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Messaggi del 24/02/2021

Riemerge dal deserto

2021, Avvenire 23 febbr.

Archeologia. Riemerge dal deserto la vita a Shahr-i Sokhta, la Pompei d'Oriente

La missione italo-iraniana nel sito Unesco ha portato alla luce importanti testimonianze della vita quotidiana nella città fissata dal deserto di sale a quattromila anni fa

È chiamata la Pompei d'Oriente, ma a distruggerla e insieme conservarla non fu un vulcano ma le sabbie del deserto salato di Lut. Shahr-i Sokhta, nelle alture del Baluchistan, in Iran, è un fermoimmagine della storia.

Il sito è oggetto di un Progetto archeologico multidisciplinare internazionale avviato nel 2016 dal dipartimento di Beni Culturali dell'Università del Salento che lo finanzia con il ministero degli Affari Esteri ed enti privati. La missione lavora congiuntamente Mansur Sajjadi per l'Iranian Center for Archaeological Research (che a Shahr-i Sokhta scavano dal 1997). Enrico Ascalone, direttore scientifico del progetto ha raccontato raccolto nel volume "Scavi e ricerche a Shahr-i Sokhta", che sarà presentato domani all'Università del Salento, una serie di nuove scoperte.

Nata intorno alla seconda metà del quarto millennio a.C. nell'area del Sistan, non lontano dai confini con Pakistan e Afghanistan, collassata intorno al secondo millenio a.C. per cause ancora sconosciute e nella lista Unesco per il suo "valore universale", Shahr-i Sokhta era un fiorente centro di commercio e agricoltura, posto tra quattro grandi civiltà fluviali: Oxus, Indo, Tigri-Eufrate e Halil.

«La nostra idea - ha raccontato in anteprima Ascalone all'Ansa - è che fosse una società strutturalmente eterarchica e non gerarchicaDiversi gruppi tribali coesistevano in pace, senza predominio uno sull'altro. Lo dimostrano le tipologie tombali e l'assenza di mura difensive, segno che non avevano apparato militare».

Le concrezioni saline, poi, hanno sigillato reperti e strutture, restituendo agli archeologi interi spaccati di vita. «Su una superficie di 300 ettari, ne abbiamo scavato appena il 5% - dice ancora Ascalone - ma sappiamo che una delle attività più remunerative era il commercio di turchesi e bellissimi lapislazzuli. Gli edifici erano alti anche due metri, arricchiti di decorazioni parietali che, però, non rappresentavano figure, ma motivi geometrici. Lo stesso per giare, porte o sigilli: nessuna divinità, probabilmente perché senza un'elite al comando non c'era neanche bisogno di veicolare messaggi di propaganda. Di certo, amavano il lusso: ricoprivano i pavimenti con stuoie e usavano molte perle».

Le ultime campagne di scavo hanno segnato due svolte. La prima, la datazione dello stesso centro, che gli esami sul carbone delle fornaci e delle cucine anticipano di 300 anni. Gli archeologi hanno trovato moltissime "proto-tavolette": «Sono rettangoli in argilla di 10 centimetri per 3 - spiega l'archeologo - Rudimentali, ma con annotazioni numeriche con linee e punti. Le abbiamo trovate diffusamente, anche in casa, e testimoniano una certa organizzazione sociale e amministrativa, oltre a una consuetudine ad annotare entrate e uscite. C'è anche un piccolo "metrino", un righello in argilla con linee distanti 1,1 centimetri. Sarà oggetto di studio, ma potrebbe essere stata la loro unità di misura, perché tutti i mattoni sono di misure multiple. Siamo nell'età del bronzo iraniano e questi rinvenimenti dimostrano l'inizio di un processo di urbanizzazione, che, secondo me, non si è compiuto proprio perché non esisteva un'elite. E perché non ci fu tempo».

Perché "morì" Shahr-i Sokhta? "È il grande mistero da sciogliere ora - risponde Ascalone - Non ci fu un episodio scatenante come l'eruzione del Vesuvio. Il collasso, però, avvenne in pochi decenni». Per ora le analisi paleo-botaniche puntano l'indice sul clima. «Le variazioni dei monsoni avrebbero provocato ampie aree di siccità e queste una crisi commerciale ed economica».

 
 
 

Essere sorda non è una disgrazia

2021, Avvenire 23 febbr.

Anna B., la giovane che ha prestato il suo volto per la campagna di Pro Vita e Famiglia 

«Sono io, la ragazza del manifesto».

