educatrici gettano la spugna davanti ai comportamenti spiazzanti di questo bambino speciale, la mamma, da un’intuizione all’altra, si trasforma in un’insegnante, che grazie ai libri illustrati e al racconto di storie fantastiche e avventurose, fa scattare le prime forme di relazione di R. A 6 anni emette i primi suoni, semplici sequenze di consonanti, sufficienti però per iniziare a dialogare. Si tratta di un grande passo avanti nella strada tortuosa che mamma e figlio percorrono sempre insieme, che L. ha raccontato nel libro L’autismo nello zaino e le incredibili avventure di Ricky (Edizioni Vertigo).

«Quando ha cominciato a frequentare la scuola mi sedevo in un angolo per condividere le sue attività e trasmettevo tutta la mia esperienza e le informazioni utili all’insegnante di sostegno». È in questi anni che R. sperimenta anche diversi sport, il nuoto, lo sci, la barca a vela. Durante le superiori si cimenta con il golf, in cui subito eccelle. In questa pratica emergono infatti le abilità particolari del ragazzo: la concentrazione, l’attenzione per il particolare, la memorizzazione e la ripetizione. Insomma, quei tratti peculiari della sindrome autistica che, se vengono incanalati correttamente, possono diventare risorse speciali per chi la vive. Arrivano così le gare e i premi ma la vittoria più importante è questa prima prova di inclusione. È nella fotografia però che, di lì a poco, il talento di R. trova la sua espressione migliore. «Una capacità che è emersa già alle medie e in particolare durante una gita scolastica a Trieste”, racconta la mamma. Con la macchina usa e getta che gli avevamo regalato era riuscito a scattare quasi cento foto in soli tre giorni. In quelle prime immagini c’era già tutta la sua genialità nel fermare i luoghi e il tempo, nel cogliere i dettagli nascosti eppure fondamentali di strade, piazze e opere d’arte». Così, quando le medie si concludono, non ci sono dubbi sulla scelta degli studi superiori: R. si diploma all’Istituto tecnico Albe Steiner di Milano, ottenendo brillanti risultati, per poi frequentare l’Istituto Italiano di Fotografia.

«A rendermi consapevole delle sue capacità è stata una fotografa rimasta molto colpita dalle immagini scattate da Ricky e dal loro valore tecnico, tanto da suggerirmi di allestire una mostra con le sue foto. Fu un vero successo, non soltanto per il riscontro entusiastico del pubblico ma perché R. si aprì per la prima volta con tutte le persone che incontrava, raccontando origini e storie legate alle immagini esposte».

È stata quella la prima di una serie di esposizioni dedicate agli scatti di Riccardo, fino all’ultima, allestita a novembre 2023, in occasione del Festival Paralimpico di Taranto, con le sue foto realizzate al Suds European Championship di Padova, campionati europei dedicati agli atleti con sindrome di Down. Durante la manifestazione il ragazzo ha avuto l’occasione di accompagnare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla Mostra delle sue opere.

Il progetto Aut Friendly

Ed è nel segno dell’inclusione che L., insieme a suo figlio, ha dato vita all’associazione Vademecum per l’autismo, una realtà quasi totalmente autofinanziata dal giovane fotografo, che nasce proprio dalla testimonianza di Riccardo, dalle battaglie intraprese e dagli ostacoli superati, per sostenere tutte le famiglie con autismo, ancora oggi lasciate sole, senza prospettive per la quotidianità dei loro figli. Nel solco delle attività promosse dall’associazione è nato Aut Friendly, un progetto che punta a creare un collegamento reale tra famiglie delle persone affette dal disturbo autistico e la società intera. “Un programma che vuole migliorare la vita quotidiana di chi si trova in questa condizione”, assicura L. “Proviamo a immaginare quanto sia difficile trovare negozi e servizi adatti alle esigenze speciali che comporta il disagio autistico. Può trattarsi di un negozio di abbigliamento, come del parrucchiere o del dentista. Tutti bisogni che possono essere soddisfatti solo se chi li offre è in grado di accogliere con i tempi e le modalità adeguate questi soggetti”. Attraverso un database verranno raccolti i contatti dei professionisti e i servizi offerti, e le informazioni saranno disponibili tramite il sito www.autfriendly.com. Il progetto è già stato presentato in Regione Lombardia ma si rivolge all’intero territorio nazionale. “Vogliamo contribuire a costruire una cultura sull’autismo, a ridisegnare una società in cui l’incontro tra normodotati e persone fragili diventi uno scambio reciproco e fecondo”.

