Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

 

Lo spirito di un bambino

Post n°3611 pubblicato il 23 Giugno 2021 da namy0000
 

2021, Avvenire 22 giugno

Calcio & solidarietà. Koulibaly, una nave di aiuti per il suo Senegal

Il difensore del Napoli ha fatto partire un cargo da Napoli diretto a Dakar carico di alimenti e materiale sanitario tra cui ambulanze e lettighe. Un campione che non ha mai dimenticato le sue origini

In campo è prima di tutto un difensore. Fuori è un vero bomber nell’aiutare gli altri. Kalidou Koulibaly, il fuoriclasse senegalese del Napoli, ne ha combinata un’altra delle sue. A inizio anno era stato “beccato” nei pressi di alcuni semafori ad Agnano mentre regalava giacconi ad alcuni connazionali per proteggerli dal freddo. Nei giorni scorsi invece in occasione del suo 30° compleanno ha fatto partire una nave dal porto di Napoli diretta in Senegal carica di alimenti e materiale sanitario: due ambulanze, lettighe, camici ospedalieri, mascherine. Nulla di nuovo, i tifosi partenopei conoscono bene la sua generosità: una notte di Capodanno aveva donato 500 euro a un mendicante fuori da un centro commerciale. Chi lo conosce sa bene quanto tenga alle sue origini e in questi giorni in vacanza nel suo paese sta partecipando a diverse iniziative promosse da alcune associazioni in aiuto dei bambini disagiati.

Un legame all’origine anche della sua passione per il calcio, come spiegò a The Players Tribune: «Sono cresciuto in Francia in una città che si chiama Saint-Dié, dove c’erano tanti immigrati. Mia madre racconta spesso della prima volta che tornammo in Senegal. Avevo sei anni e un po’ di paura. Fu la prima volta che vedevo i miei nonni e i miei cugini e fu uno shock vedere come viveva la gente in altre parti del mondo. Tutti i bambini correvano scalzi e ci rimasi male. Supplicavo mia madre ad andare al negozio e comprare delle scarpe per tutti, così potevo giocare a calcio con loro. Ma mia madre mi disse: “Kalidou, togliti le scarpe. Vai a giocare come loro”. Alla fine mi tolsi le scarpe di corsa e andai a giocare a piedi nudi con i miei cugini, ed è qui che iniziò la mia storia con il calcio».

Un paladino nella lotta al razzismo, ha più volte chiesto pubblicamente provvedimenti seri per contrastare gli ululati e cori vergognosi, di cui è stato spesso vittima nel campionato italiano. «Il razzismo? Credo che i bambini capiscano il mondo meglio degli adulti…» ripete spesso il campione senegalese che a tal proposito racconta sempre un aneddoto che vale più di mille discorsi: «La prima volta che ho vissuto il razzismo nel calcio è stato contro la Lazio qualche anno fa. Ogni volta che prendevo palla sentivo i tifosi che facevano dei versi da scimmia. Dopo il fischio finale camminavo verso il tunnel ed ero arrabbiatissimo, ma poi mi sono ricordato una cosa importante. Prima della partita c’era una giovane mascotte con cui sono entrato in campo mano nella mano, mi aveva chiesto la maglia e gli avevo promesso di dargliela dopo la gara. Quindi mi sono girato e sono andato a cercarlo, gli ho dato la mia maglia e indovinate la prima cosa che mi ha detto? “Chiedo scusa per quello che è successo.” Mi ha colpito molto. Questo bambino chiedeva scusa per non so quanti adulti, e la prima cosa a cui pensava era come mi sentivo io. Gli ho detto: “Non fa niente. Ti ringrazio. Ciao”. Questo è lo spirito di un bambino. È questo che manca al mondo in questo momento».

 
 
 

Intelligenza artificiale

Post n°3610 pubblicato il 22 Giugno 2021 da namy0000
 

2021, Scarp de’ tenis, Marzo.

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Più reale del reale è il libro di Giovanni Vannini, docente all’Istituto Universitario Salesiano e esperto di social media.

