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simone weil-L'ATTESA

Post n°8 pubblicato il 27 Agosto 2010 da Spiritodiamore
 

Anzitutto il divino viene esperito con una lontananza insormontabile dall’umano. Esso può essere solo correlato da un’intenzione di attesa. “Non sta all’uomo andare verso Dio, ma a Dio andare verso lui. L’uomo deve solo guardare ed attendere”. La medesima visuale viene espressa in un altro contesto in cui emergono ulteriori aspetti di questa relazione impossibile tra divino e umano che costituisce forse il nucleo fondante dell’esperire religioso di Simone Weil: “La correlazione rappresentabile dei contrari è un’immagine della correlazione trascendente dei contraddittori. Le correlazioni di contrari sono come una scala. Ciascuna ci eleva a un piano superiore in cui abita il rapporto che unisce i contrari. Finché giungiamo ad un luogo in cui dobbiamo pensare insieme i contrari, ma non possiamo accedere al piano in cui essi sono legati. E’ “l’ultimo gradino della scala. Là, non possiamo più sapere, dobbiamo fissare lo sguardo, attendere e amare. E Dio discende. Un uomo ispirato da Dio è un uomo che ha comportamenti, pensieri, sentimenti legati con un legame non rappresentabile”. E’ questo legame non rappresentabile che merita la nostra attenzione. In esso si raccolgono una serie di indici che denotano il contenuto proprio dell’attesa di Dio quale esperienza sostanziale del religioso nella visuale della Simone Weil e nella sua intelligenza del fenomeno religioso. Essi sono l’assenza di Dio, l’amore come organo del credere, e la fede come lettura

L’assenza di Dio è un motivo ricorrente dei Quaderni. Esso si raccorda in effetti col motivo del Dio impersonale, ossia senza volto o che nasconde il suo volto, dell’impotenza di Dio che apre lo spazio alla necessità ovvero reciprocamente della necessità che rende impotente, assente, Dio. “Il contatto con le creature ci è dato mediante il senso della presenza. Il contatto con Dio ci è dato mediante il senso dell’assenza. In confronto a questa assenza, la presenza diventa tanto più assente della assenza”. Ciò significa che il contatto col divino è possibile unicamente nella modalità di una intenzionalità che non riesce mai a tramutare in un oggetto presente il termine del proprio riferimento. E’ un contatto che si istituisce in maniera tanto più autentica, quanto più si esprime nell’accumulo di energia e nella tensione non pacificata.
E’ questa la ragione per cui questa tensione, questa relazione (o correlazione, se teniamo conto dell’intenzionalità insita nell’attesa di Dio), non è dell’ordine dell’intelligenza, ma dell’ordine che la Weil chiama dell’amore; ma questa categoria ci riconduce al tendere, all’appetizione, al conatus quale natura specifica del rapporto (del contatto) impegnato nell’attesa di Dio. “La fede è l’esperienza che l’intelligenza è illuminata dall’”amore”. Come dire che tale esperienza ha a che fare con ciò che sta al di sopra della verità, della possibilità di illuminazione delle cose, di renderle accessibili all’intelligenza. L’intelligenza è un investimento veritativo che dà accesso alle essenze (al cuore delle cose, alla loro struttura intrinseca che permette e consente un rapporto di necessità). Invece l’appetizione è un investimento donativo che dà accesso al bene, che esprime non la struttura delle cose, ma il loro senso (si potrebbe addirittura dire: il loro senso dell’essere). In altre parole (come si esprime la Weil): “La verità come luce del bene; il bene superiore alle essenze. L’organo col quale vediamo Dio è l’amore”. Ma c’è una riserva importante che dà una precisa misura a questo discorso della Weil, che senza tale misura critica si presterebbe a scivolare nell’indefinito o nel conato senza termine intenzionale, o peggio ancora nel conato perso nell’oggetto: “Solo l’intelligenza deve riconoscere con i mezzi che le sono propri, cioè la constatazione e la dimostrazione, la preminenza dell’amore. Essa si deve sottomettere solo sapendo in modo perfettamente chiaro e preciso perché. Altrimenti la sottomissione è un errore, e ciò a cui si sottomette è, malgrado l’etichetta, altra cosa dall’amore spirituale. (E’ ad esempio l’influenza sociale)”.