“Mettiti nei miei panni”

Ed è proprio dalla necessità di questo confronto urgente che anche quest’anno ritorna l’iniziativa “Mettiti nei miei panni”, promossa dal Servizio per la disabilità e l’inclusione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Un progetto unico tra le università italiane, che ha lo scopo di far comprendere all’intera popolazione studentesca le difficoltà affrontate ogni giorno dagli studenti con disabilità che frequentano le sedi dell’ateneo. Ordinare un panino ad occhi chiusi, attraversare cortili e corridoi e poi salire in ascensore a bordo di una sedia a rotelle. Ogni gesto, anche il più banale, può trasformarsi in un’esperienza quasi insormontabile in presenza di limitazioni fisiche e mentali. Ed è solo sperimentando questi limiti che possiamo comprendere davvero quanto può essere complessa la quotidianità di una persona con disabilità. A questo puntano le giornate di sensibilizzazione della Cattolica che partiranno a Brescia, il 17 aprile. Sarà poi la volta di Piacenza il 22, mentre il 23 l’evento si svolgerà, per la prima volta a Cremona. A Milano ci saranno invece gli appuntamenti finali: il 6 maggio è la data riservata agli istituti scolastici su invito e il 7 quella per gli studenti della sede di largo Gemelli. Dalle 9 alle 16 ragazze e ragazzi saranno coinvolti in attività di simulazione per sperimentare direttamente limiti visivi e motori e ci saranno anche laboratori sensoriali per provare che cosa sia la restrizione della capacità uditiva. Sarà possibile anche “toccare con mano” le potenzialità offerte dalle tecnologie per l’accessibilità. Non parteciperanno solo gli studenti ma anche i dipendenti dell’ateneo, bidelli e segretari di facoltà.

“Il nostro ateneo è da sempre sensibile alle tematiche della disabilità e dell’inclusività”, sottolinea Luigi D’Alonzo, professore di Pedagogia speciale della sede milanese e direttore del Servizio per la disabilità. “Un’attenzione che punta all’abbattimento delle barriere architettoniche e a garantire accessibilità totale, reale e virtuale, per le persone più fragili. Ma oltre alle barriere fisiche ci sono quelle sociali e culturali, che sono ancora dure da abbattere”, commenta l’esperto che fa il punto sulla condizione della disabilità nel nostro Paese. “L’Italia è un faro nel mondo dell’inclusione. Abbiamo tutto a disposizione: direttive serie ed efficaci, esperienze e protocolli. Eppure ancora non siamo in grado di garantire la vera accoglienza e di contrastare la marginalità”, fa notare il docente.

“Ci vuole sicuramente più formazione a ogni livello, e soprattutto nelle scuole, dove la buona volontà e i progetti si scontrano con la mancanza di competenza. E soprattutto serve lavorare sulle relazioni, in ogni ambito della società, favorire ovunque occasioni di incontro e di scambio con le persone più fragili. Possiamo comprendere davvero che cosa sia l’inclusione soltanto in un modo: quando entra nella nostra pelle”.

 
 
 

Senza giustizia

2024, Avvenire, 16 aprile

La giudice Ganna Yudkivska . «Senza giustizia non si fa la pace. Anche in Ucraina»

Ci sono i nonni che negli anni dell’Urss avevano sostenuto il movimento dei dissidenti. C’è la sua biblioteca di famiglia dove i libri di Cicerone erano accanto a quelli di Tolstoj. C’è il «risveglio di una giovane dalla grande illusione sovietica» mentre il muro di Berlino cadeva e l’Unione Sovietica si sgretolava. C’è la libertà ritrovata nel suo Paese, l’Ucraina, che si proclamava indipendente nel 1991 mentre lei diventava maggiorenne. E c’è quella «concezione forse un po’ romanzata della legge come strumento per tutelare la gente e cambiare la società» racconta.