La maggior parte degli studiosi ritiene che la coscienza ci distinguerà sempre da ogni futuribile post umanità. Oggi sono operativi impianti neurali che “leggono” e “scrivono” la mente. Meraviglioso e spaventevole. Meraviglioso: milioni di disabili gravi potranno tornare a parlare. Spaventevole: un marketing cannibale ci condizionerà direttamente a livello neurale. Personalmente credo che la coscienza resterà non replicabile ma cambierà tutto il resto, corpo, sensi, cervello.

Con l’Intelligenza Artificiale ci “leggono”, con gli artificial influencer ci “riscrivono”. Gli artificial influencer fanno manipolazioni attivamente, 24 ore su 24, in modo personalizzato.

Possiamo difenderci con la consapevolezza. Ogni singola volta che usi il cellulare senza la presenza di mente e cuore alimenti il potere degli artificial influencer. Usa le tecnologie con consapevole intenzionalità, usale e non farti usare, sii presente nel qui e ora, definisci tu quando, dove, perché, come e che cosa di digitale entra nella tua giornata.

 
 
 

La nostra vela

2021, FC n. 25 del 20 giugno

La nostra vela salva il mare e l’equipaggio

I ragazzi della comunità e volontari di tutt’Italia imparano a difendere l’ambiente e a fare squadra

Una delle Case di Exodus si chiama “La Mammoletta”. Non poggia soltanto sulla terra delle colline dell’Elba, ma anche sulle acque del mare che circondano l’isola.

La Fondazione Exodus ha in dotazione due magnifiche barche a vela che le sono state donate, il Bamboo e la Maria Teresa, su cui i ragazzi hanno modo di sperimentare la socializzazione, la disciplina, lo studio, il mettersi in gioco e il contatto con la natura. Non solo i ragazzi ospiti della Casa, ma anche gruppi che arrivano da tutta Italia, da scuole, oratori, pure aziende che vogliono vivere un’esperienza forte e affascinante, anche dura e imprevedibile come quella in barca.

Assistiti dallo skipper-educatore, i giovani si mettono alla prova mentre vivono la straordinaria esperienza della navigazione, che ha per loro una forte valenza simbolica, educativa e terapeutica. Il mare è un incredibile maestro di vita e, oltre a donare la pace e la magia dell’infinito, insegna il rispetto e l’attenzione, la pazienza e la prudenza, il coraggio e la collaborazione. Ma ai ragazzi non viene offerta soltanto la possibilità di vivere l’ebbrezza di una traversata: i giovani sono costantemente impegnati anche nei lavori di officina e nelle cure e nella manutenzione di cui una barca e l’attrezzatura hanno continuo bisogno.

Anche quest’anno, insieme a Greenpeace Italia, con il Bamboo partiremo in tour in difesa del mare.

Greenpeace, infatti, in questi giorni si sta preparando a issare le vele: dal prossimo 21 giugno la spedizione di ricerca “Difendiamo il Mare”, promossa dall’associazione ambientalista e da La Mammoletta, attraverserà l’Adriatico. L’obiettivo è monitorare la contaminazione da plastica e microplastica e gli impatti del cambiamento climatico nel tratto di mare tra Ancona e Brindisi.

A bordo della barca a vela della Fondazione Exodus ci saranno anche i ricercatri dell’Istituto per lo studio degli impatti antropici e sostenibilità in ambiente marino del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ias) di Genova, dell’Università Politecnica delle Marche e del Distav dell’Università di Genova.

Sta crescendo la sensibilità ambientale. Spero che entri a pieno titolo nelle materie scolastiche. Dovrebbero esserci assemblee mensili sul tema. Come è possibile che a fianco di Greenpeace ci sia una comunità di tossicodipendenti e non magari un liceo classico o uno scientifico?

A La Mammoletta, tutti i giorni, gli educatori Marta e Stani cercano di coniugare il mare e la barca con il silenzio, con momenti di deserto e impegno quotidiano a contatto con la terraferma: per imparare a tenere la rotta, a lavorare in squadra e a viaggiare in armonia con se stessi e le forze della natura. Per questa estate alle porte, con responsabilità… buon vento a tutti!

 
 
 

RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI

2021, FC n. 25 del 20 giugno

COME HO CAPITO DAVVERO LA FRASE «RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI»

L’altro giorno, mentre guardo Tv2000, alle mie orecchie arriva questa frase del Padre Nostro: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori» e finalmente capisco concretamente queste parole che meccanicamente recito da più di 60 anni.

