Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

 

Quanta tenerezza

QUANTA TENEREZZA PER LE MIE FARFALLINE CHE NON VOLANO

Per Marika la maternità è stata e sempre sarà una corsa a ostacoli: due figli, 14 e 8 anni, entrambi con una rarissima malattia genetica (solo venti casi in tutto il mondo) che li rendono totalmente paralizzati, incapaci di comunicare, costretti a una alimentazione tramite Peg e colpiti da ripetute crisi epilettiche resistenti a ogni tipo di farmaco. Eppure nella sua casa regna il sorriso illuminato dalla fede. «Io vivo per i miei bambini», ci racconta, «tra di noi c’è un linguaggio di anime e se dalla luce dei loro occhi capisco che stanno bene, anche io sono felice». La sua storia ha deciso di raccontarla in un libro, L’amore ci fa volare (Piemme), in cui ricostruisce la sua tormentata vicenda di madre, sempre condivisa con il marito Nello. A 30 anni scopre di essere incinta: decide di accantonare il progetto della laurea in Economia e accoglie con gioia l’arrivo della sua bambina.

Sofia, però, già dai primi giorni ha gravi difficoltà nella suzione, vomita, è scossa da spasmi. Comincia la trafila degli ospedali, in attesa di una diagnosi e di una cura. Ma una cura non c’è e i medici non lasciano speranza: Sofia non si muoverà, non parlerà, avrà bisogno di attenzioni costanti. L’Amore dei genitori e di tutta la loro grande famiglia per quella bambina speciale è enorme, ma c’è il sogno di avere un altro figlio, con la speranza che non si verifichino gli stessi problemi. Al centro specializzato nella Neuroriabilitazione e ricerca sulle malattie rare, dove la bambina è seguita, dicono a Marika che c’è il 25% di probabilità che si ripresenti la stessa patologia. Marika e Nello decidono di rischiare, la loro fede è grande, dà loro forza. L’ecografia rivela che si tratta di un maschietto, le probabilità che sia malato diminuiscono, dicono i medici.

Quando Gaetano nasce sembra che tutto vada bene, ma dopo pochi giorni, come in un film già visto, si presentano gli stessi problemi. Anche lui ha la stessa devastante patologia. L’unica differenza è che ora sanno già come affrontarla. La diagnosi definitiva arriva quando Sofia ha 10 anni, frutto di una lunga ricerca genetica condotta dai medici in collaborazione con un istituto francese: la malattia si chiama ACTL6B, ma non c’è cura. «Io ho sempre amato i bambini, ma con i miei figli, vedendo la loro fragilità, il mio amore per loro è diventato immenso», continua mamma Marika. «Il mio solo scopo è garantire loro una vita che, anche se di normale non ha nulla, sia il più lieta possibile. Le mie esigenze le metto da parte, mi basta una passeggiata di un’ora ogni tanto, una seduta dal parrucchiere, per il resto mi prendo cura di loro. So di dover essere sempre forte, saper interpretare le loro esigenze, questa è la missione della mia vita. Ogni giorno c’è una sequenza di azioni che vanno ripetute, loro non sono mai andati a scuola, stanno sempre in casa, per questo abbiamo preso una dimora a piano terra con un bel giardino. Solo per Gaetano viene una maestra a domicilio per qualche ora. Poi c’è la fisioterapia, il bagno, le medicine perché si ammalano spesso. Da un anno Sofia, a causa di una grave scoliosi che le comprime la cassa toracica, ha bisogno sempre dell’ossigeno. Di notte io dormo con Gaetano e mio marito con Sofia, perché hanno bisogno di assistenza sempre e dobbiamo svegliarci spesso. Io le chiamo le mie farfalline, perché sono bellissimi, anche se non possono volare. Eppure, malgrado tutto ciò la nostra è una casa allegra, con mio marito scherziamo molto, e ho scritto il libro proprio per lanciare un messaggio di speranza che possa aiutare altre famiglie ad affrontare le loro difficoltà. Io mi rivolgo a Dio e alla Madonna non per chiedere una guarigione, con tutte le disgrazie che ci sono nel mondo non mi sembrerebbe giusto, ma considero un miracolo della fede essere riuscita a mantenere un equilibrio nella vita, una risurrezione dal grande dolore che ho provato. Quando ho deciso di abbandonare l’ego in funzione della dedizione ho scoperto la felicità» (FC n. 19 del 8 maggio 2022).