Da tutto ciò deriva il terzo indice, vale a dire la fede come “lettura”, ovvero come modalità specifica e culminante dell’attenzione. Lettura in questo contesto, come del resto nella sua caratteristica accezione weiliana, significa disclosure, ovvero interpretazione inedita a partire dal contatto col divino, e beninteso interpretazione, apertura di un orizzonte di comprensione e di senso, applicata alle cose e al mondo nel suo insieme. Insomma la lettura è uno “sguardo di senso” rivolto alle cose del nostro mondo, uno sguardo capace di illuminarne non l’opacità, ma la trasparenza in rapporto al divino; come dire, non la loro necessità, ma la loro appartenenza al bene. e qui la fede è intesa essenzialmente nel senso della “fede religiosa” ovvero della “lettura del soprannaturale”, non della fede che anima un agire.
Per elucidare questo nucleo essenziale dell’esperire religioso coagulato intorno all’attesa di Dio, la Weil ricorre al paradigma della bellezza, che apre prospettive inedite sull’universo delle religioni, prospettive che qualificano la sua visuale e il suo giudizio sulla particolarità delle fedi religiose. Tale visuale può essere sintetizzata nell’assioma (da comprendere in maniera congruente) “ogni religione è l’unica vera”, ovvero, in altri termini, “proclamare una fede l’unica vera, significa guardarla con tutta l’anima”.                                          L'attesa

 L’attesa è una condizione di esistenza (esistentiva) caratterizzata da un accumulo di energia. Essa ha come proprio referente di soggettivazione il desiderio, o meglio ancora l’appetizione. L’attesa dunque è una tensione qualificata da un’intenzionalità. L’intenzionalità esprime un vettore, una direzione verso un oggetto o verso un’alterità. Ma non è l’oggetto che invera questa intenzionalità, bensì sono due altri fattori che la definiscono in contemporanea. Entrambi appartengono all’ambito della soggettivazione, sia pure di una soggettività decentrata verso l’alterità, cioè Dio, e verso l’oggetto, cioè la necessità. Essi sono, da un lato l’energia, che dà luogo alla conformazione fenomenica-reale del desiderante, dall’altro l’avvento, o l’irruzione “dal di fuori” (il fuori può essere pensato in una duplice possibilità: o come alterità o come oggetto), del termine intenzionato. Quest’avvento realizza le condizioni dell’attesa, e produce lo status dell' equilibrio, della pacificazione, del riempimento attuativo del Sé desiderante. Si ha come un’esperienza di accoglienza recettiva dal di fuori del senso attuante la propria tensione appetitiva, così come l’attesa è uno stato di squilibrio, di tensione, una molla che si comprime e urge per lo scarico della tensione. E’ come se si ricevesse dal di fuori l’energia concentrata durante l’attesa. L’attesa, dunque, è uno stato, una condizione appetitivia non determinata dall’oggetto; ché anzi l’oggetto è il falso referente dell’attesa, mentre la sua verità consiste nello strappo, ossia nello svincolare l’intenzionalità dall’oggetto. Se l’oggetto determinasse l’attesa, la distensione dell’energia accumulata avrebbe tutti i caratteri dell’ “alienazione”, della codificazione.

 
 
 

Edith Stein

Post n°7 pubblicato il 14 Ottobre 2009 da Spiritodiamore
 
Foto di Spiritodiamore

Dio conduce ciascuno per una via particolare: l'uno arriva alla meta più facilmente e più presto di un altro. Ciò che possiamo fare è, in paragone a quanto ci viene dato, sempre poco.
Ma quel poco dobbiamo farlo: cioè pregare insistentemente affinché quando ci sarà indicata la via, sappiamo assecondare la grazia senza resistere.
Non si deve porre una scadenza al Signore. La mia sete di verità era una preghiera continua. Non mi è mai piaciuto di pensare che la misericordia di Dio si fermi ai confini della Chiesa visibile.
Dio è la verità. Chi cerca la verità cerca Dio, che lo sappia o no. Penso sempre alla regina Ester che è stata scelta tra il suo popolo proprio per intercedere davanti al re per il suo popolo.
Io sono una Ester assai povera e impotente, ma il Re che mi ha eletta è infinitamente grande e misericordioso.
La preghiera della Chiesa -e quindi del singolo cristiano- è la preghiera del Cristo sempre vivo e che ha il suo modello nella preghiera del Cristo durante la sua vita di uomo.... Durante la preghiera sul monte degli Ulivi si preparò a salire sul Golgota e ciò che Egli in questa gravissima ora della sua vita chiese al Padre ci è stato trasmesso in alcune brevi parola che possono guidarci nell'ora della nostra agonia.
La dottrina della Croce di San Giovanni della Croce non si potrebbe chiamare Scienza della Croce nel senso che intendiamo noi, se si basasse esclusivamente nelle conoscenze di carattere intellettuale. Ma essa porta impresso il marchio autentico della Croce.
La rivelazione più lampante dell'orrenda terribilità del peccato è la passione e morte di Cristo... Innanzitutto perché la colpa ha determinato Cristo ad accettare la passione e morte. Poi perché è stato il peccato a crocifiggere Cristo. Infine perché, appunto per tale suo effetto, è diventato uno strumento della nostra redenzione.
Divino Cuore del mio Salvatore, faccio voto di approfittare di tutte le occasioni per far piacere a te e quando mi troverò di fronte ad una scelta sceglierò ciò che piace più a te. Sono contenta di tutto. Su, andiamo per il nostro popolo! Vittima di espiazione per la vera pace.
Quello fu il mio primo incontro con la Croce, con quella forza divina che essa comunica a chi la porta. Per la prima volta vidi la Chiesa nascere dalla Passione redentrice del Cristo con la sua vittoria sul pungiglione della morte. Fu quello il momento in cui la mia incredulità crollò, impallidì l'ebraismo e Cristo si levò davanti al mio sguardo: Cristo nel mistero della sua Croce.

