Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

 

Sono in crisi

Post n°4018 pubblicato il 22 Maggio 2024 da namy0000
 

2024, FC n. 20 del 19 maggio

Caro don, sono in crisi. Perché sono al mondo? Qual è il mio scopo nella vita? - Ludovica

Cara Ludovica, la nostra vita e il suo senso è un mistero che si dischiude solo strada facendo. In fondo, e passami la tautologia, il vivere stesso è lo scopo della nostra vita. E se essa è iniziata con un atto d’amore umano, questo già ci rivela una gran cosa: che siamo chiamati ad amare. Dall’amore veniamo e verso l’amore andiamo. Accompagnati dall’amore. Non è uno scioglilingua e neanche una romanticheria da cioccolatini. È il senso della vita, il suo scopo. Senza amore non c’è vita. Perché? Perché solo l’amore resta, perché le civiltà si estinguono, i popoli e le potenze umane passano, ma l’amore ha un potere eterno che va oltre la morte. Per questo vivere è amare e per amare veramente bisogna saper morire a noi stessi. Come ci ha insegnato Gesù sconfiggendo la morte con la sua Risurrezione. Come, dove, quando, e chi amare te lo dirà solo il tempo. Devi avere pazienza e perseverare, stando attaccata a quello che il Signore ti chiede ogni giorno: famiglia, scuola, amici… Scoprire il senso della vita passa sempre per la valle oscura del dubbio, della paura, delle delusioni, del pianto, della tentazione di mollare. Devi rimanere sul pezzo e aver fiducia che il progetto su di te si realizzerà, chiedendo a Dio che ti illumini giorno dopo giorno. Il Signore non ci abbandona per strada ma ci segue, ci orienta, ci rialza se cadiamo. Questa è l’esperienza che Egli fa con ciascuno di noi. Migliaia di testimoni della fede sono lì a dircelo. Buon cammino!

 
 
 

Aziz e Maoz

2024, Avvenire 18 maggio

Aziz e Maoz hanno fatto pace

Ebreo uno, palestinese l'altro, hanno raccontanto la loro storia di dolore sul palco veronese. Dopo la strage del 7 ottobre hanno perso genitori e parenti, poi un messaggio li ha fatti incontrare

Si erano conosciuti dieci anni prima, per una manciata di minuti al massimo, a una conferenza. Sulla carta, i punti in comune erano tanti. Entrambi giovani imprenditori, entrambi decisi a trasformare il turismo in uno strumento di conoscenza tra i popoli. Una voragine storica, però, in apparenza, li divideva. L’uno, Maoz Inon, era israeliano. L’altro, Aziz Abu Sarah, era palestinese. Non hanno avuto il tempo di parlarne quella volta. Lo avrebbero fatto dopo. E a lungo.

A farli reincontrare, la carneficina peggiore che abbia insanguinato Israele nei suoi quasi ottant’anni di esistenza. Il 7 ottobre 2023, il kibbutz Nir Am, dove viveva la famiglia Inon, è stato uno dei tanti attaccati da Hamas: i genitori di Maoz, Bilha e Yacovi, sono fra le 1.200 vittime del massacro. Sentita la notizia, Aziz, a cui il conflitto ha strappato il fratello Tayseer, morto mentre era in custodia delle autorità israeliane, ha voluto scrivergli su WhatsApp: «Sono così dispiaciuto per i tuoi genitori. Il mio cuore è spezzato. È così terribile, non ho parole. È stata un’azione da vigliacchi. Ti invio tutto il mio sostegno e affetto». Il gesto di solidarietà ha aperto una strada nuova su cui Maoz e Aziz camminano insieme, con lo sguardo fisso su un orizzonte di pace possibile fra i rispettivi possibili. E insieme sono arrivati ad Arena di Pace 2024 per dire che il Medio Oriente non è condannato a una guerra senza fine.