E ora vi racconto perché. Qualche anno fa, alla morte di mia madre, ho ereditato un appartamento. L’ho subito affittato, completamente ammobiliato, a una giovane coppia dello Sri Lanka alla quale avevo chiesto 500 euro al mese. Il capofamiglia è un ragazzo sui 30 anni che lavora nella ristorazione e non riusciva a trovare una casa perché, oltre ad essere straniero, la sua busta paga era di 700 euro (il resto gli veniva pagato in nero). Mi dice che la famiglia è composta da lui e sua moglie e quando gli chiedo come mai non ci sono bambini, con riluttanza (quasi terrore) mi confessa che la moglie è incinta. Leggo nei suoi occhi molta dignità ma anche l’amarezza, la delusione per i tanti rifiuti e sfruttamenti subiti. Incurante dei “buoni consigli” che mi vengono dati, gli affitto l’appartamento abbassando l’importo a 450 euro, considerando che stavo riscuotendo una rendita per la quale non avevo sudato, che i miei genitori sarebbero stati felici di questo, e per ripagare, in qualche modo, le ingiustizie che questo povero ragazzo stava subendo. Mi aveva raccontato qualche bugia, ma ho capito che non erano dettate da malafede, ma solo da paura, tanta paura. Per due anni non ci sono stati problemi; ogni mese, magari non puntualmente, mi versava l’affitto. Poi è scoppiata la pandemia e la carenza di lavoro. Non è più stato in grado di pagarmi l’affitto per alcuni mesi nel 2020 e per altri nel 2021. Immaginando la sua angoscia, gli ho sempre detto di stare tranquillo e di pensare alla sua famiglia, che nel frattempo era aumentata di una nuova creatura. Ora è molto felice perché ha ripreso in pieno il lavoro e mi ha proposto di sanare gli affitti pregressi un poco al mese.

Ma se tutti i giorni recito «Rimetti a noi i nostri debiti» devo anche continuare con coerenza il resto: «Come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Quando gli ho detto che nulla mi doveva, con moltissima dignità ha detto che non poteva accettare e che un po’ alla volta avrebbe sanato il debito. A quel punto, non rimaneva che dirgli che mi avrebbe ripagato quando io avessi deciso di fare una vacanza in Sri Lanka, dove sarei stata ospite nella casa che lui aveva lì. E così, con un sorriso veramente gioioso, entrambi soddisfatti dell’accordo concluso, ci siamo salutati. Subito dopo, parlando con la mia nipote di tredici anni, le ho raccontato di questo mio inquilino. Ho detto che se lui non poteva lavorare era giusto che io gli sospendessi l’affitto. La sua approvazione è stata totale e grande è stata la mia soddisfazione nel pensare che, magari, avevo messo nel suo cuore un semino di onestà-moralità - Anna

 
 
 

Una vita in nero e grigio

2021, Avvenire 17 giugnoMedu. Una vita in nero e grigio fra gli agrumi. Così si lavora nei campi di Gioia Tauro

Nel dossier di medici per i diritti umani (Medu) le testimonianze di angoscia e privazioni dei braccianti, lontano dalla famiglia e sfruttati dai caporali. Senza contratto né tantomeno diritti

«Mi chiamo Mohamed, sono nato in Senegal e non vedo mia moglie da 7 anni. Ho un contratto di lavoro per 2 mesi all’anno, il resto dei mesi lavoro in nero e non posso farci nulla. Ho chiesto insistentemente ai miei datori di lavoro di farmi un regolare contratto per permettermi di dimostrare che posso convertire il mio documento di soggiorno. Ma continuano a dire che, anche se lavoro bene, fare un contratto gli costa troppo. Non posso tornare in Africa, non posso far venire mia moglie in Italia. Sono molto stanco e non perché ho lavorato 7 ore oggi…». È intriso di sudore, fatica, angoscia e privazioni il racconto di Mohamed, bracciante sfruttato negli agrumeti della Piana di Gioia Tauro. La sua e altre drammatiche testimonianze sono contenute nelle 60 pagine del dossier Zone rosse, lavoro nero, dell’associazione Medici per i diritti umani, che dal 2014 opera in quel territorio durante i mesi della raccolta degli agrumi. Un loro “team multidisciplinare”, da ottobre 2020 ad aprile 2021, a bordo di una “clinica mobile” ha raggiunto insediamenti ufficiali e informali abitati dai braccianti stranieri, curando e intervistandone oltre trecento sui 2mila presenti nella Piana.