Il cammino della fede ci porta più lontano di quello della conoscenza filosofica: ci porta al Dio personale e vicino, a Colui che è tutto amore e misericordia, a una certezza che nessuna conoscenza naturale può dare.

L’importante è disporre di un angolo tranquillo in cui quotidianamente incontrarci con Dio, come se davvero non esistesse nient’altro: giungere insomma a rivedere in tutto e per tutto noi stessi e considerare le forze con cui dobbiamo più particolarmente lavorare, come uno strumento, come qualcosa di cui non siamo noi a servirci, ma Dio in noi.
Bisogna seguire il Cristo sul cammino che Lui stesso ha scelto: il cammino pasquale.
Il dono della vita, il dono dell’amore, fatti a coloro che sono nello smarrimento e nell’ombra della morte, costituiscono l’opera affidata ai discepoli, alla Chiesa.
Chi fa la volontà di Dio impara a conosce lo spirito di Dio, la vita di Dio, l’amore di Dio.

Accetto con gioia la morte che Dio mi ha destinato, in perfetta sottomissione alla sua volontà. Prego il Signore di accettare la mia vita e la mia morte a sua lode e gloria.

 
 
 

Tempo di conversione

Post n°6 pubblicato il 12 Dicembre 2008 da Spiritodiamore
 

Fenomeni mistici nella Chiesa. Criteri teologici

di mons. Paolo Hnilica, vescovo tit. di Rusado

Per poter riuscire a vedere e comprendere l'intervento del soprannaturale nella storia degli uomini dobbiamo persuaderci che non è per mezzo delle sole facoltà concettuali che vi riusciremo. Nella dottrina di Sant'Agostino risulta chiaramente che senza l'amore retto non si può giungere ad una conoscenza vera. L'apostolo che Gesù amava ci trasmette il messaggio eterno con la sua grande semplicità: «Colui che ama è nato da Dio e conosce Dio, colui che non ama non conosce Dio perché Dio è amore» (1 Giov. 4, 7-8).
Parlare della Carità oggi è divenuto banale nella Chiesa e nel mondo. Perciò succede che spiriti elevati e di cuore puro diffidino di questo vocabolario. Questo non è completamente ingiustificato perché in nome della predominanza dell'Amore si trascura la Verità; e d'altro canto molto spesso parlando dell'Amore della Verità, dell'Amore di Dio, e dell'Amore Fraterno si fanno infiltrare dottrine assolutamente estranee alla Verità, di conseguenza all'Amore stesso. Ma, malgrado tutti questi timori giustificati di falsa semplicità, c'è una Verità che rimane inalterabile: Dio è Carità. Perciò il grado di comprensione che, non solo ogni teologo, ma ogni uomo potrà avere dell'intervento del soprannaturale nella storia della Chiesa, è intimamente legato alla Sua Carità. Ciò che consideriamo vero per fede può rimanere oscuro per la nostra intelligenza che da sola è impotente a cogliere il mistero del mondo soprannaturale. Ma la Carità, come amore incondizionato della Verità, fa che sappiamo, mediante la nostra Fede stessa, che ci sarà un giorno in cui il Mistero nascosto ci sarà svelato.

