Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

 

Per costruire il futuro

Post n°3463 pubblicato il 27 Novembre 2020 da namy0000
 

2020, Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale di pastorale giovanile della Cei, FC n. 48 del 29 novembre.

Quell’indispensabile alleanza tra generazioni per costruire il futuro

«Il Signore non ci vuole parcheggiati ai lati della vita, ma in corsa verso traguardi alti», dice papa Francesco, dando forza a concetti a lui cari.

Ogni volta che si ascolta un discorso di papa Francesco ai giovani, c’è sempre un passaggio che porta a dire: me lo devo rileggere. Il suo modo di esprimersi è composto. Non sta di fronte al microfono come un consumato attore o politico imbonitore. Succede allora che nella pacatezza del suo discorrere ci siano frasi di grande forza esplosiva, come se confidasse nel fatto che per ottenere qualcosa di forte ci si debba affidare a chi ha la forza nell’età e negli slanci che essa porta con sé.

A Rio de Janeiro (nel 2013, praticamente all’esordio) chiese la «rivoluzione dolce del Vangelo»; a Cracovia nel 2016 fece saltare gli schemi dando il mandato di «alzarsi dal divano», durante il Sinodo del 2018 chiese di «gridare, altrimenti parleranno le pietre» e nello stesso anno, al Circo Massimo, invitò i giovani italiani a non avere paura di correre anche se qualche volta gli adulti restano indietro. Il 22 novembre, al passaggio della Croce della Gmg, ha chiesto di non rinunciare ai grandi sogni e di non accontentarsi del dovuto. Soltanto il giorno prima, ai giovani riuniti in video chat, ha chiesto di impegnarsi in economia, in politica, nella società, avviando processi, tracciando percorsi, allargando orizzonti, creando appartenenze. È solo un incompleto sommario degli ultimi anni.

Il Papa ha definito questo un cambiamento d’epoca, ma capisce prima di altri il freno delle nostalgie. Nei giovani ha individuato qualcuno con cui stringere alleanza confidando in un patto fra generazioni. All’inizio sembrava una confidenza autobiografica, ma un po’ alla volta è emersa la sua fiducia nell’alleanza fra giovani e anziani perché lo slancio incosciente degli uni trovasse un riscontro nella libertà interiore e nella saggezza degli altri.

In essa il Papa non cerca di “istruire” i giovani, non li catechizza. Li sferza, li sfida, li responsabilizza cercando di impegnarli su quei temi che qualche luminare ecclesiastico finisce sempre per definire “sociali”, come se la fraternità e il credere insieme non fossero parte dello stesso Vangelo.

Trentacinque anni fa Giovanni Paolo II avviò l’esperienza delle Gmg sapendo che al di là del Muro, che divideva non solo l’Europa ma il mondo intero, c’erano generazioni di giovani cresciuti nell’ateismo di stato: per questo sentiva il bisogno di riabbracciarli e di tornare a raccontare loro della forza redentrice di Cristo. Oggi lo scenario è completamente nuovo e papa Francesco sa che il Vangelo, per avere qualche chance nel mondo contemporaneo, prima che di essere spiegato ha bisogno di essere mostrato, e riconosce ai giovani la forza e la sensibilità necessarie perché questo accada. Sta chiedendo che siano loro a sostenerlo: ce la farà?

 
 
 

Potere ai giovani

2020, HuffPost 25 novembre.

Loccioni, potere ai giovaniEccellenza italiana, leader mondiale nella misura e nell’automazione per il controllo qualità e la sostenibilità, l'impresa ha creato un modello vincente: "Vendiamo conoscenza"

Loccioni, eccellenza italiana leader mondiale nella misura e nell’automazione per il controllo qualità e la sostenibilità, ama definirsi “impresa” e bandisce parole come “fabbrica” o “azienda”. Fondata nel 1968 da Enrico e Graziella Loccioni, l’impresa marchigiana sviluppa sistemi personalizzati sulle esigenze del cliente, integrando competenze come la robotica, la sensoristica e la scienza dei dati. Come racconta ad Huffpost il figlio di Enrico Loccioni, Claudio, “da noi non esistono dipendenti ma collaboratori e intra-prenditori”.