Abbiamo scoperto, da un rapido sguardo sul profilo Facebook, che Anna è una ragazza di 23 anni con una marcia in più. Appena sotto il suo nome, sulla pagina social, si legge: «Essere sorda non è una disgrazia, ma una vittoria per la quale ho lottato». È stato quasi istintivo chiederle cosa significa questa frase. «L’ho tratta da una poesia che scrissi tanti anni fa, quando ancora ero una ragazzina – ci racconta –. Nella mia vita la sordità è stata spesso vista come una disgrazia, a scuola sono anche stata vittima di bullismo al punto che ho cambiato scuola tre volte. Infine questo mi ha portato a realizzare che la mia sordità mi ha insegnato ad essere più forte ad affrontare gli ostacoli quotidiani. Inoltre, ho scritto un romanzo verosimile che tratta la storia della mia sordità; e spero con tutto il cuore di riuscire a pubblicarlo un giorno per diffondere nel mondo un’adeguata consapevolezza di ciò che siamo».

Questo tuo percorso dove ti ha portato?
Devo soprattutto alla mia sordità la persona che sono oggi, è proprio grazie ad essa che ho preso consapevolezza sull’importanza di difendere la vita umana innocente ogni volta che viene attaccata prima della nascita. Per gran parte della mia vita mi sono sentita un errore, un pezzo difettoso della fabbricazione umana. Infine ho compreso che l’errore non ero io, bensì il modo in cui la società mi aveva vista fino a quel momento e credo profondamente che sia l’ora di restituire a ognuno la dignità che merita.

Come hai fatto?
Ho imparato a parlare grazie alla logopedia e all’impianto cocleare, e conosco anche la lingua dei segni, che mi aiuta ad avere una marcia in più nella comunicazione. È proprio grazie a questa meravigliosa lingua che oggi lavoro come assistente in una scuola in cui ci sono 60 bambini sordi, proprio come me. Amo il mio lavoro e aiutare i bambini sordi come me ad accettare la propria sordità, a farsi valere in un mondo che ogni giorno pone barriere all’inclusione. Basti pensare che qualche giorno fa in Parlamento si è parlato di esonerare gli alunni disabili da parte delle materie scolastiche.

È terribile...
Esatto, è come se preoccuparci di farci fuori - come spesso avviene anche mediante l’aborto eugenetico - fosse più importante che cercare soluzioni valide per creare una società più inclusiva per noi. Ed è proprio quest’ultimo punto che mi tocca moltissimo. Infatti è stato proprio quando ho scoperto che anche coloro che vivono la mia stessa condizione vengono eliminati per mezzo della diagnosi prenatale che ho iniziato a unirmi alla battaglia in difesa della vita umana innocente. Infatti, la mia sordità è genetica poiché i miei genitori sono portatori della connessina 26, ossia il gene che causa la sordità congenita. Inoltre sono anche venuta a conoscenza dell’agghiacciante verità di coppie che sono ricorse alla fecondazione assistita per evitare un secondo figlio sordo. È davvero paradossale come in una società che ogni giorno si autoproclama paladina della tutela del diverso (migranti, la comunità Lgbt, e anche la disabilità) allo stesso tempo quello che è diverso viene sterminato prima della nascita. Basti pensare all’Islanda e alla Danimarca in cui la nascita di bambini con sindrome di Down è prossima allo zero. Da allora mi sono resa conto che non potevo più tacere di fronte all’ipocrisia del mondo e che era giunto il momento di agire e di operare per il bene.

Quando hai iniziato?
Tre anni fa, nel periodo in cui ho vissuto a Roma per via dei miei studi universitari. È stato esattamente in quel periodo che ho conosciuto gli Universitari per la vita (Upv). Finalmente avevo compreso che non ero l’unica pro-life e che in realtà le persone che hanno le nostre idee sono molte più di quello che si pensa e, come possiamo vedere in questo caso, vengono spesso censurate. Successivamente questo mi ha spinta a diffondere la cultura dalla vita sui social media, e da allora hanno iniziato a seguirmi tante persone interessate a questa causa. In seguito sono diventata ambasciatrice di Live Action. Sui social media, Live Action conta un totale complessivo di circa 4 milioni di followers ed è il più grande movimento pro-life al mondo. Di conseguenza ho continuato a informarmi per conto mio, anche grazie al supporto del mio gruppo Upv, e ho continuato a diffondere la cultura della vita sui social e nella vita quotidiana, anche dialogando con la gente. Non è stato facile per me andare controcorrente poiché né la mia famiglia né la società mi avevano mai trasmesso la cultura della vita, bensì è stata l’esperienza a fornirmi la consapevolezza dell’ipocrisia del mondo. Sicuramente è una battaglia difficile, ma la gioia che se ne ricava è impagabile. Credo che non esista causa più nobile che battersi in difesa della vita umana innocente.