Le apparizioni e la rivelazione di Dio
Dall'apparizione di Dio ad Abramo (1) fino alle visioni di San Giovanni nell'Apocalisse (2), la Sacra Scrittura racconta queste manifestazioni di Dio agli uomini. La Chiesa nascente stessa, «Stefano..., pieno di Spirito Santo, mirando al Cielo, vide la gloria di Dio, e Gesù che stava alla sua destra» (3). Poi Pietro (4), Paolo (5), nei Padri Apostolici (6), narrano questi interventi di Dio nel tempo della Chiesa pellegrina.
«Le apparizioni occupano uno spazio considerevole nella Bibbia». Le apparizioni sono continuate sino ai nostri giorni con modalità diverse» (7).
Innumerevoli sono i santi che hanno avuto apparizioni durante la loro vita (8).
Dopo la Rivoluzione Francese ci sono state delle Apparizioni Mariane che incontestabilmente hanno marcato la pietà e la vita del Popolo di Dio tutt'intero. La rue du Bac a Parigi, poi la Salette, Lourdes, e Fatima per citare solamente i più grandi in Europa, rimangono a vent'anni dal Concilio Vaticano Secondo luoghi di pietà, di conversione, di penitenza e di grazia, i più frequentati ed anche i più efficienti nell'ordine delle grazie. Nessun movimento ecclesiale, nessun congresso religioso è capace di fornire la l'esima parte di conversione e di grazie soprannaturali che si effondono in questi luoghi della pietà popolare, senza che il tempo e i secoli ne appiattiscano il fervore.
L'Autorità ecclesiastica dal secolo scorso a questa parte si mostra più diffidente a questo riguardo. Ciò malgrado, queste apparizioni mariane riconosciute dall'Autorità Apostolica, con il tempo, entrano nel Magistero ordinario della Chiesa (9).
«Il popolo di Dio, mosso dalla Fede, per cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore, che riempie l'universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio. La Fede infatti tutto rischiara di una luce nuova, e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell'uomo, e perciò guida l'intelligenza verso soluzioni pienamente umane» (10).
Le più alte conoscenze della più alta realtà, per quello che riguarda Dio, non sono state e non saranno mai possibili senza una assoluta armonia intimamente vissuta dei due principi seguenti:
1 - «Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza mediante la luce naturale della ragione umana attraverso le cose create» (11).
2 - «Deve essere attribuito alla Divina Rivelazione il fatto che ciò che nelle cose divine non è di per sé inaccessibile all'umana ragione, possa, anche nella presente condizione del genere umano, essere conosciuto da tutti pubblicamente, con ferma certezza e senza mescolanza di errore» (12).
«Con la Divina Rivelazione Dio volle manifestare e comunicare se stesso e i decreti eterni della sua volontà riguardo alla salvezza degli uomini, per renderli partecipi dei beni divini, che trascendono assolutamente la comprensione della mente umana» (12).
È evidente che, senza una sintesi che per misericordia divina lo Spirito Santo opera nella Chiesa, queste sentenze stesse sulla conoscenza di Dio da parte dell'uomo sembrerebbero contraddittorie e rimarrebbero incomprensibili. Chi può pretendere che, per la luce detta naturale della ragione, l'uomo possa distinguere la frontiera, la linea di demarcazione tra ciò che egli può conoscere di Dio con questa luce stessa attraverso le cose create e ciò che trascende assolutamente la comprensione del suo spirito?». (13).

Metodologia abituale per il discernimento teologico in casi di presunte manifestazioni soprannaturali

A. Discernimento degli Spiriti
Questo problema è stato trattato dall'inizio del Cristianesimo da S. Giovanni: «Diletti non crediate ad ogni spirito, ma provate gli Spiriti per sapere se sono da Dio, perché molti falsi profeti sono usciti fuori dal mondo. Da questo conoscete lo Spirito di Dio: Ogni Spirito che confessa Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio». (14). Poi S. Antonio Eremita patriarca dei monaci, (15) S. Bernardo nel sermone 33, il Cardinale Bona nel suo «De discretione spiritum», S. Ignazio di Loyola e tanti altri hanno precisato una metodologia che si può giustamente definire oggi universale.

B. Tre sono le forze che possono muovere lo Spirito dell'uomo
1) Lo Spirito della Natura.
2) Lo Spirito del demonio.
3) Lo Spirito di Dio.
È evidente che esiste quasi sempre una mescolanza dell'influenza di questi Spiriti, un po' come la combinazione dei registri dell'organo. È quindi necessaria una grande perspicacia spirituale per determinare la direzione principale verso la quale, la convergenza di «queste forze» spinge l'uomo.
Lì si arriva al criterio fondamentale dato da Cristo stesso: «Guardatevi dai falsi profeti i quali vengono a voi in vesti da pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Voi li riconoscerete dai loro frutti... Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei Cicli, ma chi fa la Volontà del Padre mio che è nei Cicli». (16) Sono quindi i frutti spirituali che permettono di determinare con certezza l'identità dello spirito che muove l'uomo.

