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Messaggi del 05/02/2024

Così mi sono salvato

2023, Avvenire, 31 agosto

Così mi sono salvato. La maestra mi mostrò un altro mondo.

È stato il volto televisivo dello spietato boss della camorra Pietro Savastano in “Gomorra”, ma lui da Napoli e dall’hinterland malato, malavitoso e claustrofobico in cui è nato e cresciuto è letteralmente fuggito. È scappato dalle botte prese in casa e fuori, dalle pistole impugnate da bambini poco più grandi di lui, dall’incuria e dalla violenza a cui erano sottoposte le bambine e le ragazze, dalla mancanza di un futuro che andasse oltre il rione… L’attore e scrittore Fortunato C., ha descritto la sua infanzia povera e malandata e la sua fuga nel libro autobiografico “Se vuoi vivere felice” (Einaudi, 2018) e ora ad Avvenire racconta quali sentimenti ha suscitato in lui lo stupro delle due ragazzine al Parco Verde. «Di questo crimine si parla, è emerso, ma tanto altro resta sommerso, in famiglia e fuori. La subcultura della violenza è pervasiva, a Pianura dove sono cresciuto così come a Caivano. È un mondo impenetrabile, con leggi proprie. Io da bambino e da adolescente vivevo come se fossi una bambola con gli occhi rivolti verso l’interno, ero cieco e sordo. Il mio orizzonte era convesso, finiva nella musica neomelodica, nelle sale giochi, nella ricerca continua di espedienti per sfangare la giornata e le botte dei miei. È così anche oggi: in quel sottomondo in cui proliferano le mafie i riferimenti sono diversi rispetto a quelli del mondo reale».

Lei vive a Roma, ce l’ha fatta ad andare via, ed è quello che chiede anche la famiglia di una delle vittime di Caivano: aiutateci a rifarci una vita altrove, via da quello che il presidente della Regione Campania De Luca, ha chiamato “Inferno in terra”. La fuga è la risposta?

Non sempre, non solo. Credo che le mafie e la subcultura potranno essere sconfitte solo da un esercito di maestri e maestre. Come è accaduto a me, servono persone che sappiano offrire ai bambini e ai ragazzi visioni e orizzonti diversi, che facciano capire loro che il mondo in cui vivono non è la realtà, ma una ipnosi collettiva, un incubo. Loro non vedono noi e noi non vediamo loro finché non emergono casi come quello di Caivano. Avvengono sotto i nostri occhi e noi non ce ne accorgiamo. Occorre rompere questo muro invisibile.

Per lei la svolta è arrivata grazie a una maestra?

Sì, ricordo in particolare una lezione sulla scoperta dell’America, in cui ci spiegò il significato della parola nostalgia, quella che si prova quando si lascia qualcosa di noto per andare verso qualcosa che non si conosce. Questo è stato il mantra della mia vita. Ecco, bisogna raccontare ai ragazzi di Pianura, di Scampia, di Caivano e dei tanti hinterland d’Italia che c’è un mondo fuori, un mondo diverso. Io mi sono salvato dal diventare manovalanza dei clan perché sono stato fortunato: ho incontrato persone che si sono prese cura di me, non sempre in ambito familiare. Da adolescente ho avuto la capacità di girare lo sguardo, di andare dove mi indicavano, perché provavo un malessere interno. Sentivo che non era normale essere picchiato dai genitori, né andare a sparare per intimidire chi faceva uno sgarro, né considerare le ragazze proprietà privata. Sono cose vissute da me 35 anni fa, e che in certo hinterland napoletano accadono tutt’oggi quotidianamente. La cosa peggiore è che chi agisce così non ha nemmeno la percezione della portata, criminale delle sue azioni.

Ma nel frattempo nel Napoletano sono nate associazioni, iniziative, ci sono tante persone che si impegnano per cambiare le cose…

Sì, ce ne sono e sono fondamentali. Intorno a loro si dilata un’ombra nera, ma questi punti di luce sono essenziali perché chi li cerca vi si può aggrappare e trovare un senso diverso alla propria vita. La maggior parte delle persone che vive a Pianura, così come a Caivano, è perbene. Ma in quegli ambienti basta il 10, 15 per cento di criminali per piombare come avvoltoi nella vita di tutti. Gli altri vivono asserragliati nella paura.

Fortunato, lei ha interpretato don Pietro Savastano e Gomorra, è stato anche criticato per una certa “fascinazione” esercitata dai protagonisti. È stato segnalato il rischio di emulazione. Cosa risponde?

Rispondo che è come accusare chi entra in una stanza, accende la luce e scopre un cadavere, di essere l’assassino. No, non siamo noi gli assassini: il rischio di emulazione riguarda l’8% degli spettatori. È quella parte di audience che non ha gli strumenti per decifrare il messaggio, ma è un problema che riguarda chi non ha saputo educare. Non si può accusare una serie tivù di fornire modelli, semmai bisogna interrogarsi perché la società non riesce ad offrirne diversi e sani.

 
 
 

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