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Messaggi del 09/07/2020

Identità misteriosa

Post n°3373 pubblicato il 09 Luglio 2020 da namy0000
 

LAIKA, l’artista di strada dall’identità misteriosa che fa coparire le sue opere di denuncia e solidarietà sui muri di Roma

(FC n. 27 del 5 luglio 2020)

Nome in codice: Laika. Nessuno conosce la sua identità, anche se è una delle più importanti street artist italiane.

Noi la sentiamo al telefono, la sua voce è modificata.

Nelle foto si presenta con una maschera bianca, una maglia con il cappuccio e i capelli di colore arancione come i pantaloni. Ama affiggere le sue opere ai muri e si definisce una “attacchina”. Ma di sicuro è molto di più. Attraverso il suo tratto sa rielaborare una contemporaneità grigia, dove a trionfare sono gli eccessi. Laika dosa bene l’ironia, strizza l’occhio ai tifosi della Roma con il tributo a Daniele De Rossi, si scaglia contro la brutalità con l’immagine di Giulio Regeni che abbraccia Zaki, (detenuto nelle carceri egiziane ndr). Le sue due ultime opere sono ancora più militanti: Ni Una Mas e Wall of Shame. ‹‹Una delle piaghe della nostra società è la violenza sulle donne. Ho avuto l’onore di poter partecipare a un’asta di beneficenza con altre artiste su questo argomento, e così è nata Ni Una Mas. Attraverso i miei lavori voglio approfondire certe tematiche, sensibilizzareportare alla luce l’orrore. Sono andata in Messico, una terra dove il tasso di femminicidi è altissimo. Sono stata a Ciudad Juárez, mi sono immersa in quella realtà, raccontata soprattutto dallo scrittore Roberto Bolafio in 2666. Sento la necessità di prepararmi prima di esprimermi. Invece Wall of Shame è un grido che nasce dalla rabbia. Bisognava trasmettere un messaggio forte: stop al razzismo, ai leoni da tastiera che discriminano sui social, che si accaniscono sugli indifesi. Viviamo in un periodo di forti tensioni, che si trasformano in odio. Non dobbiamo accettarlo, il sangue non è mai una soluzione. Nel documentarmi il malessere mi è entrato dentro. È una questione culturale, radicata nel silenzio, a volte anche nell’inconsapevolezza. Il mio desiderio è di far ragionare sul senso di uguaglianza. Le parole d’ordine devono essere accoglienza, inclusione, integrazione. Siamo un unico popolo, la diversità è un dono. La sconfitta più grande è guardare negli occhi chi ci sta vicino e vedere che non ha più niente di umano, perché ormai è divorato dall’egoismo››, spiega Laika.

Da dove nasce il nome Laika?

‹‹È un omaggio al primo essere vivente mai stato nello spazio: la cagnolina Laika, nel 1957, sullo Sputnik 2. La scoperta di nuovi universi, le stelle, i pianeti, è qualcosa che ci spinge a essere ambiziosi. Cerco sempre di tirare fuori il meglio da me stessa, di cambiare i punti di vista per avere una visione più chiara delle cose››.

Perché ha scelto l’anonimato?

‹‹Dietro a Laika c’è una persona normale, con una vita uguale a quella di tutti gli altri. Voglio mantenere intatti i miei affetti, la mia quotidianità. La maschera è un filtro che mi permette di esprimermi liberamente. Posso essere ironica, contraddirmi, eccedere, indignarmi. Sono sempre stata un’appassionata dell’arte visiva, specialmente della sua componente urbana. Passeggiare per strada, attraverso la mia Roma, mi aiuta molto nell’ideazione di un nuovo lavoro. Ho bisogno di osservare, di superare l’apparenza. Dietro a ogni facciata c’è un’avventura che aspetta››.

Come ha reagito quando è diventata famosa in tutto il mondo per l‘abbraccio tra Regeni e Zaki?

‹‹Sono rimasta sorpresa. Non mi aspettavo che avesse tanta risonanza. In precedenza il caso Zaki aveva ricevuto solo dei trafiletti nella cronaca locale. È terribile quello che è successo a Regeni, e in quel momento stava capitando ancora. Volevo dare un barlume di speranza: “Stavolta andrà tutto bene”, ma era anche un monito per i carcerieri. Forse con quell’immagine sono riuscita a esprimere la gravità della situazione e a spronare nella ricerca della verità. La vittoria è stata far prendere coscienza a tutti della tragedia che si stava consumando. L’obiettivo era far uscire Zaki dalle prigioni egiziane e riportarlo in Italia››.

Come difinirebbe la sua arte?

‹‹È un veicolo di storie che abbracciano più ambiti. Storie di lotta, dalla parte dei diritti universali. Storie che provano ad andare oltre i confini della cronaca. Questo è quello che faccio››.

Lei partecipa spesso a iniziative benefiche.

‹‹Fa parte di me, del mio sentirmi parte costruttiva della comunità››.

 
 
 

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