Perché hai prestato il tuo volto a questa campagna di Pro Vita e Famiglia?
Ho deciso di metterci la faccia perché la causa mi sta molto a cuore, e già dal mio attivismo sui social mi sono resa conto quanto portare la verità alla luce dei fatti sia un’arma potentissima per aiutare le persone a cambiare le menti e i cuori sul tema dell’aborto, specialmente tra i giovani. Appena Pro Vita mi ha proposto di essere la testimonial della loro campagna ho capito che era giunto il momento di fare il grande salto.

L’aborto è un tema che divide, spesso causa contrapposizioni ideologiche. Secondo te perché non si riesce a parlare serenamente di questo tema?
Innanzitutto perché non si parla dell’aborto per quello che è davvero, specialmente nelle scuole. Si parla spesso di educazione sessuale, contraccezione, e mai della responsabilizzazione delle proprie azioni, come ad esempio del fatto che la gravidanza sia una delle possibili conseguenze di un rapporto sessuale. Inoltre credo che sia ancora troppo forte il pregiudizio che l’aborto sia un problema solamente religioso, quando in realtà si tratta di una questione che coinvolge tutti gli aspetti della persona a prescindere dal credo che confessa. Credo che sia fondamentale spezzare questo tabù imparando ad affrontare la realtà da una prospettiva laica. Ci hanno inculcato il grande inganno che per essere donne libere dobbiamo sbarazzarci dei nostri figli se questi giungono nella nostra vita in un momento difficile, al punto che non si riesce a comprendere che in realtà questo ci rende schiavi di un sistema totalitario che vuole imporci come dobbiamo essere. A volte vi è la concezione che essere contro l’aborto significhi essere contro la libertà, mentre l’unica libertà che viene negata è quella del concepito, che in quanto essere umano non ha alcun diritto.

Tre consigli che vuoi dare ai giovani liceali di oggi: cosa fare per essere veramente liberi?
In primis gli consiglierei di informarsi autonomamente sui temi etici come l’aborto e non limitarsi al sentito dire. Li invito di cuore ad approfondire autonomamente la realtà oltre quello che viene insegnato a scuola. Basti pensare alle lezioni di educazione sessuale che parlano molto di contraccezione, senza in realtà spiegare ciò che realmente è l’aborto e la violenza che si nasconde dietro la soppressione di un essere umano innocente. Inoltre, per i giovani in età liceale, esiste il comitato dei liceali per la vita, studenti che si impegnano a diffondere la cultura della vita in ambito scolastico. Unirsi a una realtà di questo tipo li aiuterebbe a creare intorno a sé una rete di amicizie costruttive che invogliano a operare per il bene.
In secondo luogo gli consiglierei di prestare particolare attenzione al mondo dei social e ai cosiddetti influencer. Per carità, non ho nulla contro di loro, e io stessa sono una mini-influencer oltre che un’attivista pro-life. Credo molto nell’utilità dei social, ma credo anche che troppo spesso diano esempi sbagliati e privi di moralità. Penso che un vero influencer, oltre a promuovere le tendenze del momento, dovrebbe essere una figura in grado di restituire alla società i valori perduti. Basti pensare a don Alberto Ravagnani, il giovane sacerdote influencer che sta spopolando sui social. Lo seguo molto volentieri perché ritengo che pur essendo all’avanguardia sia molto capace di comunicare con i giovani e sappia anche trasmettere dei valori concreti, oltre l’apparenza che spesso ci viene proposta dalla società. Perdere i nostri valori significa perdere la nostra umanità.
Infine consiglierei loro di riempire il tempo libero in attività costruttive come il volontariato, oppure un lavoretto che possano conciliare con lo studio. Io stessa ho iniziato a lavorare come baby sitter a 18 anni ed è stata un’esperienza molto formativa per me. Credo che con questa mentalità avremmo davanti a noi adulti più sicuri di sé e delle proprie capacità, mentre a volte la sfiducia nel futuro e la noia portano purtroppo i giovani a sfogarsi nelle droghe e nell’alcool, nell’illusione di trovare conforto, mentre in realtà fanno parte di tutto ciò che porta alla propria autodistruzione. Credo che circondarsi di persone positive che abbiano fiducia in loro e nelle loro capacità sia la chiave per un futuro di successo.

 
 
 

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