“Si parte da un presupposto semplice”, spiega “L’attività si basa su due grandi cardini: il cliente e chi offre la soluzione. Si parte dalla tensione che ha sempre mosso il mondo, la domanda e l’offerta, ed è su questo meccanismo che noi abbiamo costruito un tipo di impresa particolare, perché prima di vendere beni, vendiamo conoscenza”.

Un’impresa che promuove logiche inclusive e mette al centro la persona. “Mentre l’industria manifatturiera ragiona sui macchinari, per cui gli investimenti sono sulle nuove linee di produzione e sulle macchine, nel nostro modello di impresa della conoscenza, gli investimenti si fanno tutti sulle persone”.

Questa concezione accompagna l’impresa Loccioni sin dall’inizio della sua storia e si è tradotta in una presenza attiva nel territorio e nella formazione dei giovani, attraverso scuole e istituzioni. “Gli investimenti sulle persone avvengono in modi diversi: alcuni li fanno attraverso semplici assunzioni, altri, come piace fare a noi, li fanno cercando di radicarsi bene sul territorio. Noi siamo nell’entroterra marchigiano, un territorio che non è un luogo di passaggio, quindi la nostra sfida, nel gioco della domanda e dell’offerta, è garantire che ci siano persone che nel futuro possano portare avanti questo tipo di attività”.

Il rapporto con i giovani e investire nella loro formazione è uno degli asset strategici di Loccioni. “A volte i progetti etici, se nascono dalla necessità, come nel nostro caso, diventano progetti di successo”, racconta Claudio Loccioni. “All’inizio noi non ci potevamo permettere dei collaboratori esperti quindi compensavamo con l’energia dei giovani, col tempo però il loro coinvolgimento è diventato un metodo vincente. Senza risorse giovani non riusciremmo a dare ai nostri clienti quello che ci chiedono”.

I clienti e partner di Loccioni sono i leader mondiali nei loro mercati dall’ Automotive, all’Elettrodomestico, dall’Ambiente al Medicale, dall’Energia all’Aeronautica, tra i principali: Daimler, Ferrari, Ford, Bosch, Whirlpool, Airbus, RFI, Enel, Eni, Eon, Pfizer, General Electric.

“Il cliente si rivolge a noi per risolvere un problema costoso e fastidioso che ha bisogno di una soluzione tecnologica”, anche Loccioni quindi lavora con le macchine ma “il punto è che dietro le macchine abbiamo persone che sviluppano soluzioni diverse per condizioni diverse”, spiega. “E ci siamo accorti che più le persone sono giovani, più sono incoscienti, e più sono incoscienti e più innovano. E i giovani chiamano altri giovani: adesso l’età media in Loccioni è di 32 anni”.

 

“Nell’ambito che si chiama Alternanza Scuola Lavoro, che a noi invece piace chiamare Convergenza Scuola Lavoro, ogni ragazzo lavora a un proprio progetto” racconta Maria Paola Palermi, Responsabile Comunicazione Loccioni. “I ragazzi non se lo aspettano, sono abituati alla cultura dell’esecuzione, a eseguire ciò che gli viene detto di fare. Noi invece, già da quando hanno sedici anni, cerchiamo di stimolare la cultura dell’intraprendenza, per cui loro stessi sono protagonisti del loro progetto”.

Questo è quello che Loccioni trasmette in media ogni anno a 70 ragazzi che partecipano al progetto “Vivaio”, selezionato dal Miur fra i 16 Campioni dell’Alternanza 2018. 

Il Vivaio è l’insieme degli studenti in contatto con Loccioni che rappresentano il futuro dell’impresa e oggi conta oltre 300 persone di diverso grado di istruzione, dal terzo anno delle scuole superiori fino ai dottorandi di ricerca, accompagnati in un progressivo inserimento nel mondo del lavoro.

“Il passaggio dalla scuola o università al mondo del lavoro non è mai facile”, spiega Claudio Loccioni. “I nostri progetti partono dalle scuole elementari vicine a noi. Ai bambini si mostra che c’è un futuro e un mondo ad aspettarli. Tra scuole medie e superiori si fanno poi le prime azioni di convergenza, conoscendo i ragazzi ospitandoli nella struttura durante visite guidate. L’obiettivo è sempre quello di offrire possibilità nel territorio e far sì che le persone rimangano”.