 
 
 

Non più armi

Post n°3736 pubblicato il 13 Maggio 2022 da namy0000
 

Non più armi per vincere. L'Europa agisca come Davide: la nuova fionda è la cultura

Lamberto Maffei, Avvenire, giovedì 12 maggio 2022

Il racconto biblico di Davide che affronta Golia è stato raffigurato da innumerevoli pittori e scultori affascinati dalla figura dell’audace fanciullo che armato di sola fionda affronta il temibile gigante. «Un ragazzo fulvo di capelli e di bell’aspetto » lo descrive la Bibbia e come un giovinetto avvenente lo raffigura lo scultore fiorentino Donatello nella celebre statua in bronzo al Museo del Bargello. La Bibbia racconta che un popolo aggressivo, i Filistei, aveva occupato una parte della Palestina e ne era nata una guerra con il popolo di Saul re di Israele. Fu deciso di risolvere la guerra in un duello tra un rappresentante dei Filistei e uno del popolo di Saul. Nessuno osò proporsi come sfidante del campione filisteo, il terribile gigante Golia alto «sei cubiti e un palmo» e armato di armi poderosissime; l’unico fu Davide, pastorello abile nella parola e fiducioso nella forza della sua fede. L’esito dello scontro sembrava scontato, ma il pastorello aveva la sua fionda e con un sasso riuscì a colpire Golia e quindi a ucciderlo, mozzandogli la testa con la sua stessa spada.

A mio avviso, anche in questo momento storico si assiste a una sfida tra un 'Golia' che guida una nazione potente per fonti energetiche e forze militari e un 'pastorello', l’Europa (e con essa l’Italia), che ha peso economico e culturale, ma che è e resta dal punto vista politico e militare un peso leggero e ciononostante osa prendere parte alla sfida di questo Golia, sotto istigazione e pressione di altri potenti, i quali, ricchi e incuranti dei danni che questa, come tutte le guerre, procurerà e sta già procurando all’Ucraina e all’intera Europa, vogliono abbattere il Golia in una guerra detta by proxy (in italiano, 'per procura'). Vogliono 'vincere' sul cattivo Golia senza sporcarsi troppo le mani, o rischiare di avere vittime in casa propria, e perciò pagano (in linguaggio più diplomatico: aiutano). Ma Davide, questa volta, è destinato a finire malconcio.

Infatti, mentre nella Bibbia Davide rifiuta le armi di Saul e va incontro al gigante con la sua fionda, l’Europa, nella azzardata metafora, oscilla indecisa sotto pressioni esterne e interne invece di manovrare con convinzione la 'fionda' della sua cultura, quella con cui nei secoli ha indicato percorsi di civiltà a tutto l’Occidente, percorsi faticosi e contraddittori, attraverso i quali, negli ultimi decenni, si era realizzato il 'miracolo' di una pace europea quasi perfetta. La cultura è la vera 'fionda' che l’Europa può e deve usare per trovare un suo ruolo e una sua dignità nella sfida lanciata dal cattivo Golia, il filisteo che ha invaso l’Ucraina. È avvilente che anche l’Italia accetti una posizione, che direi subordinata, in una guerra che interessa i potenti e il Golia invasore.

Davide, l’Europa, non vuole 'vincere', ma ha interesse a diffondere un messaggio di cultura, di pace, richiamando l’uomo a essere un uomo e non un animale feroce. La cultura non vuole 'vincere', una parola vergognosa, direbbe papa Francesco, e tantomeno fare guerre, vuole veleggiare nel mare burrascoso dei violenti, dei dittatori per alzare la vela della ragione che è quella della pace. La civiltà nasce solo dalla lotta contro i nostri istinti animali di sopravvivenza dell’individuo e della specie. La civiltà è una lotta contro noi stessi e questa è la vera grandezza dell’uomo, chiamata solidarietà, comprensione delle ragioni dell’altro e amore per gli altri. Alcuni versi di un grande poeta, Pablo Neruda, ci ricordano questo amore per l’altro e sono quasi una preghiera: «spesso un abbraccio è togliersi un pezzettino di sé e donarlo a un altro affinché continui il proprio cammino meno solo». Essi contengono un richiamo alla solidarietà che è condivisione di beni in nome dell’uguaglianza nella diversità. Ben diverso da donare armi affinché l’altro sia più potente nel difendersi e nell’uccidere.