C’è tutto questo nelle decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo o nei rapporti delle Nazioni Unite che Ganna Yudkivska ha contribuito a scrivere. Donna che fin da giovanissima aveva un sogno: spendersi per la difesa dei più fragili. Con codici e trattati internazionali fra le mani. Una paladina del diritto. Quello piegato all’ideologia della Russia sovietica in cui è cresciuta. Quello oggi violato nella Russia di Putin che da due anni ha dichiarato guerra alla nazione di cui è figlia.

Nei consessi internazionali qualcuno ha definito Ganna Yudkivska ambasciatrice di pace. «Mi sento più una donna di giustizia. Perché dalla giustizia dipende l’armonia della famiglia umana. È costruendo società più giuste ed eque che si diffonde la pace» spiega.

Cinquanta anni, originaria di Kiev, docente nelle università di Stati Uniti, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Israele, è stata dal 2010 al 2022 giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo; e adesso è vicepresidente del Gruppo di lavoro Onu sulla detenzione arbitraria. Un osservatorio dove molti dei casi esaminati riguardano le donne. «E lo stupro e la violenza sono tragicamente utilizzati come armi di guerra», tiene a far sapere.

Giudice, ucraina, Ganna Yudkivska

racconta la sua ascesa

alla Corte europea dei diritti dell’uomo

e all’Onu: «Per il mio Paese

sogno libertà. Le donne?

Calpestate ovunque, da Kiev a Gaza»

Perché una donna sceglie di dedicare la vita ai diritti umani da proteggere con la “leva” legale?

Sono nata sotto l’Unione Sovietica. La mia famiglia ha avuto legami con le correnti clandestine della resistenza. Ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza in Ucraina. Ero una “ragazza dei libri”: leggevo giorno e notte tutto ciò che i miei avi avevano raccolto. I libri sono stati un’autentica occasione di fuga. E sono rimasta profondamente colpita da due avvocatesse, Dina Kaminska e Sofia Kalistratova, che avevano difeso coraggiosamente gli oppositori sovietici. Quando l’Urss è crollata, si è rivelato l’inganno del regime: si è come spalancato un abisso tra i propositi che ci erano stati insegnati e la realtà che vivevamo. Poi sono arrivati i tempi tumultuosi dell’indipendenza con l’aspirazione a lasciarsi alle spalle il passato totalitario e gettare le basi per un avvenire nel segno della libertà e della giustizia. Il privilegio di incontrare diversi ex dissidenti ha acceso in me il desiderio di contribuire alla difesa della persona.

C’è uno sguardo “femminile” sul diritto?
Le leggi non sono solo regole; sono riflessi dei valori della società. Le donne sanno farsi interprete del sentire comunitario. Le nostre esperienze, spesso marcate dalle disparità, ci forniscono una lente unica. Abbracciare le diversità in campo legale non è solo questione di equità: permette di rafforzare l’efficacia del sistema giuridico.

 

Dall’Ucraina lei è approdata in Europa: un po’ ciò a cui ambisce il suo Paese. L’Europa ha bisogno di più donne?
Mi piace pensare all’Europa come a una grande orchestra dove attualmente dominano gli ottoni e dove si avverte una carenza di archi. Non che la musica sia stonata; ma manca qualcosa. Le donne sono la sezione dei violini: aggiungono profondità, esaltano le sfumature, regalano un suono più ricco e pieno all’ensemble.

Quale specifico di donna ucraina ha portato nella Corte europea dei diritti dell’uomo?
È essenziale creare ponti fra le diverse esperienze del continente. In quest’ottica, mentre discutevamo i vari procedimenti, ho fatto riferimento ad esempio alla “Sonata a Kreutzer” di Tolstoj per sottolineare le disuguaglianze fra uomo e donna. Oppure ho citato la letteratura scientifica per evidenziare le basi naturali dei legami familiari e del benessere dei bambini. Inoltre il “bagaglio” ucraino mi ha permesso di far entrare in aula una chiara comprensione della resilienza e delle questioni legate ai diritti umani.

«Dalla giustizia, dal rispetto delle leggi

e dei diritti, dipende l’armonia

della famiglia umana. È costruendo

società più giuste ed eque

che si diffonde la pace.