 
 
 

Corre per solidarietà

Post n°3461 pubblicato il 25 Novembre 2020 da namy0000
 

2020, FC n. 47 del 22 novembre.

Quando aveva 9 anni, correre era l’unico svago. I suoi genitori lo portavano nei campi intorno a Peschiera, nel Veronese, e solo lì Fabrizio A. era davvero fuori pericolo. «Una forma violenta di epilessia dall’età dell’asilo mi impediva di vivere normalmente con anche 500 micro-attacchi giornalieri o un paio di tale portata da cadere a terra». Una malattia invalidante che si è risolta solo a 18 anni: «Quando è morta mia nonna. Da allora non ho più avuto nulla, prendo solo un farmaco salvavita».

Oggi Fabrizio ha 60 anni, e da quando ne ha 26 ha deciso di unire lo sport alla solidarietà. «Per riscattare quello che avevo vissuto – emarginato da prof e compagni – e per quelli che non possono avere quello che ho io adesso». Da allora «ho corso per una donna cardiopatica di Peschiera la “Roma-Verona”, in staffetta con alter 8 persone, raccogliendo 21 milioni di lire; poi ho percorso l’Asiago-Verona: lì lo sponsor mi diede un milione con cui acquistai una carrozzina per un disabile che non se la poteva permettere». Per la Sla (Sclerosi laterale amiotrofica) ha iniziato a correre 5 anni fa «con la Peschiera-Roma, poi la Verona-Parigi e, infine, un giro del Triveneto».

Il 31 luglio 2021 partirà per la Run for Sla, una corsa da Agrigento a Venezia in cui percorrerà in 35 giorni33 tappe con una media di 60 km al giorno per un totale di 1.800 chilometri. Obiettivo? Raccogliere fondi per il nuovo centro clinic Nemo (Neuro muscular omnicentre) presso la Fondazione Richiedei di Gussago, in provincial di Brescia. La sesta sede in Italia di un centro clinic ad alta specializzazione, pensato per rispondere in modo specific alle necessità di chi è affetto da Asl e da malattie neuromuscolari come le distrofie muscolari e l’atrofia muscolare spinale (Sma).

Tra le tappe ci sarà anche quella in Vaticano dove verrà ricevuto da papa Francesco «Un incontro che aspetto con emozione e che significa moltissimo per me, perché sono molto credente; che mi darà la forza per andare avanti, sarà l’occasione per portare la voce dei malati al Pontefice, ma anche per sensibilizzare l’opinione pubblica e il governo sulla tragedia della disabilità».

Fabrizio A. correrà da solo, con uno staff al seguito per supportarlo nell’impresa. Chi volesse unirsi alla corsa spontaneamente lo potrà fare.

 
 
 

Speranza rinata

Post n°3460 pubblicato il 24 Novembre 2020 da namy0000
 

Speranza rinata

Rivedo la vita nella nascita

di un fiore.

Riscopro quel verde brillante,

la speranza, la voglia di amare,

la fede, l’amore.

Ecco la bellezza dell’esistenza,

mi pareva perduta.

Fra quei petali violetti,

al centro quel giallo,

il colore del sole.

Non ci speravo più.

La Natura ci dà

il senso originale della vita.

Cresciamo splendidi boccioli

di rose. Se potessi

scegliere dove rinascere

sceglierei un campo

di grano dorato.

Fra i canali, un fiordaliso,

sentirei l’alito di Dio

mentre sfiora

le mie tenere foglie,

sarei in pace con me stessa.

Ringrazio Dio per avermi

aiutata, dalla disperazione

silenziosamente salvata.

E per questa soave, beata,

sottile sensazione di benessere,

fra mille preghiere affido a te

il mio debole, fiducioso essere – Emily Ingham, Scarp de’ tenis, ottobre 2020.

 
 
 

Sviluppo integrale

Post n°3459 pubblicato il 22 Novembre 2020 da namy0000
 

2020, Alessandro Zaccuri, Avvenire 21 novembre.