Neurobiologo, presidente emerito dell’Accademia dei Lincei

 
 
 

Nonni e nonne

2022, Riccardo Maccioni, Avvenire 11 maggio

La saggezza e la tenerezza dei vecchi. Fare altro futuro

Sembra un paradosso ma la vecchiaia, mentre fa diminuire la forza fisica e la prontezza mentale, non chiude il ventaglio delle opportunità. Anzi, a volte gli regala aria nuova. Quante cose si possono fare da anziani! Per esempio, affinare il gusto per la bellezza, che è un modo di vincere la rassegnazione e imparare la giustizia. E poi saper dare del tu alla vita insegna il valore del tempo e delle relazioni.

Soprattutto, è proprio della terza età tenere sulle ginocchia e accompagnare per un tratto di cammino i nipoti, che vuol dire sognare e in qualche modo partecipare alla costruzione di un futuro diverso. Nel suo messaggio per la Giornata dei nonni e degli anziani, che sarà celebrata il prossimo 24 luglio, il Papa parte proprio da lì, dal chiamare donne e uomini con i capelli bianchi, e sembra a sua volta un paradosso, a essere rivoluzionari.

O, meglio, a diventare protagonisti di un cambiamento radicale fondato sulla tenerezza. Che non significa melensaggini o smancerie, ma compassione, ascolto confidente, che è stare guancia a guancia come nell’icona di Maria con il Bambino, sapendo che quella carezza sul viso non diventerà mai uno schiaffo. Calato nella realtà di oggi, tenuta in ostaggio da una guerra insensata, vuol dire impegnarsi a 'smilitarizzare' i cuori, diventare maestri «di un modo di vivere pacifico e attento ai più deboli». Per un anziano, per un nonno salire su quell’ideale cattedra non è difficile, gli basta insegnare a guardare gli altri con gli stessi occhi comprensivi che lui rivolge ai figli dei suoi figli. Perché in fondo l’unica vera rivoluzione necessaria è quella di sentirsi tutti parte della stessa famiglia umana, al di là di Pil sbilanciati, diversità culturali e distanze linguistiche. Utopia? Illusione?

Nient’affatto. Semmai speranza concreta che il Papa declina come custodia del mondo. Allo stesso modo di san Giuseppe, «padre tenero e premuroso», per difendere e tutelare gli adulti di domani, che oggi sono piccoli ingenui e impauriti, di cui molti vittime della guerra o in fuga per evitarla. E il pensiero, oltre all’Ucraina, corre all’Afghanistan, al Sud Sudan, allo Yemen.

Punti cardinali, perimetri di una geografia dell’angoscia che va cambiata dall’interno dell’uomo, insegnandogli la logica di Dio. Da qui il richiamo immediato alla preghiera, caposaldo della spiritualità dell’anziano credente, «lo strumento più prezioso» e «più appropriato» che possiede. Rivolgersi al cielo per accompagnare il dolore di chi soffre, per dare supporto agli artigiani di pace, per trasformare il proprio cuore. Il Messaggio del Papa, infatti, non riflette solo sulla vecchiaia proiettata all’esterno ma come valore in sé.

Sociologicamente significa prendere atto della crescita percentuale della presenza anziana nelle società post industriali, nel vocabolario della Chiesa vuol dire riconoscerne il protagonismo, capire che in parrocchie popolate sempre di più da persone incanutite, il loro ruolo condizionerà il futuro delle stesse comunità.