Le donne, la cui esperienza di vita

è segnata dalla disparità, sono fondamentali per farlo»

 

Adesso, in seno all’Onu, indaga su arresti e detenzioni che si configurano come abusi.
Credo che il punto di vista femminile abbia un valore inestimabile. Dal nostro gruppo di lavoro è uscita una deliberazione-guida sui casi di detenzione arbitraria che colpiscono in modo sproporzionato le donne, comprese le donne migranti. Abbiamo trattato le detenzioni femminili dovute all’esercizio dei diritti riproduttivi oppure quelle per i “delitti d’onore” o ancora i profondi effetti della separazione dei bambini dalle madri in cella.

 

Avete denunciato gli arresti arbitrari delle donne da parte dei taleban per il mancato rispetto delle regole d’abbigliamento e la deportazione delle donne haitiane incinta o dopo il parto nella Repubblica Dominicana.
Le donne sono particolarmente vulnerabili nelle situazioni di crisi. È preoccupante il trattamento delle donne sotto il regime dei taleban o dei mullah in Iran, compresi i test obbligatori di verginità.

 

Poi c’è l’appello Onu per un cessate il fuoco nei territori palestinesi e in Israele «per proteggere il futuro delle donne e delle ragazze»...
L’appello ha un non so che di ipocrita. Perché è essenziale riconoscere che il trattamento delle donne nella striscia di Gaza governata da Hamas è discriminatorio e oppressivo. Un cessate il fuoco permanente che lasciasse Gaza nelle mani di Hamas proteggerà le donne? Ovviamente no. La situazione delle donne sotto Hamas non ha attirato alcuna attenzione degli organismi delle Nazioni Unite. E la reazione tardiva di “Un Women” agli atti di stupro e tortura commessi contro le donne israeliane il 7 ottobre lo testimonia. Una negligenza che rischia di minare la lotta globale contro la violenza di genere.

 

Donne e guerra. Che cosa ci dice l’invasione dell’Ucraina?
La storia mostra come le donne siano esposte a gravi pericoli durante i conflitti armati. Il deficit di indagini sui crimini che subiscono, come il caso storico delle accuse di stupri di massa delle donne tedesche da parte dei soldati sovietici durante la seconda guerra mondiale, indica il continuo bisogno di giustizia e protezione del genio femminile. In Ucraina le donne si trovano coinvolte in sempre più casi di violenze. E al tempo stesso si fanno carico di ciò che accade sia come referenti per le famiglie e per le comunità rimaste senza uomini, sia come militari, medici, attiviste di pace. Inoltre ricade su di loro il dramma degli sfollati di guerra. Eppure si fa pressante una narrazione che vuole che le donne ucraine all’estero siano tenute a tornare in patria per sostenere i mariti e la società. Credo, invece, che il loro rientro debba rimanere una scelta personale, libera da coercizioni e pressioni.

 

Come vengono violati i diritti umani nella guerra in Ucraina?
Con attentati indiscriminati, esecuzioni sommarie, sevizie. Le violazioni includono la mancata distinzione tra obiettivi civili e militari. Durante le detenzioni illegali si sono registrati episodi di torture e maltrattamenti, compresa la violenza sessuale e di genere.
Poi ci sono i bambini deportati in Russia... È una tragedia che non ha ancora numeri definiti: si stimano da 19.500 a 550mila piccoli coinvolti. Come donna e giudice, sono profondamente toccata dalle loro sofferenze. Separati dai parenti e immersi in una nuova cultura, si trovano a essere privati della loro identità. Tutto ciò avrà conseguenze di lungo periodo sul piano emotivo e psicologico: il trasferimento forzato dei bimbi si configura come un atto di genocidio per il danno grave e duraturo che provoca.

 

Ogni conflitto è di per sé “maschile”. E le donne?
C’è un adagio che dice: «Che cosa accadrebbe se tutti i Paesi fossero governati dalle donne? Forse non ci sarebbero più guerre, ma alcune nazioni non avrebbero relazioni…». Ironia a parte, le donne affrontano il conflitto in modo diverso. Mentre gli uomini sono sempre stati al timone degli Stati entrati in guerra, le donne hanno avuto un ruolo determinante nel promuovere il dialogo. Perciò oggi è urgente che siano coinvolte per le capacità intrinseche di empatia e incontro.

