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Raccontare Sarajevo

2024, HuffPost, 13 aprile

Sarajevo chiede un segnale dall'Europa

La magia della città è tornata, 32 anni dopo l'inizio di quella terribile guerra. L'equilibrio è precario e i segni del passato sfumano solo nei sorrisi dei giovani. I negoziati di adesione all'Unione europea un nuovo inizio e, forse, la fine dei fantasmi

Raccontare Sarajevo dopo essere tornata, dopo averla lasciata, è un supplizio. Chi la conosce, chi ha dimestichezza con la malìa di questo cuore balcanico, può capirmi all’istante. Sarajevo ti conquista e non ti lascia più. Quando arrivi da lei, che sia un volo o una strada, a farti da guida sono i fiumi, fiumi dai colori pazzeschi, somigliano alle vene dei polsi, è quel celeste, è quella segretezza potente di sangue vivo che scorre. Li vedi dall’alto oppure li costeggi fino a un certo punto – un contrasto netto tra azzurri e verdi e marroni - poi tutto sembra fermarsi, sparisce la Drina, sparisce la Neretva. A Sarajevo il fiume che ti accoglie si chiama Miljacka e la città la attraversa tutta, un fiume limpido, poco profondo, tonalità bronzea, profumo lieve, salmastro. Raccontare Sarajevo è un disastro, è come quando ti innamori e devi provare a dirlo a parole e tutto si somma e moltiplica e diventa incomprensibile ogni parola che nell’entusiasmo, nello stupore, si perde, precipita. Hai mille cose da dire e in fondo nessuna, basta quell’emozione dentro.

Dove c’è un fiume ci sono montagne, e le montagne intorno a Sarajevo creano una corona, una cassa toracica. Nel 1984, e quest’anno la città è in festa per questo anniversario, qui ci furono le Olimpiadi invernali. Tutto il mondo guardò con curiosità a questa parte del mondo. Si chiamava Jugoslavia, allora. Nel 1992, era il 5 aprile, su quelle stesse montagne trovarono posto altri ideali: i serbi diedero vita ad un assedio che si sarebbe concluso il 29 febbraio del 1996. Giorni, mesi, anni per torturare una città, tentare di condurla alla pazzia, cancellarla. Granate lanciate in ogni momento – circa 329 esplosioni ogni giorno con un record di 3777 bombe registrate il 22 luglio del 1993 – contro le abitazioni, i cecchini disseminati in tutti i posti strategici pronti a sparare contro chiunque. Sono passati trentadue anni da quel 5 aprile, un giorno che era cominciato con una manifestazione per la pace. Sul ponte Vrbanja, a poche centinaia di metri dal centro della città, i serbo bosniaci uccisero – punto di non ritorno – due ragazze che facevano parte del corteo, Suada Dilberović e Olga Sučić. Una targa le ricorda e l’incisione è il senso di tutta quella guerra, della resistenza degli abitanti di Sarajevo: Kap moje krvl poteče. I Bosna ne presuši. Il sacrificio delle singole vite per la libertà e la conferma di un popolo. 