«Ho scritto a Maoz di impulso. Ero rimasto molto colpito dalla sua prima dichiarazione pubblica dopo il massacro. Aveva detto di soffrire non solo per i genitori assassinati ma anche per il popolo di Gaza, dilaniato dalle bombe. Quanta forza ci vuole per dire una cosa simile all’indomani del 7 ottobre? Quanto sarebbe stato più facile esigere rivalsa. Ho capito quanto Maoz fosse coraggioso. Io ci ho messo anni e anni per trasformare il dolore per l’uccisione di mio fratello di 19 anni da parte dei soldati israeliani in motore di riconciliazione. All’inizio pensavo la vendetta fosse l’unica scelta possibile. È stato solo quando ho cominciato a studiare ebraico insieme agli immigrati giunti in Israele che ho compreso di avere altre opzioni. Potevo smettere di somigliare a coloro che avevano ammazzato mio fratello. Potevo decidere io chi volevo essere, così mi sono messo all’opera», racconta Aziz che, da allora, è diventato un attivo costruttore di pace in vari teatri del mondo con il Center for world religions, diplomacy and conflict resolution, con il programma radio All for peace e con Mejdi, una compagnia che offre tour per ebrei, cristiani e islamici interessati a conoscere “l’altra metà della storia”. «La parte mancante. È sempre in questo vuoto che si annida il conflitto cruento. L’ho constatato negli oltre settanta Paesi in guerra dove sono stato. Per questo, credo nel valore cruciale della parola condivisa» sottolinea.

«Aziz è stato uno dei primi palestinesi a farmi le condoglianze. L’ho molto apprezzato. Ha voluto essermi vicino nel momento peggiore. Gli ho chiesto dunque se potevamo parlarci. Qualche tempo dopo ci siamo visti online… Dopo la morte dei miei genitori ero in pezzi. La notte ho fatto un sogno. Vedevo i volti delle vittime del massacro. Erano feriti, sofferenti. Dai loro occhi scendevano grosse lacrime che arrivavano fino alla terra, intrisa di sangue. Al cadere, le lacrime pulivano il sangue, facendo comparire un sentiero. Quando mi sono svegliato ho capito: da tutta quella sofferenza, le atrocità perpetrate, l’angoscia inflitta, doveva nascere un nuovo corso. Una vita per la pace» gli fa eco Maoz.

I due imprenditori sono tra i testimonial di fronte a papa Francesco e al pubblico di Arena 2024 del tavolo su “Economia, lavoro e finanza”, uno dei cinque pilastri per la costruzione di una convivenza nonviolenta – accanto a “Migrazioni”, “Ecologia integrale e stili di vita”, “Democrazia e diritti”, “Disarmo” – individuati da oltre duecento organizzazioni, movimenti e gruppi di cittadine e cittadini di tutta Italia che, per oltre un anno, hanno riflettuto su come “disarmare” il sistema economico. «In realtà, il metodo per fare impresa sociale è il medesimo di quello per portare avanti un processo di pace - afferma Maoz -. Lo so per esperienza. Ogni volta che ho messo su un’attività mi sono basato su cinque principi: avere un sogno, agire in base a dei principi, creare alleanze, elaborare un piano strategico e metterlo in atto. Sono le stesse fondamenta su cui si costruisce la pace. È questa la nostra impresa più urgente ora. Lo devo ai miei genitori. Quando li ho seppelliti, ho compreso che mi avevano cresciuto per questo momento. Sono loro a ispirare i miei gesti e le mie parole. Mia madre era un’artista. Dipingeva soprattutto i “mandala”, l’universo secondo le tradizioni induiste e buddiste. In tutta la sua vita, me ne ha regalato solo uno. E vi ha scritto sopra: “Qualunque sogno può essere raggiunto se abbiamo il coraggio di inseguirlo”».

 
 
 

La responsabilità è nostra

Post n°4016 pubblicato il 19 Maggio 2024 da namy0000
 

Educazione di Edith Bruck, scrittrice e poetessa ungherese sfuggita ai campi di sterminio

E se il futuro non fosse
figlio del passato e del presente?
Ma orfano, tabula rasa
Per i novi nati.
Da educarli al buono,
al bello, al rispetto
di ogni prossimo di qualsiasi etnia e fede.

Non dire mai ai propri figli
che sono i più belli
ma che tutti i bambini
sono belli.
Educarli a dividere
a scuola durante la pausa
la propria merendina
con chi non ha niente,
i giocattoli di chi ne ha tanti.
La condivisione fin da piccoli
è creatrice di pace,

di un mondo nuovo
che non è mai esistito.
Potrebbe mai essere?
Dipende solo da noi,
senza pregare Dio,
la responsabilità
di tutti i mali del mondo
è nostra.

