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Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi del 14/09/2021

don Roberto

Don Roberto, giravi con una «Pandina color tortora», giorno e notte, per portare generi di conforto ai diseredati e, soprattutto, per offrire la tua presenza mite e gentile. Eri l’icona vivente dell’amore verso il prossimo, chiunque fosse, compreso chi ti ha sgozzato, come agnello sacrificale, come capro espiatorio della nostra umanità, spaurita ed indifferente.

 

A chi gli chiedeva di stare attento diceva: «Cosa vuoi che mi succeda? Al massimo vado da Gesù».

Con il pretesto di portare la colazione, riusciva a entrare nelle vite di gente che spesso aveva perso ogni speranza. Ma nessuno, né i volontari che lo aiutavano, né gli amici, e in fondo nemmeno i suoi familiari, sapeva davvero chi era. Don Roberto non parlava mai di sé, non rilasciava interviste, non ha lasciato nulla di scritto.

 

Racconto un episodio. Il suo set erano le strade di Como, giorno e notte. Aveva il portamento fiero di una diva e infatti pretendeva che tutti la chiamassero Sophia Loren. E anche le poche persone che degnava della sua attenzione diventavano ai suoi occhi personaggi dello spettacolo: attori, registi, cantanti. Come tutte le vere dive era altera, quasi superba. Voleva fare sempre di testa sua. Guai a tentare di convincerla che il freddo può scalfire anche una star da premio Oscar e che, almeno di inverno, forse era meglio passare le notti in dormitorio. Ti rispondeva in malo modo: «Alberto Sordi, che vuoi da me? Lasciami in pace». Nessuno ha mai detto a Sophia Loren cosa doveva fare. Lei doveva sentirsi libera di andare in giro, con la sigaretta sempre in bocca e di riposarsi dove meglio le pareva.

Finché sulla sua strada non ha incontrato un prete mingherlino che diceva di chiamarsi Roberto. Aveva notato un particolare che per una diva come lei dev’essere stato intollerabile: la sua borsetta era tutta strappata.

Qualche giorno dopo, si è ripresentato con una borsetta nuova e le ha detto: «Guarda, questa l’ho presa per te».

Sophia Loren ha bofonchiato qualcosa, ha preso la borsetta e ha squadrato meglio quel prete dall’aria così gentile: somigliava a un cantante che aveva visto alla Tv tanto tempo prima. Forse non aveva il suo vocione, ma per il resto era lui: Fausto Leali.

Lui le chiese se poteva sedersi un attimo sulla panchina accanto a lei e lei accettò. E, per la prima volta dopo tanto tempo, passò forse un’ora a parlare con qualcuno senza arrabbiarsi. Da allora Fausto Leali andava a trovarla ogni giorno. Quando notava che anche le scarpe avevano fatto il loro tempo, passava in un negozio, gliene comprava un paio e gliele portava. Anche se, si sa, regalare delle scarpe a una donna e farla contenta è un’impresa ai limiti dell’impossibile. Se poi stiamo parlando di Sophia Loren, è inevitabile che faccia qualche capriccio: «Fausto Leali, ma pensi davvero che io possa andare in giro con queste?». Ma lui non demordeva: tornava in negozio anche quattro, cinque volte, finché la sua amica non era soddisfatta. Chi l’ha detto che solo perché si povera ti devi sempre accontentare, devi rinunciare ai tuoi gusti, alla tua personalità?

E poi, con la scusa delle scarpe, Fausto Leali aveva la possibilità di entrare un po’ di più nel cuore di quella diva che nella sua vita doveva averne viste davvero tante.

Poi, un giorno, le loro strade si sono separate. Oggi Sophia Loren è ospite in una comunità in Svizzera. Per un curioso gioco del destino, proprio il Paese in cui trascorre gran parte della vita la vera attrice. Fausto Leali invece, il “suo” Fausto Leali, una mattina di settembre è volato in cielo.

Ho deciso di raccontare questa storia all’inizio di questo capitolo perché mi sembra racchiuda bene il senso della vita di don Roberto Malgesini da quando, nel 2007, è arrivato a Como.

Per lui, definizioni come “prete di strada” o “prete dei poveri” sono non solo riduttive, ma proprio imprecise. Il suo obiettivo non è mai stato trovare un tetto a chi non lo aveva (anche se poi ha ospitato persone a casa sua durante i mesi più duri della pandemia) o dare un pasto caldo a chi altrimenti sarebbe rimasto a digiuno. Questi sono servizi che svolgono benissimo organizzazioni come la Caritas, con cui don Roberto per altro ha sempre collaborato. Per lui queste attività erano solo uno strumento per entrare nell’animo delle persone.

Come mi ha raccontato Laura, una delle volontarie che più gli è stata accanto, «l’approccio di don Roberto non era: “Voglio conoscerti per aiutarti”. Ma: “Voglio conoscerti perché mi interessi”. Si poneva nei confronti di chiunque in una posizione di assoluta parità». In poche parole, don Roberto non è mai stato un assistente sociale, ma è sempre rimasto un prete che, attraverso un caffelatte o una coperta, cercava di fare ciò per cui anni prima aveva deciso di lasciare il posto in banca: annunciare la Parola di Gesù. Ma anche qui bisogna intendersi: tutti quelli che lo hanno conosciuto mi hanno raccontato che don Roberto non ha mai fatto proselitismo. Non si è mai presentato con la Bibbia in mani cercando di convertire le persone che incontrava. Il fatto che gran parte degli incontri si concludessero con una preghiera recitata insieme veniva naturale e proprio per questo riusciva a lasciare nei cuori dei segni molto più duraturi (FC, n. 37 del 12 settembre 2021).

 
 
 

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