
Benazir Bhutto era la figlia primogenita
del deposto primo ministro Zulfiqar Ali
Bhutto e di Begum Nusrat Bhutto,
quest'ultima di origini curdo-iraniane.
Il nonno paterno sir Shah Nawaz Bhutto
era invece un sindhi, ed era stato una delle
figure chiave del movimento indipendentista pakistano.
Effettuati gli studi intermedi in Pakistan, nel 1973
conseguì la laurea in scienze politiche presso
l'università statunitense di Harvard. Si trasferì
in seguito a Oxford per studiare politica, filosofia
ed economia. Non ancora ventenne, divenne
assistente del padre nel suo lavoro.
Tornata in Pakistan dopo gli studi universitari,
subì gli eventi che condussero dapprima alla
deposizione, quindi all'esecuzione di suo padre
per volere del generale Muhammad Zia-ul-Haq,
e fu relegata agli arresti domiciliari. Quando, nel
1984, ottenne il permesso di tornare nel Regno
Unito, divenne leader in esilio del Partito del
Popolo Pakistano (PPP), già presieduto dal padre.
La sua influenza sulla vita politica pakistana
restò tuttavia limitata fino alla morte di Zia
(17 agosto 1988). Alle successive elezioni
(16 novembre), il PPP ottenne la maggioranza
relativa all'Assemblea Nazionale. Benazir
entrò in carica come primo ministro il 2
dicembre, dopo la formazione della coalizione
di governo, divenendo così, all'età di trentacinque
anni, la persona più giovane ma anche la prima
donna a ricoprire l'incarico in un paese mussulmano
contemporaneo.
Fu destituita nel 1990 dall'allora presidente della
Repubblica dietro accuse di corruzione, e il PPP
perse le elezioni tenutesi nell'ottobre dello stesso anno.
Restò a capo dell'opposizione al governo di Nawaz Sharif
fino al 1993, quando una nuova consultazione decretò la
vittoria del suo partito e l'inizio del suo secondo mandato
da premier. Tale mandato fu nuovamente segnato da accuse
di corruzione che condussero a una seconda destituzione
nel 1996. Dopo questa data e fino alla modifica della Costituzione
da parte di Pervez Musharraf (2002) non poté ricandidarsi,
essendo esclusa per legge la possibilità di un terzo mandato.
Rientro in Pakistan e assassinio
Trascorsi così otto anni in esilio volontario tra Dubai e Londra,
il suo ritorno in patria per prepararsi alle elezioni nazionali del
2008 è funestato il 18 ottobre 2007 da un attentato che ha causato
138 vittime e almeno 600 feriti. Le esplosioni hanno avuto luogo a
Karachi durante un corteo di sostenitori che accoglieva l'entrata
dell'ex primo ministro nella città subito dopo il suo arrivo all'aeroporto.
Benazir Bhutto, su un camion blindato dal quale salutava i cittadini e
sostenitori, è rimasta illesa.
Gran parte delle vittime presenti tra la folla erano membri del Partito
del Popolo Pakistano. Il giorno seguente l'ex premier ha accusato il
governo del presidente Pervez Musharraf di non aver preso provvedimenti
preventivi affinché la strage, della quale era stato dato l'allarme da parte
dei servizi segreti prima delle esplosioni, fosse scongiurata. Anche in
mancanza di rivendicazioni da parte dei reali mandanti degli attacchi
suicidi Benazir Bhutto ha dichiarato di essere certa che questi siano
avvenuti per mano di un gruppo di matrice talebana e sicuramente
anche di un gruppo di seguaci dell'ex dittatore Muhammad Zia-ul-Haq,
autore del golpe contro il governo del padre Zulfiqar Ali Bhutto.
La Bhutto, però, ha trovato la morte il 27 dicembre 2007 in un nuovo
attacco suicida avvenuto al termine di un suo comizio a Rawalpindi,
a circa 30 chilometri dalla capitale Islamabad. Nell'attentato sono morte
almeno 20 persone e altre 30 sono rimaste ferite. Il kamikaze, dopo
aver esploso due colpi d'arma da fuoco contro la Bhutto, si è fatto
esplodere all'ingresso principale del luogo dove si erano radunate
migliaia di persone per assistere al comizio. Trasportata immediatamente
in ospedale, la leader pakistana dell'opposizione è morta poco dopo
a causa della gravità delle ferite riportate nell'attentato.
Il presidente pakistano Pervez Musharraf ha condannato l'attentato compiuto a
sua detta da "terroristi islamici", voce confermata da Mustafa Abu al-Yazid,
capo delle operazioni dell'organizzazione terroristica Al Qaida in Afghanistan,
uno dei fedelissimi del numero due di Al Qaida, l'egiziano Ayman al-Zawahiri,
che avrebbe ordinato personalmente l'assassinio.
Tuttavia il marito della Bhutto, Asif Ali Zardari, ha accusato il governo
di Musharraf quale responsabile dell'attentato. A questo proposito
occorre ricordare il ruolo del potente servizio segreto pakistano, l'ISI
(Inter-Services Intelligence), sostenitore dei talebani sin dai tempi
dell'invasione sovietica dell'Afghanistan del 1979, sotto la direzione
di Akhtar Abdur Rahman quando al governo vi era il dittatore Zia-ul-Haq,
e mai epurato dai fondamentalisti da Musharraf, se non con cambiamenti
di facciata ai vertici dello stesso. (Wikipedia)
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