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Amori sbagliati

2023, Avvenire, 25 novembre

Femminicidi. Recalcati: «Narcisismo e depressione sulle braci del patriarcato»

Lo psicoanalista: «Il riferimento è la cultura patriarcale. Ma è il legame interminabile con la madre a generare rapporti simbiotici, nicchie narcisistiche. I maschi violenti? Analfabeti emotivi»

Massimo Recalcati, psicoanalista lacaniano e saggista, osservatore attento delle trasformazioni della società contemporanea e dei ruoli familiari.

Il riferimento alla cultura patriarcale è necessario, imprescindibile direi. È lo sfondo inconscio collettivo della violenza sulle donne. Secondo questa cultura, che ha dominato in Occidente sino alla rottura degli anni Sessanta col ‘68 e con i movimenti femministi, la donna viene concepita come afflitta da una minorità ontologica, cognitiva e morale. L’uomo viene, di conseguenza, autorizzato a esercitare su di essa un potere disciplinare che giustifica anche il ricorso alla violenza. Basterebbe riguardare “Comizi d’amore” di Pasolini per farsi un’idea precisa del carattere pervasivo di questa rappresentazione nei rapporti uomo-donna nel nostro paese prima del ‘68. Nondimeno è vero anche che ci troviamo in un altro tempo e che la condizione della donna è profondamente mutata.

La cultura maschilista, come figlia naturale dell’ideologia del patriarcato, non è più in una posizione dominante. Sarebbe impossibile non riconoscerlo. Ma la sua brace non è del tutto spenta. Dobbiamo inoltre distinguere due facce di quella ideologia. Una è rappresentata dall’odio sessuofobico nei confronti delle donne. La sua incarnazione più recente è quella della polizia morale iraniana che esige la cancellazione del corpo femminile. È la terribile eredità del nostro Malleus maleficarum che identificava le donne non rassegnate all’obbedienza passiva nei confronti degli uomini con le streghe. L’altra faccia del patriarcato, quella più in ombra che si fa fatica a nominare è quella del legame interminabile con la madre.

I legami primari non si interrompono, ma tendono a prolungarsi nella vita adulta riproducendo la fusionalità e la possessione che li caratterizza originariamente. È qualcosa che non appartiene al medioevo ma riguarda profondamente la cultura del nostro tempo. La cultura del successo individuale e del principio di prestazione rende, infatti, difficile l’elaborazione del fallimento e dello scacco e stimola la nascita di rapporti rifugio, adesivi, simbiotici, di nicchie narcisistiche separate dal mondo, delle specie di “reinfetazioni” fantasmatiche, riparo da una realtà precaria, minacciosa, spaesante...

È un mostro a due teste. La prima è quella del narcisismo, la seconda è quella della depressione. La violenza maschilista come spinta al dominio sul partner ridotto a proprietà esalta la dimensione narcisistica. Ma essa porta con sé anche il gelo e il buio sconfinati della depressione: «Ti domino sino al punto da ucciderti in modo tale che tu non possa mai abbandonarmi perché se tu mi abbandonassi non resterebbe niente di me».

I maschi violenti vivono la donna come una minaccia per la loro identità. Sono emotivamente analfabeti. La spinta al possesso manifesta la loro fragilità di fondo. Di fronte alla ferita narcisistica di un abbandono possono reagire violentemente perché non tollerano la libertà della donna che mette sottosopra il loro prestigio fallico.

Bisogna distinguere la rappresentazione patriarcale della paternità dal principio paterno. Si può leggere in questo modo la terribile stagione del totalitarismo nel Novecento: il padre-Duce, il padre-Fuhrer rassicura le folle negando la libertà. Diversamente il principio paterno introduce una Legge che sa contenere la violenza nella misura in cui ricorda che l’essere umano non può essere tutto. È questa, infatti, l’origine prima della violenza umana: la spinta a voler essere tutto. È quello che accade nel nostro tempo. Il principio paterno corregge questa spinta ricordando che l’essere umano è sempre non-tutto.