 

Come immagina la pace in Ucraina?
«La pace è libertà nella tranquillità» sosteneva Cicerone. Vorrei un’Ucraina dove ogni persona abbia fiducia nel domani e ciascuno possa liberare il proprio potenziale senza paure, nonostante le nostre differenze.

 
 
 

Sacrifica la propria vita

Post n°4005 pubblicato il 17 Aprile 2024 da namy0000
 

2024, Avvenire 16 aprile

L'addio ad Azzurra. Aveva interrotto le cure per far nascere suo figlio

Commozione a Oderzo, in provincia di Treviso, per la morte di "mamma coraggio". 

 

 
 
 

La giustizia del Padre

2023, Ermes Ronchi, Avvenire 21 settembre

La giustizia del Padre è dare il meglio a ciascuno

«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”»(...)

Guardo la giornata con gli occhi degli ultimi, quelli seduti in piazza con gli strumenti del loro lavoro posati giù, inutili, che sentono di avere fallito la loro missione, quella di procurare il pane: chi si sente incapace di badare ai suoi figli sta male, sta molto male. La chiamata che arriva inattesa, illogica, che basterà forse a procurare un boccone soltanto, è accolta subito, senza accampare scuse e senza chiedere dettagli, si va’ e si fa. Il proprietario che esce all’alba in cerca di braccianti, avanti e indietro dal campo alla piazza, per cinque volte fino a che c’è luce.

Il padrone è solo un’immagine consolatoria della nostra vita spirituale o può dire qualcosa in termini di giustizia e solidarietà?

Così gli ultimi operai che nessuno vede nessuno chiama. Siamo vigna di Dio: fatica e passione, il campo più amato. La terra intera è vigna amata, con i suoi grappoli gonfi di miele e di sole, ma anche con le sue vendemmie di sangue. Pressato da qualcosa che non è il lavoro in vigna: che senso ha reclutare lavoratori quando resta un’ora di luce? Il tempo di arrivare alla vigna, di prendere gli ordini dal fattore, e sarà subito buio.

Rivelatrici le parole del padrone: Perché ve ne state qui, tutto il giorno senza fare niente? Quegli uomini inerti producono un vuoto, provocano una mancanza di senso, il giorno attorno a loro si ammala. Questo accade perché la maturità dell’uomo si realizza sempre in tre direzioni: saper amare, saper lavorare, saper gioire.

Nessuno ha pensato agli ultimi, allora ci penserà lui, non per il suo ma per il loro interesse, per i loro bambini, come virgulti d’ulivo attorno alla mensa senza pane. Quel cercatore di braccia perdute si interessi più degli uomini, e della loro dignità, che non della sua vigna; più delle persone che del profitto. Un grande. Accompagniamo questi ultimi braccianti fino a sera, al momento clou della paga. Primo gesto spiazzante: sono loro, gli ultimi arrivati, ad essere chiamati per primi, quelli che hanno lavorato di meno.

Secondo gesto che stravolge la logica: loro che hanno lavorato un’ora soltanto, per una frazione di giornata ricevono la paga di una giornata intera. E capiamo che non si tratta di una paga, ma di altro modo di abitare la terra e il cuore. Quando poi arriva il turno di quelli che hanno lavorato dodici ore, portato il peso del caldo e della fatica, si aspettano, giustamente, pregustano un supplemento di paga. Ed eccoci spiazzati ancora. La paga è la stessa: «Non è giusto» protestano. È vero: non è giusto. Ma il padrone buono non sa nulla della giustizia, lui è generoso.

Neppure l’amore è giusto, è di più. La giustizia non basta per essere uomini, tantomeno per essere Dio. Alla loro delusione risponde: No, amico, non ti faccio torto. Il padrone non toglie nulla ai primi, aggiunge agli ultimi. Non sottrae nulla, dona. Non è ingiusto, ma generoso.

E crea una vertigine dentro il nostro modo mercantile di concepire la vita, sopra l’economia di mercato stende l’economia del dono: l’uomo più povero, senza contratto, viene messo prima del contratto di lavoro. La giustizia umana è dare a ciascuno il suo, quella di Dio è dare a ciascuno il meglio. Nessun imprenditore farebbe così. Ma Dio non lo è; non un imprenditore, non il contabile dei meriti, lui è il Donatore, che non sa far di conto, ma che sa saziarci di sorprese.