Non a caso la recente riforma della Curia Romana prevede che un Dicastero abbia tra le sue priorità, accanto alla cura pastorale dei giovani, quella degli anziani. Quasi un richiamo all’incontro necessario, più volte evocato dal Pontefice, tra la generazione della memoria e quella del presente che si fa futuro. Gli anziani non semplici comparse ma attori sulla scena del mondo, dunque. Lo dice il tema stesso della Giornata: 'Nella vecchiaia daranno ancora frutti'.

Un’indicazione controcorrente, che però non significa negare le difficoltà legate alle forze che vengono meno, alla testa che confonde i ricordi, alla stanchezza che aumenta. Invecchiare non è piacevole per nessuno, avverte il Papa, succede senza mai essere veramente pronti. O forse si è preparati nella misura in cui ci si forma alla scuola della condivisione. E allora l’età anziana diventa attenzione agli altri, cura del creato, educazione alla pace. Con i nonni non più presenze ingombranti, ma custodi di una sapienza da condividere e di un domani che nasce già oggi. Anche grazie a loro.

 
 
 

Apocalisse

Post n°3734 pubblicato il 06 Maggio 2022 da namy0000
 

L’Apocalisse non è il libro della catastrofe e della fine del mondo. È l’immagine delle tribolazioni che appartengono alla vita dell’uomo e del mistero del Male che coesiste nella storia accanto alla redenzione. Ma il racconto di Giovanni termina con la vittoria dell’Agnello, simbolo di Gesù Cristo, e con la visione della Gerusalemme celeste.

Recentemente ho riletto un testo di Vasilij Rozanov, un grande visionario ridotto in miseria durante la Rivoluzione d’Ottobre in Russia, racconta Caramore, egli nel 1918 scrive: «Troni, classi, categorie sociali, lavoro, ricchezza. Tutto è travolto. Tutti sono spazzati via, precipitando nella vacuità di un’anima priva del suo contenuto antico». La cosa interessante è che lui non fa risalire il disastro del presente alla rivoluzione che ha fatto irruzione sul piano storico, ma a una crisi del cristianesimo che si è svuotato, ed è per questo che il mondo produce la catastrofe. Lo svuotamento spirituale e morale spinto all’estremo, forse, è ciò che ha prodotto tutto questo. E quindi risalire ai fondamenti del vivere comune è ciò che ci può mostrare l’Apocalisse. Abbiamo bisogno di una visione, di una speranza. Visioni di umanità possibile, come quelle presenti nel libro di Isaia, “Il lupo pascolerà con l’agnello” (Is 11,6), ci fanno sperare che in alcune fasi della storia sia possibile una conciliazione. Questa idea della possibilità ci sostiene nella speranza. L’Apocalisse ci ricorda che il tempo è breve. Il giudizio è dato come imminente: “Guai, guai, immensa città, Babilonia, possente città; in un’ora sola è giunta la tua condanna!” (Ap 18,10). È breve il nostro tempo personale – e ce ne rendiamo ben conto quando diventiamo anziani – ma è breve anche il tempo che rimane a questa Terra. Dobbiamo usare bene il tempo breve della nostra vita e della nostra umanità. Facciamolo in fretta! (Il nostro tempo è breve: serve speranza, FC n. 18 del 1 maggio 2022).

 
 
 

Difesa non armata e non violenta

2022, Avvenire 26 aprile

UCRAINA

Da un lato troviamo i pacifisti 'senza se e senza ma', che rifiutano le armi sempre e comunque sulla base di un principio etico astratto e indipendente da una qualsiasi analisi del contesto e delle responsabilità delle parti. Dall’altro troviamo chi, in una situazione in cui c’è un aggressore e un aggredito, ritiene che l’imperativo morale, di nuovo 'senza se e senza ma', comporti il porsi dalla parte dell’aggredito inviando armi, perché l’aggredito non soccomba. Il principio etico di mettersi sempre dalla parte degli ultimi è fondamentale e fa parte della tradizione giudaicocristiana.

Il punto è come farlo, dopo avere analizzato le diverse possibili conseguenze. Che non si possano trascurare le interazioni con gli altri attori a livello internazionale lo coglie bene Tommaso Montanari, sul 'Fatto Quotidiano' dell’11 marzo, osservando come l’Ucraina sia stata usata «come una scacchiera per una lunga partita con Putin », in uno scenario che rischia di farne il nuovo Afghanistan, e che gli fa concludere: «Non è realismo: è avventurismo con la pelle degli altri».