L’amore, diceva Lacan, è sempre eterosessuale. Con l’aggiunta però che dobbiamo imparare a non ridurre l’eterosessualità alla differenza anatomica tra i sessi. L’amore è eterosessuale in quanto è sempre amore per l’eteros, per l’altro, per la sua differenza... L’esistenza di questo amore non è affatto garantito dalla differenza anatomica, come gli psicoanalisti sanno bene.

Mi chiedo dove io debba fare di più, come genitore.

Come possa meglio insegnare che la sconfitta e la perdita sono occasioni di consapevolezza, di crescita (da Eschilo a Dostoevskij, ci sono millenni di letteratura a insegnarlo). Che quel vuoto nel quale esse ci proiettano non è un buco infinito privo di prospettive. Che comunque intorno a noi esiste, e si può e si deve alimentare, una rete alla quale aggrapparsi: dalla famiglia agli amici, ai compagni di scuola o dello sport. Una rete idonea a fermare la caduta, a sorreggerci fino a ché ce ne sarà bisogno. Forse il primo passaggio è insegnare a non temere né il dolore, né il pericolo, a non scappare da essi, ma a utilizzarne la conoscenza per aumentare la consapevolezza. Poiché essa sola è il presidio più alto: consapevolezza del valore della vita, propria e altrui, e della sua sacralità.

 

Anche gli uomini hanno sentimenti e provano emozioni. Non se ne parla molto, ma è una buona notizia, perché significa che non esiste solamente la rabbia. Ci sono anche la gioia e la paura, la tristezza e il desiderio, la mancanza e la speranza. Ma a differenza delle donne gli uomini si ostinano a non ammetterlo. Preferiscono farla breve: si arrabbiano, magari diventano violenti, poi non ci pensano più. E non ne parlano mai.

Si può imparare a elaborare la sconfitta, che per ciascuno assume un aspetto diverso: c’è chi esulta perché è arrivato penultimo e chi si macera per il secondo posto. Non parliamo solo di sport, è chiaro. Nella società contemporanea tutto è competizione, tutto è misurabile e misurato, tutto finisce in qualche graduatoria da controllare ossessivamente. Si sale e si scende, si fa sempre del proprio meglio, ma non si può primeggiare a pari merito. Non tutti insieme, almeno. Ognuno deve trovare il suo posto e, mentre lo cerca, deve sforzarsi di riconoscere i sentimenti che sta provando e di dare un nome alle emozioni che gli vengono incontro. A beneficio di tutti, e di tutte.

«L’amore è dono e mai possesso dell’altro»

 “Amore e violenza non vanno d’accordo, l’amore è dono e mai possesso dell’altro. È mio solo se è suo!

L’amore non è una gara, non prevede vittorie di cui gloriarsi né trofei da esibire. L’amore non ha nulla a che vedere con il possesso. Certo, diciamo “mia moglie”, “la mia ragazza”, “mia figlia”, ma non è che una consuetudine. Ogni volta che pronunciamo queste parole, nella nostra mente dovrebbero risuonarne altre: “la donna o la ragazza che mi ha scelto”, per esempio, “la figlia che mi è stata donata”. A dispetto di millenni di evoluzione e in spregio a secoli di rivoluzioni per il maschio della specie risulta ancora più facile gonfiare il petto, flettere i muscoli, lasciare che la rabbia dilaghi e distrugga.

Le azioni hanno conseguenze. Tutte le azioni, anche e specialmente quelle compiute sotto l’urto della furia. Se ci si dimentica di questa semplice verità, non c’è più bellezza che tenga, non c’è più amore che possa trovare voce. È una smemoratezza mortale, letale. Distruttiva, appunto. E, da ultimo, autodistruttiva. Un giorno o l’altro si dovrà cominciare a essere orgogliosi della propria fragile interiorità, a vergognarsi del male anche solo immaginato, a vivere l’amore come un dono di libertà, che può essere accolto, scambiato e mai preteso. Anzi, sarebbe già tanto viverlo, l’amore, e non ucciderlo.

 
 
 

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