Ti dispiace che io sia buono? No, Signore, non mi dispiace affatto, perché sono l’ultimo bracciante, perché so che uscirai a cercarmi ancora, anche nell’ultima luce.

 
 
 

Raccontare Sarajevo

2024, HuffPost, 13 aprile

Sarajevo chiede un segnale dall'Europa

La magia della città è tornata, 32 anni dopo l'inizio di quella terribile guerra. L'equilibrio è precario e i segni del passato sfumano solo nei sorrisi dei giovani. I negoziati di adesione all'Unione europea un nuovo inizio e, forse, la fine dei fantasmi

Raccontare Sarajevo dopo essere tornata, dopo averla lasciata, è un supplizio. Chi la conosce, chi ha dimestichezza con la malìa di questo cuore balcanico, può capirmi all’istante. Sarajevo ti conquista e non ti lascia più. Quando arrivi da lei, che sia un volo o una strada, a farti da guida sono i fiumi, fiumi dai colori pazzeschi, somigliano alle vene dei polsi, è quel celeste, è quella segretezza potente di sangue vivo che scorre. Li vedi dall’alto oppure li costeggi fino a un certo punto – un contrasto netto tra azzurri e verdi e marroni - poi tutto sembra fermarsi, sparisce la Drina, sparisce la Neretva. A Sarajevo il fiume che ti accoglie si chiama Miljacka e la città la attraversa tutta, un fiume limpido, poco profondo, tonalità bronzea, profumo lieve, salmastro. Raccontare Sarajevo è un disastro, è come quando ti innamori e devi provare a dirlo a parole e tutto si somma e moltiplica e diventa incomprensibile ogni parola che nell’entusiasmo, nello stupore, si perde, precipita. Hai mille cose da dire e in fondo nessuna, basta quell’emozione dentro.

Dove c’è un fiume ci sono montagne, e le montagne intorno a Sarajevo creano una corona, una cassa toracica. Nel 1984, e quest’anno la città è in festa per questo anniversario, qui ci furono le Olimpiadi invernali. Tutto il mondo guardò con curiosità a questa parte del mondo. Si chiamava Jugoslavia, allora. Nel 1992, era il 5 aprile, su quelle stesse montagne trovarono posto altri ideali: i serbi diedero vita ad un assedio che si sarebbe concluso il 29 febbraio del 1996. Giorni, mesi, anni per torturare una città, tentare di condurla alla pazzia, cancellarla. Granate lanciate in ogni momento – circa 329 esplosioni ogni giorno con un record di 3777 bombe registrate il 22 luglio del 1993 – contro le abitazioni, i cecchini disseminati in tutti i posti strategici pronti a sparare contro chiunque. Sono passati trentadue anni da quel 5 aprile, un giorno che era cominciato con una manifestazione per la pace. Sul ponte Vrbanja, a poche centinaia di metri dal centro della città, i serbo bosniaci uccisero – punto di non ritorno – due ragazze che facevano parte del corteo, Suada Dilberović e Olga Sučić. Una targa le ricorda e l’incisione è il senso di tutta quella guerra, della resistenza degli abitanti di Sarajevo: Kap moje krvl poteče. I Bosna ne presuši. Il sacrificio delle singole vite per la libertà e la conferma di un popolo. 

