Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

 

Amo troppo quello che faccio

Post n°4221 pubblicato il 12 Marzo 2026 da namy0000
 

2026, HuffPost, 11 marzo

Ryan, che a tredici anni ricicla lattine per beneficenza: "Preferirei giocare, ma amo troppo quello che faccio"

Il ragazzo ha raccolto ottomila tonnellate di lattine in tre anni e ha donato tutto il ricavato: "Volevo aiutare allo stesso tempo le persone e l’ambiente"

Un ragazzino siede su ammassi luccicosi dai colori sgargianti. Non sono costruzioni Lego, o maestosi giocattoli - anche se potrebbero sembrarlo - ma tonnellate di lattine compattate in grandi balle di metallo. Quel ragazzino ha tredici anni e si chiama Ryan Hulance. In tre anni ha raccolto otto tonnellate di latta - più di un milione e mezzo di lattine in tutto - e ha accumulato così circa ventimila dollari.

 
 
 

Semplicemente persone

2026, FC n. 10 del 8 marzo

L’Italia di Takoua

Di origine tunisina ma cresciuta a Roma, ha condotto una rivoluzione silenziosa e quotidiana, realizzata con la matita e con il pensiero. Un modo per approfondire i concetti di appartenenza, genere e libertà

Parla romanesco, legge i manga, è cresciuta tra i palazzoni di Tor Bella Monaca. Takoua Ben Mohamed è fumettista, graphic journalist, documentarista e attivista. Con la sua arte costruisce ponti tra mondi diversi, trasformando il disegno in uno strumento di dialogo, memoria e consapevolezza. Racconta un’Italia viva e in trasformazione, fatta di differenze che si incontrano, si intrecciano, si riconoscono. Le sue tavole danno voce a chi spesso resta ai margini e mostrano che l’identità, più che una definizione, è una narrazione condivisa.

Nata a Donz, in Tunisia, e arrivata a Roma nel 1999, Takoua è cresciuta in equilibrio tra appartenenze diverse. In una famiglia numerosa, colta e profondamente religiosa, ha respirato fin da piccola un clima in cui spiritualità, conoscenza e impegno civile si intrecciavano ogni giorno. «I miei genitori hanno lasciato la Tunisia durante la dittatura di Ben Ali. Erano attivisti. In Italia, mio padre è diventato l’imam di Roma. A casa lo slogan di famiglia era: “Mai stare zitti di fronte a chi calpesta i diritti dell’uomo”».

Se le chiedi dov’è casa, non ha dubbi: «Roma» - afferma - «è qui che ho maturato la consapevolezza delle mie tante identità. Sempre plurali». Il riconoscimento, però, non è mai stato scontato: «Italiana nei fatti, ma spesso vista come “altra” per via del mio nome, della religione, dell’aspetto». Vive in Italia da 26 anni e ha ottenuto la cittadinanza solo tre anni fa. «Altri non l’hanno ancora, per assurdi vizi di forma della legge. E non ce l’ha nemmeno chi è nato qui. È un’ingiustizia».

Questa doppia appartenenza, vissuta tra orgoglio e marginalizzazione, è diventata la matrice della sua arte. A soli 14 anni fonda Fumetto Intercultura per dare voce – attraverso il disegno – alle ragazze musulmane cresciute in Italia. Nel graphic novel Sotto il velo (BeccoGiallo Editore, 2016) ribalta con ironia i cliché sull’hijab. Con La rivoluzione dei gelsomini (BeccoGiallo, 2018) intreccia storia personale e memoria collettiva, raccontando la fuga del padre dalla dittatura e le origini della Primavera araba. Nel 2019 firma Hejab Style, documentario prodotto da Al Jazeera che esplora le diverse declinazioni del velo nel mondo islamico, mescolando ricerca, viaggio e testimonianza. Nel suo ultimo lavoro, Italiana con permesso (Mondadori, 2025), Takoua torna alla sua adolescenza per raccontare la pressione della comunità islamica, che la voleva perfetta; lo sguardo diffidente di uno Stato che la considerava un’ospite; e l’incontro inatteso con Marco, il compagno di banco inizialmente razzista. «Le mie storie vogliono spingere a guardare oltre il velo, il nome, il colore della pelle. A guardare, finalmente, le persone». La sua è una rivoluzione silenziosa e quotidiana, fatta di matita e pensiero. Un modo, il suo, per interrogare i concetti stessi di appartenenza, cittadinanza, genere e libertà.