 
 
 

1200 chilometri a piedi

2024, Avvenire 16 maggio

Cile. I 1.200 chilometri a piedi di Camila per salvare suo figlio

Camminare più di 1.200 chilometri per salvare il figlio. È l’impresa di Camila Gómez, infermiera cilena di 32 anni, che sta attraversando il suo Paese a piedi per raccogliere 3,5 miliardi di pesos (circa 3,5 milioni di euro) e sensibilizzare sulla causa dei pazienti con malattie rare. Una cifra importante necessaria a comprare un farmaco salvavita per suo figlio Tomás. Il tempo è poco. Il piccolo ha cinque anni e soffre di distrofia muscolare di Duchenne, malattia che colpisce i muscoli e ne causa il progressivo deperimento. Gómez è partita il 28 aprile da Ancud, nel sud del Paese e, secondo il programma, dovrebbe riuscire ad arrivare il 28 maggio davanti al Palacio de La Moneda di Santiago, sede del governo cileno. Una marcia e una battaglia che Gómez sta percorrendo insieme a Marcos Reyes. È il presidente della Corporación Familias Duchenne en Chile e padre di due adolescenti affetti dalla stessa malattia. Il luogo di arrivo non è stato scelto a caso. Gómez e Reyes stanno lottando per i loro figli, ma non solo. «Camminiamo per tutti i bambini e le famiglie che soffrono di questa malattia», ha raccontato Gómez. Il loro obiettivo è che il presidente cileno Gabriel Boric presenti al Congresso un progetto di legge che permetta di migliorare la copertura delle malattie rare. In Cile, infatti, la distrofia di Duchenne non è inclusa nella legge Ricarte Soto del 2015 che finanzia cure mediche ad alto costo.

La malattia è scatenata da un gene difettoso che porta all'assenza di distrofina, una proteina utile a mantenere integre le cellule del corpo. Chi ne soffre può sviluppare problemi nel camminare e nel correre, affaticamento, difficoltà di apprendimento e problemi cardiaci e respiratori a causa dell’indebolimento dei muscoli. «È nato sano, senza alcun problema o complicazione, fino a quando, a quattro anni, ci siamo resi conto che aveva difficoltà a salire le scale e a svolgere alcuni tipi di attività fisica», ha spiegato Gómez sui social media. «Fino a quel momento non c'era cura, ma da alcuni mesi abbiamo una speranza: negli Stati Uniti è stato approvato il primo farmaco il cui obiettivo è fermare la progressione della malattia». Questo farmaco, venduto con il nome commerciale Elevidys, viene somministrato per via endovenosa solo nei pazienti che hanno tra i quattro e i cinque anni, età in cui l’efficacia si è dimostrata maggiore. Tomás ne compirà sei a ottobre. Ma Gómez mantiene viva la speranza. Contro il vento e la pioggia, continua a camminare indossando la pettorina gialla su cui è stampata la faccia sorridente di suo figlio. E condivide, giorno dopo giorno, il suo viaggio su Instagram. Nell’ultimo video Gómez ha raccontato: «Sono molto molto felice, perché abbiamo raggiunto il 70% dell’obiettivo». La solidarietà è stata enorme. C’è sempre una fila di persone schierata ai bordi delle strade che percorre. Qualcuno si ferma per salutarla e incoraggiarla, qualcuno per farle un piccolo dono. «Non ci saremmo mai aspettati tanto appoggio. Le persone stanno empatizzando molto con la nostra storia, piangono come se fossero loro i genitori di nostro figlio».

 
 
 

In hand-bike

Post n°4014 pubblicato il 14 Maggio 2024 da namy0000
 

2024, Avvenire,13 maggio

«In hand-bike sul Cammino di Santiago ho cambiato la vita della mia famiglia»

A 33 anni la svolta nell'esistenza di Pietro Scidurlo, nato con una lesione spinale: ha convinto mamma e papà a seguirlo nel pellegrinaggio. Oggi tante le proposte on the road per i disabili

«Nonostante abbia 46 anni, continuo a preoccuparmi per lui, anche perché, fin da ragazzino, è sempre stato un terremoto». «Vero. Ma è stata proprio la mia irrequietezza a salvarmi». Il siparietto tra mamma Tiziana e il figlio Pietro Scidurlo, finisce con l'ammissione: «Sono sempre stata una mamma chioccia. Non riesco proprio a staccare il cordone ombelicale, che mi lega a Pietro, all'altra figlia Chiara, e al mio nipotino Manuel». «Sono nato con una lesione spinale, che mi ha precluso l'uso delle gambe - racconta Pietro -. Fino a 33 anni, sono stato arrabbiato con il mondo. Poi, nel 2012, la svolta». Pietro decide di percorrere il cammino di Santiago. E va con la famiglia. «Io in hand-bike, papà Bartolomeo e il mio amico Iari con la loro bici. Mamma in auto per trasportare la mia sedia a rotelle».

Sembra di vederla questa donna, all'inizio poco convinta dell'impresa del figlio. «Ma chi te l'ha fatto fare?»