Dal dossier, visionato in anticipo da Avvenire, emerge uno spaccato desolante: «Nulla o ben poco sembra essere cambiato rispetto agli anni passati» perché «il lavoro nero o grigio continua a rappresentare la norma, lo sfruttamento resta grave e diffuso, le condizioni alloggiative – tra tendopoli ufficiali che cedono rapidamente il posto a baraccopoli sovraffollate e malsane e casali fatiscenti sparsi nelle campagne – sono ancora oggi disastrose». Non solo: «L’accesso alle cure è spesso ostacolato da impedimenti burocratici, mancanza di informazioni, isolamento».

E «l’esercizio di diritti basilari quali l’iscrizione anagrafica, il rinnovo dei documenti di soggiorno, l’accesso alla disoccupazione agricola o all’indennità di malattia resta ancora oggi precluso a molti lavoratori, a causa delle irregolarità contrattuali, salariali e contributive che caratterizzano in modo sistematico i rapporti di lavoro». A otto anni dall’avvio del progetto “Terragiusta”, lamenta Medu, il panorama nella Piana resta sconcertante: «Tendopoli che si trasformano in baraccopoli, cumuli di rifiuti negli insediamenti informali come nei centri abitati, trasporti inesistenti, sanità al collasso, istituzioni impotenti e spesso commissariate, lavoro nero e grigio diffusi, settore agricolo in crisi». Inoltre l’aumento percentuale dei contratti non ha determinato migliori condizioni per i braccianti agricoli stranieri, dal momento che «il lavoro nero è stato sostituito dal lavoro grigio, con gravi irregolarità nei salari, nelle buste paga, negli orari di lavoro e nel versamento dei contributi». Solo un raccoglitore su 10 dichiara di essere iscritto al servizio sanitario nazionale. E la legge 199 del 2016 per il contrasto al caporalato non ha avuto un impatto decisivo sulle reti di sfruttamento.

Lavoro grigio e caporali. Su oltre trecento persone rivoltesi a Medu per visite mediche o consulenza legale, il 94% è risultato «regolarmente soggiornante». Tuttavia l’intermediazione illecita di manodopera per mezzo di caporali resta «il sistema di reclutamento più diffuso». Molto usato è l’espediente subdolo del lavoro grigio: a fronte della registrazione di un contratto, vengono trascritte in busta paga solo poche giornate (mai superiori a 10 al mese, nonostante l’immigrato lavori tra 5 e 7 giorni a settimana, in media 8 ore quotidiane, con un compenso medio di 35 euro al giorno) e le rimanenti sono «corrisposte in contanti». Diffuso è pure il “cottimo”, con un compenso misero: tra 0,60 centesimi e 1,50 euro per una cassetta da 25 chili di agrumi.

L’ondata del Covid. Visitando i lavoratori, i medici hanno riscontrato patologie osteo-articolari, problemi digestivi, malattie respiratorie, dermatiti e un forte stress: alcuni abusano di alcol per «cercare di dimenticare i problemi». Fra ottobre e novembre, sulla situazione ha inciso anche la seconda ondata del Covid-19, che ha colpito il campo container di Rosarno e la nuova Tendopoli ministeriale di San Ferdinando, portando all’istituzione di due “zone rosse”. Racconta Mamadou: «Alla fine di una giornata di lavoro, mi sono recato presso la clinica mobile di Medu perché non riuscivo a stare in piedi. Erano diversi giorni che non stavo bene, ma dovevo continuare a lavorare. Sono risultato positivo, mi hanno messo in quarantena. Ho scoperto di avere diritto all’indennità di malattia, prima non sapevo cosa fosse». In quei mesi, annotano gli esperti di Medu, «le critiche condizioni igienico-sanitarie e il sovraffollamento degli insediamenti hanno rappresentato un terreno fertile per la diffusione del virus».

 
 
 
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