Oggi Takoua riflette sullo scarto tra la narrazione ufficiale e la realtà vissuta nelle scuole. «Nel discorso pubblico italiano – dalla retorica politica ai media, fino ai manuali scolastici – permane radicata l’idea di un’italianità bianca e omogenea. Eppure, nelle scuole primarie, i bambini crescono in contesti in cui la pluralità di origini, lingue, culture e religioni è un dato acquisito e naturale». Secondo lei, l’Italia contemporanea non è soltanto multiculturale, ma autenticamente transculturale: «Una nazione in cui le identità si contaminano quotidianamente, in maniera spontanea e profonda». Da questa consapevolezza nasce il suo prossimo progetto dedicato alla letteratura per l’infanzia: «Desidero contribuire alla formazione di immaginari più ibridi e vitali, capaci di rispecchiare la realtà che vivo ogni giorno: un’Italia in cui le culture non si limitano a convivere fianco a fianco, ma si intrecciano in un tessuto condiviso. Un’Italia che i bambini, molto più degli adulti, già riconoscono e abitano».

Oggi la sua esistenza si articola tra l’Italia e l’Oman, dove si è trasferita in seguito al matrimonio. «Un anno fa ho sposato un uomo arabo, originario dell’Oman, e qui trascorro ora gran parte del mio tempo. Insieme abbiamo fondato un’agenzia che promuove il dialogo turistico e culturale tra il mondo arabo e quello italiano. Perché l’identità non è un dato da dichiarare su un modulo, ma un’opera in continua costruzione, plasmata quotidianamente dal modo in cui scegliamo di raccontarci».

 
 
 

Giochi della speranza

Post n°4219 pubblicato il 11 Marzo 2026 da namy0000
 

2026, FC n. 10 del 8 marzo

Una “Olimpiade” dentro al carcere

Giochi della speranza, Sport oltre le sbarre

Nel grigio del cemento della Casa di Reclusione di Milano Bollate, la terza edizione dei Giochi della Speranza ha trasformato il carcere in una vera e propria olimpiade nello spirito e nell’agonismo. Campi colorati tra il cemento, squadre miste di detenuti, agenti, magistrati e volontari, nel segno ideale di Milano Cortina 2026.

 

«Questa giornata non è una meteora: si appoggia su 700 ore di sport all’anno nelle carceri», spiega Massimo A., presidente del CSI Milano. «Ogni volta che entriamo accadono due cose: portiamo umanità dentro e chi entra esce cambiato. Lo sport crea legami veri». Per il direttore Giorgio L. «la permeabilità con la società civile è il fondamento. Senza contenuti La pena è un tempo vuoto». E precisa: «Sicurezza e rieducazione non sono opposte: la relazione è il collante che permette di prevenire il disagio».

 
 
 

"Eccomi"