Altrettanto importante è il contesto interno. L’Ucraina non è un 'monolite', ma una realtà complessa e diversificata, che la guerra, che va avanti dal 2014, tende a cancellare, dando spazio e forza alle componenti più estremiste, spegnendo il dissenso e rafforzando identità, spesso violente, basate su sangue e terra. Che fare allora? Esiste una alternativa alla guerra che non sia la resa? Vent’anni di ricerche empiriche hanno dimostrato che la difesa non armata e nonviolenta è più efficace e sostenibile della risposta armata, anche contro i despoti-tiranni, e contribuisce a ricostruire e a compattare la società, anche nel caso in cui fallisca. Ma che fare quando la guerra è ormai scoppiata e sta infliggendo morti, distruzioni ed enormi sofferenze alla popolazione civile? Difficilmente la risposta può essere quella di continuare ad armare i combattenti.

È necessario portare le parti a un vero negoziato, ma è anche sostenere quelle componenti della società civile che si oppongono alla guerra. Ad esempio, il giornalista ucraino Ruslan Kotsaba, presidente della 'Ukrainian Pacifist Society', dopo avere visto nel Donbass la brutalità con cui le milizie e i coscritti di entrambe le parti combattevano, il 23 gennaio 2015, in un video su Youtube dichiarò: «Preferirei andare in prigione piuttosto che entrare in una guerra civile ora e uccidere i miei compatrioti che vivono nell’Est». Poco tempo dopo venne arrestato e detenuto per 16 mesi in attesa di un processo che ancora oggi non si è concluso. I giorni scorsi, cittadini ordinari hanno utilizzato sacchi di cemento e sabbia per bloccare i carri armati russi e hanno impedito l’avanzata degli stessi utilizzando il proprio corpo.

Una vecchietta, di fronte all’avanzata dell’esercito russo a Henychesk, ha provato a mettere nella tasca di un soldato una manciata di semi di girasole, dicendo che sarebbero diventati fiori quando i soldati sarebbero morti su quella terra e costringendo il soldato, palesemente a disagio, a interagire a sua volta, umanamente, con lei. Questo giornale, 'Avvenire', il 3 aprile ci ha raccontato di donne che rivendicano il diritto a non esser d’accordo con i loro mariti combattenti, pur continuandoli ad amare, e a resistere senza imbracciare armi: «Non lasceremo né le nostre città né i nostri anziani e siamo disposte a far da barriera ai carri armati ». Queste azioni hanno colto di sorpresa i militari russi, mettendoli in difficoltà. E sono solo alcune delle azioni nonviolente, semplici ma potenti, capaci di modificare lo sguardo e il comportamento dell’altro.

Non combattere non equivale ad arrendersi, significa non usare violenza (che non è la stessa cosa della forza). La nonviolenza diventa la strategia del forte, potenzialmente molto rischiosa perché gli attori rischiano spesso la morte. Può anche non funzionare, ma aiuta a riequilibrare i rapporti di forza e può portare a un ripensamento profondo della relazione fra i contendenti. In questi giorni è stato scritto che porgere l’altra guancia va bene purché sia la propria e non quella degli altri. L’idea sottesa è che il pacifista farebbe pagare le proprie scelte agli altri, al contrario di chi interviene inviando armi per sostenere chi combatte e paga di persona.

Ma è davvero così? Chi combatte rischia non poco, ma chi paga davvero sono le decine di migliaia di vittime civili dei bombardamenti e dei combattimenti e i milioni di profughi. A loro nulla è stato chiesto, né hanno avuto la possibilità di esprimere il proprio consenso o dissenso. Diversa è la resistenza civile nonviolenta, che qualcuno in Ucraina sta portando avanti, pur fra grandi difficoltà. Una lotta di cui sarà lui o lei la sola a subire le conseguenze. Sono loro che dobbiamo incoraggiare e aiutare dall’esterno, e, perché no, anche dall’interno.

 
 
 
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