Ci sono ancora i segni di quella tortura, sono le voragini dei proiettili e delle granate sulle facciate, le depressioni conservate sull’asfalto, si chiamano Rose di Sarajevo, una vernice rossa colata dentro per ricordarne la potenza distruttiva. Sono le migliaia di tombe disseminate ovunque, nell’ex stadio olimpico, sulle colline, nei parchi. Sono le migliaia di targhe con nomi e cognomi e due date, una nascita naturale e una morte assassina, in memoria. Ci sono ancora, i segni di quella tortura e, chi conosce Sarajevo sono certa concorderà con me, sono gli elementi da posare con forza sul tavolo dei negoziati di adesione della Bosnia ed Erzegovina all'Unione europea approvati dal Consiglio europeo lo scorso 21 marzo. I segni inequivocabili di quella tortura sono immensi: arrivi a Sarajevo e i suoi abitanti ti accolgono con grazia e cortesia, arrivi a Sarajevo e non importa la tua fede, puoi essere cristiano, musulmano, ortodosso, ebreo, ateo, sei il benvenuto in ogni chiesa, in ogni moschea. Sarajevo appoggia la gente di Gaza ma fuori dal Tempio non ci sono forze armate in difesa: appoggiare la gente palestinese non vuol dire odiare la gente d’Israele. Sarajevo e il suo recente passato questo può insegnarlo al mondo: attenti a non confondere le mire espansionistiche e aggressive di pochi con la sete di pace di quasi tutti. Ho una fede cristiana per nascita, molto tiepida per convinzione ma appartengo a chi si raccomanda a Dio, Cristo e la Madonna nei momenti bui: nei giorni del Ramadan ho festeggiato l’iftar (il momento in cui, al tramonto, si interrompe il digiuno dei musulmani osservanti e si mangiano cibi tipici cominciando con una limonata spaziale e un delizioso datterino) nella piazza centrale della Baščaršija e nel cortile della moschea Gazi Husrev-beg, la più antica espressione locale del passaggio ottomano. L’Islam è religione di pace, questo messaggio nel vecchio sistema Europa – di questo abbiamo parlato una domenica caldissima con Aida e Senad in un ristorante abbarbicato sulla collina – è rivoluzionario. Non ci sono tagliateste, non ci sono padri che uccidono figlie che amano seguendo il cuore, non c’è un fango che reprime. Sarajevo ha un cuore bosgnacco (sono i bosniaci musulmani) che batte al ritmo della contemporaneità, senza paura del diverso, senza mani armate, senza menzogne funzionali (le ha patite e non provenivano da quella religione ma da chi ne professa una ‘migliore’). Questo ho detto ai miei due nuovi amici davanti a una tavola imbandita di deliziose specialità bosniache: "Sarajevo ha un messaggio potentissimo, è il minareto dal quale il muezzin richiama i fedeli alla preghiera a pochi metri dal campanile della chiesa. Sarajevo porta da sempre un messaggio scomodo per l’Occidente: la paura del diverso è una costruzione politica, non ha nulla di reale nei testi sacri. Ma togli la paura e il terrore a un popolo occidentale e hai tagliato le gambe al Sistema".

I segni di quella tortura sono i giovani di Sarajevo, bellissimi e ricchi di culture, di nuovo – ma in fondo come sempre – miscelati tra di loro, aperti al mondo e fieri delle loro radici: non è nazionalismo, parola miope, è una parola più bella, che racconta una storia passata che si tuffa elegante e sicura nel futuro, identità. Li vedi seduti nei parchi baciati dal sole, non vivono attaccati al telefonino, parlano tanto, si baciano tanto. Prega, mangia, ama: questi tre imperativi li trovi scritti ovunque, sono scritte rock, hanno un sapore originale, un passo terreno. 

I segni di quella tortura non sono mai declinati con toni vittimistici, non vengono strumentalizzati, non diventano aggressivi per vendicare. I segni di quella tortura sono gentilezza, ospitalità, sicurezza, gratitudine. Gli accordi di Dayton hanno paralizzato per quasi trent’anni il sistema politico bosniaco dando la possibilità alle tre espressioni etniche di bloccare la crescita del piccolo Paese (al 2022 erano 3 milioni e 200 mila, gli abitanti residenti, con un Pil pro capite inferiore del 65% alla media Ue). Le cose stanno cambiando, lentamente ma stanno cambiando anche lì: un esempio delizioso è il sindaco di Sarajevo, Benjamina Karić, nata l’8 aprile del 1991 ed eletta primo cittadino l’8 aprile del 2021, il giorno del suo trentesimo compleanno. 

Come si racconta, Sarajevo? Non si racconta, è inutile, non si riesce. Come si possono raccontare i sapori, il sapore della baklava, il sapore e il profumo – come si raccontano i profumi? – del pane; e le salite ripide, come tirano i tendini, come ti si mozza il fiato in gola quando poi ti giri e la vedi, la vedi bellissima e viva, Sarajevo. Suonano le campane, pregano i muezzin creando una stereofonia da brivido. Il fiume scorre e dall’alto, a guardarlo quando il tramonto colora di rosa la valle, ricorda la linea della vita. Una linea lunga, spesso frastagliata, mai davvero interrotta.

 
 
 

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