2026, Lettera di don Massimo Donghi, parroco di Limbiate, FC n. 10 del 8 marzo

Un sacerdote nella malattia

Mese di agosto. Un dolore persistente per giorni al fianco. Chiami il medico. Ti fa una ecografia. E ti dice: «don Massimo, facciamo delle Tac». Esito: una lesione all’esofago. Un tumore avanzato e una serie di linfonodi sparsi nell’esofago e al fegato. Fulmine a ciel sereno. La rabbia, i pensieri, il pianto… Mi sono anche arrabbiato col Signore: «Cosa ho combinato in questi 30 anni che sono prete?». Nella mente un interrogativo: «Perché?». Inizia il mio percorso di terapia. Due chemio al mese, poi subentrano altri problemi. Cambio di terapia. Una più incisiva e aggressiva. Da due a tre chemio al mese. Quella che porto avanti oggi. Da prete, dopo la rabbia, come ho reagito a questa sorpresa della vita? Anzitutto ho comunicato alla mia comunità parrocchiale la mia malattia, senza silenzi o giri di parole. Come avviene in ogni famiglia. Sperimentando subito profonda vicinanza e affetto. Poi, alla festa della Città, chiedo al mio Vicario episcopale di essere lui ad amministrarmi l’Unzione dei malati. Un momento davvero vissuto e partecipato. Per me, un momento di grazia. Perché è stato un segno di fede nella presenza del Signore accanto alla mia vita fragile e un gesto di condivisione profonda con la mia comunità, che è la mia famiglia. Da prete malato scopro dei doni in questo cammino in salita. Anzitutto la pace nella preghiera. Tra pensieri e paure ho riscoperto la preghiera come vero dono di pace e di consolazione. Ora, nella mia preghiera di abbandono è forte e presente il dono della Vita eterna. Un altro dono sono i frutti del ministero, dell’essere prete. Messaggi, telefonate, visite da persone che da anni e anni non sento più, che ti incoraggiano a camminare. Ti promettono una preghiera. Ti offrono la disponibilità e il tempo per accompagnarti o darti una mano. Davvero una sorpresa per me. E qui non posso non ricordare la promessa di Gesù del centuplo (Marco 10,29-30). Infine, la fraternità sacerdotale. È un dono grande essere prete in un presbiterio, non solo ma con altri confratelli che si fanno presenti, ti chiamano, vengono a trovarti e pregano per te. C’è una immagine biblica che mi accompagna: l’Annunciazione. Sperimento che la vita è piena di annunciazioni, di sorprese che ti lasciano al momento senza parole, timoroso, pensieroso, sorpreso. Ma di fronte a queste ultime annunciazioni del cammino, il dono che chiedo e cerco di portare avanti è il mio “Eccomi”. Sì, semplicemente, compiere un passo al giorno, sapendo che non si è soli, ma che c’è una comunione profonda col Signore e con la comunità che, in modi diversi, ti accompagna e cammina insieme. Un desiderio che mi accompagna da mesi e che ora riuscirò a realizzare, grazie anche al consenso dell’équipe di medici che mi segue, è andare in pellegrinaggio a Lourdes per chiedere semplicemente, per l’intercessione di Maria, di custodire la pace nel cuore in questo tratto di strada del mio cammino e di confermare il mio sereno “Eccomi”.

 
 
 

Storia di Paolo

Post n°4217 pubblicato il 05 Marzo 2026 da namy0000
 

2026, FC n. 9 del 1 marzo

Storia di Paolo

Paolo, per esempio, era stato ricoverato da noi in condizioni molto gravi. Veniva dall’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze con problemi cerebrali gravissimi. I genitori non lo avevano riconosciuto. La condizione era talmente grave che la durata di vita doveva essere di quattro giorni. Noi del Don Gnocchi ce ne siamo presi cura. È sopravvissuto all’operazione, poi è rimasto presso il nostro centro d’eccellenza per la riabilitazione di Firenze, senza che venisse definita una scadenza. Io, ogni volta che mi recavo nel centro, lo andavo a trovare e lo vedevo nel suo letto, faticava a stare seduto e puntualmente si lasciava andare a destra o a sinistra. Un giorno vedo la dottoressa che lo aveva in carico, le dico: “Ciao, come va il nostro amico?”. E lei si mette a piangere. Io mi spavento: “Che è successo?”. E lei: “Abbiamo trovato una coppia che lo ha adottato”. Le faccio vedere il video che ho nel telefonino. Guardi: qui per la prima volta mangia il gelato. Ecco un altro video: gli insegnano ad alzarsi. Ora è cresciuto, cammina, va a scuola: si rende conto? Gli avevano dato quattro giorni di vita. Operato, accompagnato, custodito, amato.

 
 
 
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