Economy of Francesco. Magatti: «Patto per lo sviluppo integrale»

Il sociologo dell'Università Cattolica: "La pandemia ci ha fatto capire l’interdipendenza, adesso abbattiamo i muri dell’individualismo"

Mauro Magatti ne è convinto: nel tempo i risultati di The Economy of Francesco si manifesteranno in modo misterioso. Durante l’evento, oltre a tenere un’importante relazione, il sociologo dell’Università Cattolica ha partecipato ai lavori del dibattito, confrontandosi con un nutrito gruppo di giovani. «Tra di loro c’erano studenti, imprenditori o professionisti all’inizio della carriera – spiega –. In una parola, persone che si preparano ad assumere o hanno appena assunto un ruolo di responsabilità. In futuro molti di loro saranno chiamati a prendere decisioni cruciali. È allora che ci si potrà rendere conto del valore di queste giornate».

Che impressione le ha fatto il messaggio che papa Francesco ha inviato ai partecipanti?

Mi ha molto colpito il tono, improntato a una concretezza che non ha nulla di astratto, ma al contrario rivela un profondo realismo. Siamo ormai abituati a considerare la voce del Papa come una delle pochissime che, nel contesto attuale, sollecitano con forza un cambiamento di rotta degli assetti economici e sociali. Senza fantasticare l’impossibile, però, e senza alcuna nostalgia del passato. Tutto il pontificato di Francesco rappresenta un frutto maturo del Concilio Vaticano II. La Chiesa sa di avere qualcosa da dire a un mondo che, oggi più che mai, si dibatte nella difficoltà. Trovo particolarmente bello che questa sfida si traduca in un mandato da affidare ai giovani.


Non è un compito facile.
Dopo il trauma delle Torri Gemelle nel 2001 e dopo l’infarto dell’apparato economico-finanzario nel 2008, la pandemia ha portato alla luce la dimensione del contagio, che comporta la consapevolezza dell’interdipendenza tra le persone. Ma per capirci meglio forse occorre fare un altro passo indietro.

Fino a quando?
Al 1989, l’anno che segna in modo non soltanto simbolico la fine delle ideologie, che a loro volta possono essere considerate come la declinazione meno nobile delle utopie politiche affermatesi a partire dall’Ottocento. Che cosa è successo da lì in poi lo sappiamo, anche se non sempre lo teniamo nella giusta considerazione: ci siamo concentrati unicamente sul tema del desiderio individuale, trascurando tutto il resto. Adesso questa nuova ideologia, che vorrebbe obbligarci a vivere come particelle slegate le une dalle altre, è smentita nel modo più clamoroso. Il Papa lo ricorda una volta di più nella conclusione del messaggio ai giovani idealmente riuniti ad Assisi: nessuno si salva da solo, c’è un compito comune, una vocazione che attraverso la cultura deve farsi patto.

E i giovani come risponderanno, secondo lei?
Non è da oggi che questa generazione esprime una volontà di cambiamento che troppo spesso sembra scontrarsi con la complessità dei problemi. I giovani vogliono dare il proprio contributo, non sempre sanno esattamente che cosa fare, né come. Da The Economy of Francesco può venire un impulso determinante, nella direzione non di un’ulteriore utopia, ma di quella speranza fattiva alla quale il Papa esorta nel suo messaggio. Si tratta di un richiamo fondamentale, che va controcorrente rispetto al pensiero dominante che, se va bene, si accontenta di invocare un altro po’ di innovazione tecnologica. Utilissima, intendiamoci, ma non sufficiente.

Che cosa manca?
Un rovesciamento di prospettiva. Ed è proprio questo che Francesco suggerisce ai giovani. Nel momento in cui si concentra esclusivamente sulla tecnica, la nostra società torna a proporre una logica sacrificale. Il messaggio sottinteso è che conta l’avanzamento complessivo della specie, per il quale si dev’essere disposti a tollerare che qualcuno, strada facendo, rimanga indietro o finisca calpestato. In una parola, scartato. Il Papa, invece, ribadisce che non ci può essere sviluppo se non ci si mette al passo degli ultimi, in una prospettiva non assistenziale, ma di pieno riconoscimento della dignità della persona. Molto significativi, in questo senso, sono i rimandi alla Popolorum Progressio, l’enciclica nella quale Paolo VI indica l’obiettivo dello sviluppo umano integrale.

 
 
 
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