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Arriva il golpe della BCE

Post n°539 pubblicato il 15 Novembre 2011 da VoceProletaria

Arriva il golpe della BCE
Comunisti, insieme per l’opposizione di classe e l’alternativa di sistema

di Comunisti Uniti, 12.11.2011

   “In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi assenza di una cultura liberale, si è protratta più a lungo, in una parte dell’opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, cioè nel vincolo della competitività. Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili.” (Mario Monti, Corriere della Sera del 02/01/2011)
   La caduta del governo Berlusconi, auspicata fortemente da tutti, avviene oggi in maniera pilotata dai poteri forti del capitalismo finanziario per applicare meglio nel nostro paese il massacro sociale delle politiche di austerity e delle ricette anticrisi sostenute da BCE/FMI e applaudite da Confindustria. Questo passaggio avviene con l’avallo di Confindustria, Vaticano e con un ruolo forte del Presidente della Repubblica Napolitano che già aveva calpestato la nostra Costituzione, spingendo l’Italia a partecipare ai bombardamenti NATO contro il popolo libico, e che oggi si presenta come il garante di questo commissariamento del residuo di democrazia nel nostro paese. Nemmeno la stretta autoritaria berlusconiana è stata sufficiente a rispondere alla crisi. L’attuale esecutivo cede il passo avendo perso qualsiasi credibilità interna e internazionale, ma Berlusconi tenta di salvare il salvabile contrattando un posto all’ombra di un governo di responsabilità nazionale che coinvolga tutto l’arco istituzionale e che comprenda anche il suo partito-azienda. Da un lato evita così la scomparsa di scena dei suoi interessi affaristici e dall’altro coinvolge pubblicamente PD e Terzo Polo nel sostenere la difesa degli interessi delle classi dominanti di fronte alle pressioni internazionali.
   Se è vero dunque che il blocco sociale di riferimento di questo governo reazionario si è sgretolato, è altrettanto vero che la caduta di Berlusconi sta avvenendo da “destra”. Ossia per applicare meglio (e con un maggiore controllo sociale) quelle stesse politiche antipopolari e non certo per ridistribuire ricchezza verso le classi subalterne che già stanno pagando pesantemente i costi di questa crisi.
   Altra cosa sarebbe stata se fosse caduto da “sinistra”, ossia in seguito alle mobilitazioni di piazza e alle lotte dei lavoratori, dei precari, degli studenti e dei movimenti che stanno resistendo contro le politiche “anti-crisi”. Sicuramente nuovi governi di “pace sociale” si sarebbero presentati per strumentalizzare queste spinte e fargli assumere in nome dell’antiberlusconismo grosso modo le stesse ricette filo-padronali come “sacrifici temporanei” in cambio di promesse di qualche sussidio alla povertà. Però, in quelle condizioni, i comunisti e i movimenti anticapitalisti e antiliberisti avrebbero avuto sicuramente argomentazioni maggiori per smascherare questa ennesima operazione di subordinazione dei nostri interessi di classe a quelli della governance della crisi capitalistica.
   D’altronde la crisi che abbiamo di fronte non è una semplice crisi congiunturale.    Siamo di fronte probabilmente alla più grave crisi di valorizzazione del capitale da molti decenni a questa parte che ha provocato negli ultimi 30 anni lo spostamento di enormi masse di ricchezza dall’economia produttiva alla sfera speculativa nel tentativo, da parte dei capitalisti, di rilanciare i propri profitti indipendentemente dalla ricchezza reale prodotta. La crisi si è aggravata ulteriormente e, all’esplosione di queste bolle speculative, sta oggi tornando violentemente nella sfera dell’economia reale imponendo un massacro sociale alla stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Una crisi di sovrapproduzione su scala mondiale di questo livello vuol dire che i paesi capitalisti non possono uscirne con semplici mezzi di sostegno al consumo o palliativi riformisti utilizzati nel passato.
Per riprendere un ciclo di accumulazione per i capitalisti è necessaria una vera e propria aggressione al lavoro salariato in tutto il pianeta che produca cancellazione di forze produttive, azzeramento di diritti, distruzione dell’ambiente, competizione internazionale e guerre.
   Gli spazi per “governi amici”, democratici o con una forte impronta sociale sono ridotti pressoché a zero. Chi, nel campo della sinistra di classe, ha pensato di puntare tutta la propria strategia immediata su queste aspettative si sta per trovare con il cerino in mano, senza Berlusconi, senza presunti governi di “fronte democratico” e senza aver costruito l’unica ipotesi credibile per resistere a questa pesante aggressione del capitalismo finanziario: un polo anticapitalista indipendente svincolato da ogni compatibilità e concertazione politica e sindacale.
   Invece lo scenario attuale ci pone oggi di fronte a un vero golpe della BCE col sostegno del FMI che impone direttamente i propri uomini alla guida di paesi colpiti dal ricatto del debito, con Mario Monti in Italia e Lucas Papademos in Grecia. I poteri forti del capitalismo internazionale commissariano così una politica traballante e delegittimata, congelano la democrazia formale e mettono al governo direttamente i propri uomini chiedendo a tutti e tre i poli di assumersi la responsabilità di sostenerli.
   Il governo di unità nazionale che si prospetta nel nostro paese serve proprio a sostenere questa necessità attraverso i punti programmatici imposti sin dall’estate dalla lettera di Draghi e Trichet.
Questo diktat prevede passaggi precisi, da imporre con decreti legge e possibilmente senza scioperi, senza lasciare spazi a interpretazioni sul loro reale segno di classe:
 