Ma poi, mano a mano che prende dimestichezza con la strada, e che vede Pietro sempre più tenace nel voler arrivare in fondo, e sempre più sorridente, eccola ingranare la marcia, e vivere ella stessa quest'esperienza, come un “dono del cielo”. «I tempi di attesa, li ingannavo facendo il cruciverba. Ma, siccome avevo lasciato a casa quello in italiano, mi sono data alle parole crociate in spagnolo, lingua che neanche conoscevo. Cosa non si fa per far felice un figlio!».

«Mi piace descrivere il mio percorso con tre “p”: pedalare, piangere e pregare - riprende Pietro -. Chilometro dopo chilometro, ho capito che mi stavo liberando dei pensieri negativi, e cominciavo seriamente ad andare incontro al futuro, con compagna la spensieratezza. In quel percorso ho anche ritrovato la fede. Quando la forza fisica viene meno, ti fermi, prendi fiato, e riparti. Ma se viene meno la motivazione, non riparti più. Mi sono rifugiato nella fede e ce l'ho fatta».

Quell'esperienza ha cambiato la vita a tutta la famiglia.

«Il vero eroe in realtà è stato mio padre. Perché io ero un po' allenato, ma lui, che al massimo faceva il giretto in bici la domenica con gli amici, da un giorno all'altro si è ritrovato catapultato in un'avventura da 970 chilometri, dai Pirenei, attraverso tutta la Spagna, fino a raggiungere Finisterre. Gli è talmente piaciuto, che siamo ritornati un'altra volta». Il cammino ha soprattutto aiutato Pietro a trovare la sua strada nella vita.

Un lavoro. «Sono redattore di Terre di Mezzo». Una nuova iniziativa. «Nel 2012, ho dato vita all'associazione “Free Wheels”. Con otto dei miei volontari sono stato sul Cammino per ottanta giorni per poter poi scrivere “Guida al Cammino di Santiago per tutti”, a oggi unica guida in Europa a un cammino integralmente accessibile». Ora l'associazione conta una cinquantina di iscritti. «Grazie a mio figlio, ho scoperto un mondo - dice mamma Tiziana -. Prima ero una “casalinga disperata”. Poi, da quando Pietro ha cominciato con i cammini e con l'associazione, anch'io ho incontrato molti luoghi e molte persone nuove, che oggi sono la mia famiglia allargata. Aiutare gli altri lo appaga. E io posso finalmente rilassarmi».

Nel 2022 Pietro ha ideato un'esperienza di viaggio totalmente inclusiva, attraverso l'Emilia Romagna, poi ripetuta, l'anno successivo, in Veneto. Per questa terza edizione, i Free Wheels partiranno il 18 maggio dalla chiesa di San Francesco di Assisi, ad Ancona, e andranno sui “Passi di Francesco", undici tappe attraverso Marche, Umbria e Lazio, fino a concludersi, il 29 maggio, a Roma, in piazza San Pietro, per l'udienza generale con papa Francesco. «Il titolo ha una duplice valenza. Centinaia di anni fa, su quei sentieri il “poverello” camminava portando un rivoluzionario messaggio di essenzialità e letizia, insegnandoci a trovare la pace nell'accettazione delle difficoltà dell'altro. Oggi, un altro Francesco, il Pontefice, ci esorta alla stessa rivoluzione. Con questa edizione, ci prepariamo anche al pellegrinaggio che faremo l'anno prossimo, in occasione del Giubileo».

Quest'anno, ci sono dieci partecipanti, dai 25 ai 65 anni, di cui sette uomini e tre donne. Cinque di loro sono in sedia a rotelle, tra cui i promotori dell'iniziativa, Pietro Scidurlo, e Ignazio, paralizzato dalla vita in giù a seguito di un incidente d'auto. Ci sarà anche NoisyVision, associazione dedicata alle disabilità sensoriali, con un gruppo di ipovedenti che viaggeranno su tandem a guida assistita. La particolarità è che la delegazione fa tappa nelle Unità spinali, centri di eccellenza per la riabilitazione di persone con lesioni midollari. «A chi si è appena ritrovato senza la possibilità di muoversi con le proprie gambe, diciamo che ci sono infinite opportunità. Una di queste è il cammino. Cerchiamo di appassionarli. Magari un altr'anno decideranno di lasciare per qualche giorno la propria zona di comfort e di unirsi a noi. Così come hanno fatto i miei genitori quando mi hanno accompagnato a Santiago».

«Per noi è stato facile - conclude mamma Tiziana -, abbiamo guardato nostro figlio negli occhi, e abbiamo capito che bisognava andare. La sua serenità è la nostra serenità».

 
 
 
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