Ci sono ancora i segni di quella tortura, sono le voragini dei proiettili e delle granate sulle facciate, le depressioni conservate sull’asfalto, si chiamano Rose di Sarajevo, una vernice rossa colata dentro per ricordarne la potenza distruttiva. Sono le migliaia di tombe disseminate ovunque, nell’ex stadio olimpico, sulle colline, nei parchi. Sono le migliaia di targhe con nomi e cognomi e due date, una nascita naturale e una morte assassina, in memoria. Ci sono ancora, i segni di quella tortura e, chi conosce Sarajevo sono certa concorderà con me, sono gli elementi da posare con forza sul tavolo dei negoziati di adesione della Bosnia ed Erzegovina all'Unione europea approvati dal Consiglio europeo lo scorso 21 marzo. I segni inequivocabili di quella tortura sono immensi: arrivi a Sarajevo e i suoi abitanti ti accolgono con grazia e cortesia, arrivi a Sarajevo e non importa la tua fede, puoi essere cristiano, musulmano, ortodosso, ebreo, ateo, sei il benvenuto in ogni chiesa, in ogni moschea. Sarajevo appoggia la gente di Gaza ma fuori dal Tempio non ci sono forze armate in difesa: appoggiare la gente palestinese non vuol dire odiare la gente d’Israele. Sarajevo e il suo recente passato questo può insegnarlo al mondo: attenti a non confondere le mire espansionistiche e aggressive di pochi con la sete di pace di quasi tutti. Ho una fede cristiana per nascita, molto tiepida per convinzione ma appartengo a chi si raccomanda a Dio, Cristo e la Madonna nei momenti bui: nei giorni del Ramadan ho festeggiato l’iftar (il momento in cui, al tramonto, si interrompe il digiuno dei musulmani osservanti e si mangiano cibi tipici cominciando con una limonata spaziale e un delizioso datterino) nella piazza centrale della Baščaršija e nel cortile della moschea Gazi Husrev-beg, la più antica espressione locale del passaggio ottomano. L’Islam è religione di pace, questo messaggio nel vecchio sistema Europa – di questo abbiamo parlato una domenica caldissima con Aida e Senad in un ristorante abbarbicato sulla collina – è rivoluzionario. Non ci sono tagliateste, non ci sono padri che uccidono figlie che amano seguendo il cuore, non c’è un fango che reprime. Sarajevo ha un cuore bosgnacco (sono i bosniaci musulmani) che batte al ritmo della contemporaneità, senza paura del diverso, senza mani armate, senza menzogne funzionali (le ha patite e non provenivano da quella religione ma da chi ne professa una ‘migliore’). Questo ho detto ai miei due nuovi amici davanti a una tavola imbandita di deliziose specialità bosniache: "Sarajevo ha un messaggio potentissimo, è il minareto dal quale il muezzin richiama i fedeli alla preghiera a pochi metri dal campanile della chiesa. Sarajevo porta da sempre un messaggio scomodo per l’Occidente: la paura del diverso è una costruzione politica, non ha nulla di reale nei testi sacri. Ma togli la paura e il terrore a un popolo occidentale e hai tagliato le gambe al Sistema".

I segni di quella tortura sono i giovani di Sarajevo, bellissimi e ricchi di culture, di nuovo – ma in fondo come sempre – miscelati tra di loro, aperti al mondo e fieri delle loro radici: non è nazionalismo, parola miope, è una parola più bella, che racconta una storia passata che si tuffa elegante e sicura nel futuro, identità. Li vedi seduti nei parchi baciati dal sole, non vivono attaccati al telefonino, parlano tanto, si baciano tanto. Prega, mangia, ama: questi tre imperativi li trovi scritti ovunque, sono scritte rock, hanno un sapore originale, un passo terreno. 

I segni di quella tortura non sono mai declinati con toni vittimistici, non vengono strumentalizzati, non diventano aggressivi per vendicare. I segni di quella tortura sono gentilezza, ospitalità, sicurezza, gratitudine. Gli accordi di Dayton hanno paralizzato per quasi trent’anni il sistema politico bosniaco dando la possibilità alle tre espressioni etniche di bloccare la crescita del piccolo Paese (al 2022 erano 3 milioni e 200 mila, gli abitanti residenti, con un Pil pro capite inferiore del 65% alla media Ue). Le cose stanno cambiando, lentamente ma stanno cambiando anche lì: un esempio delizioso è il sindaco di Sarajevo, Benjamina Karić, nata l’8 aprile del 1991 ed eletta primo cittadino l’8 aprile del 2021, il giorno del suo trentesimo compleanno. 

Come si racconta, Sarajevo? Non si racconta, è inutile, non si riesce. Come si possono raccontare i sapori, il sapore della baklava, il sapore e il profumo – come si raccontano i profumi? – del pane; e le salite ripide, come tirano i tendini, come ti si mozza il fiato in gola quando poi ti giri e la vedi, la vedi bellissima e viva, Sarajevo. Suonano le campane, pregano i muezzin creando una stereofonia da brivido. Il fiume scorre e dall’alto, a guardarlo quando il tramonto colora di rosa la valle, ricorda la linea della vita. Una linea lunga, spesso frastagliata, mai davvero interrotta.

 
 
 

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