1)       Ripresa delle privatizzazioni su larga scala con il definitivo smantellamento dei patrimoni e dei servizi pubblici.
2)       Superamento del sistema di contrattazione nazionale verso la contrattazione aziendale per diminuire i diritti dei lavoratori e imporre salari legati alla produttività nel privato.
3)       Libertà di licenziamento e limitazioni alle agibilità sindacali.
4)       Riduzione drastica degli stipendi nella pubblica amministrazione
5)       Aumento dell’età pensionabile.
6)       Imposizione del pareggio di Bilancio nelle norme costituzionali.
7)      Abolizione di uffici e funzioni pubbliche e imposizione di regole di mercato a quelle che restano.
 
   Questo è il programma su cui convergono le imprese capitaliste del nostro paese e la BCE che rappresenta gli interessi delle maggiori potenze economico-finanziarie europee (Germania e Francia in testa). Il debito pubblico viene usato come ricatto per tenere vincolate le classi dominanti dei paesi membri della UE agli interessi di queste potenze e viene usato dai governi nazionali come una clava all’interno dei singoli paesi per bastonare salari e diritti.
 
   Le linee della BCE, i parametri di Maastricht e del Trattato di Lisbona, così come tutte le politiche della UE, sono la negazione della democrazia e sono in conflitto con gli interessi delle classi subalterne e persino dei ceti medi.
 
   Il PD è da tempo succube di questa stessa linea liberista ma, dovendo tener conto della CGIL, il suo attuale gruppo dirigente si proponeva di declinarla in chiave più temperata. Presentandosi ora come il principale sponsor del governo bocconiano, questo partito si è andato a infilare in una trappola che gli costerà molto cara perché su di esso finiranno inevitabilmente per pesare le maggiori responsabilità del massacro sociale in arrivo. La sua scelta di sostenere Monti è coerente con le sue politiche economiche antipopolari e, allo stesso tempo, rischia di rivelarsi un suicidio politico verso i poteri più forti e sovraordinati, quando solo una settimana fa si trovava di fronte a una prospettiva realistica di vittoria in caso di elezioni entro tempi brevi. Ma è chiaro che questa scelta ha conseguenze anche per le forze della sinistra comunista e anticapitalista, perché – soprattutto ora che è venuto meno l’alibi del berlusconismo come supremo pericolo per la democrazia – se essa fosse perseguita sino in fondo, renderebbe impossibile pensare a fronti o alleanze democratiche con le forze che dovessero appoggiare un programma esplicitamente neoliberista.
 
   I comunisti che vogliono tornare ad essere punto di riferimento per le classi subalterne e “cuore dell’opposizione” devono chiedere a gran forza che l’iniziativa e la parola passi ora ai settori colpiti dalla crisi. A partire da un referendum sui vincoli della BCE fino alla richiesta delle elezioni con un ritorno a una legge proporzionale integrale e senza sbarramenti legando le lotte contro il capitalismo alla difesa della Costituzione e al rilancio degli spazi democratici. Tanto più se non vogliamo lasciare la scena alla Lega consentendo la resurrezione di una forza che mette in discussione l’unità del paese per imporre gabbie salariali e interessi particolaristici contrari a quelli generali dei lavoratori e delle lavoratrici. I comunisti devono partire da queste riflessioni sulla crisi e sul debito e solo da qui scegliere una linea che consenta loro di ristabilire un rapporto di massa per ricominciare ad accumulare forze, se non vogliono continuare ad essere marginali nella società e senza peso politico nei confronti delle istituzioni. Fugato ogni equivoco di tattica politica, questa fase difficilissima, la cui durata non sarà certamente breve, può essere affrontata solo rilanciando l’opposizione di un blocco sociale antagonista agli interessi del capitalismo e riproponendo il tema di un’alternativa di sistema, riannodando le lotte di resistenza alla prospettiva del superamento del capitalismo in crisi. La strada in questa direzione è ancora lunghissima e la meta impossibile da intravedere, ma più si perde tempo nell’intraprenderla e più il suo percorso diventerà tortuoso.
 
   Preso atto che i comunisti oggi sono sparsi in molte organizzazioni differenti, e che tantissimi sono ormai quelli “senza tessera” disillusi dai percorsi politici che abbiamo attraversato, pensiamo sia sempre più urgente un confronto e un’iniziativa tra tutte le compagne ed i compagni, indipendentemente dalla loro attuale collocazione organizzativa, per dare urgentemente un segnale di “unità utile” alla prospettiva di ricostruzione di un Partito Comunista degno di questo nome e all’altezza dello scontro di classe oggi.
 
   Questa per noi è l’unità nella lotta, nella costruzione di un’opposizione di classe contro le politiche antipopolari dei governi amici di Confindustria, contro il fascismo e per la difesa degli spazi democratici, contro l’attacco ai diritti del lavoro, contro le politiche liberiste della UE, della BCE e del FMI e contro le guerre imperialiste.

 
 
 
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