C) Il Magistero della Chiesa ha dato delle indicazioni precise per l'applicazione di questo discernimento: da Benedetto XIV alle norme della S. Congregazione per la dottrina della Fede del 1978 (17)
1) I fatti devono essere giudicati secondo alcuni criteri positivi e negativi.
2) Secondo l'esito del primo giudizio si possono permettere con prudenza alcune manifestazioni di culto e di devozione.
3) Alla luce del tempo trascorso specialmente con l'esame dei frutti spirituali che possono provenire da questa nuova devozione si potrà esprimere un giudizio sulla Verità e il carattere soprannaturale di questi fatti.
Questi criteri riguardano:
1) I fatti.
2) I protagonisti.
3) Gli effetti.
Il teologo dovrà arrivare alla certezza morale sui seguenti punti:
1) Certezza che non si tratta di inganno per ciò che riguarda «i fatti soprannaturali», ossia la sincerità da parte di tutti i protagonisti coinvolti direttamente in questi fenomeni.
2) Certezza dell'equilibrio e della salute mentale dei «veggenti» ossia scartare ogni possibilità di patologia capace di provocare questi fenomeni.
3) Certezza sulla vita morale, religiosa, e spirituale dei protagonisti dopo i fenomeni. (18). Nonché la loro docilità verso l'autorità ecclesiastica.
4) Dopo la cessazione di questi fenomeni con quale naturalezza tornano alla vita «normale» della Fede.
5) Certezza che non scaturisca da questi fenomeni un insegnamento che sia in contraddizione con la Fede o la morale Cristiana, anche se alcuni elementi umani si possono mescolare. (19).
6) La certezza della perseveranza dei frutti spirituali, come lo spirito di preghiera, le conversioni, la pratica dei sacramenti, il progresso nelle virtù morali etc.
N.B. Non è lecito ritenere come effetti negativi per esempio atti immorali, ricerca di guadagno, bugie gravi etc. se non sono connessi con il fatto stesso e soprattutto se non sono avvenuti dopo la manifestazione di questi fatti soprannaturali. Abbiamo nella storia della chiesa delle apparizioni a grandi peccatori che appunto hanno ricevuto queste grazie per la loro conversione.

Verifica dei criteri sopracitati sui fatti di Medjugorje
È necessario ricordarsi che: «Nella Chiesa cattolica ogni mistica cristiana sottosta al criterio della mistica della Rivelazione biblica,... e va giudicata in base a tale criterio. Ogni mistica cristiana genuina è per colui che la media al servizio della parola di Dio; essa non è perciò in primo luogo «esperienza» o «stato», bensì trasmissione di una Verità e messaggi contenutistici e oggettivi indipendentemente dall'uomo e, quindi non enucleabili da alcuno stato né identificabili con alcun stato» (20).
Le seguenti conclusioni sono state tratte dopo tre anni di studi sui fatti, i protagonisti e gli ambienti di questi ultimi. Tutte le conclusioni sono documentabili, sia dal punto di vista psicologico, sia dal punto di vista medico, sia dal punto di vista pastorale.
1) Le indagini psicologiche permettono di escludere con certezza la frode e l'inganno da parte di tutti i veggenti.
2) Secondo gli esami medici si può escludere con certezza che si tratti di allucinazioni patologiche.
3) Secondo le indagini psicologiche e mediche si deve escludere una spiegazione puramente naturale di questi fenomeni.
4) Secondo le osservazioni documentabili non è possibile ritenere una spiegazione di questi fenomeni che sia di ordine preternaturale ossia di origine diabolica.
5) Secondo le osservazioni sempre documentabili c'è corrispondenza sia sotto l'aspetto medico che l'aspetto pastorale con i fenomeni descritti abitualmente nella teologia mistica.
6) Secondo informazioni sicure si può parlare con certezza di progressi spirituali e morali per i «veggenti» dall'inizio di questi fenomeni sino ad oggi.
7) Non si può trovare un insegnamento scaturito da queste «rivelazioni» che sia in contraddizione con la Fede o la morale cristiana.
8) Dopo più di quattro anni nessuno può negare i frutti spirituali buoni su tutto il popolo di Dio coinvolto in questi fenomeni.
9) Non si può ritenere che sia nato intorno a questi fenomeni qualche movimento nella Chiesa che sia in contraddizione con la Fede o la morale cristiana.
10) Quindi secondo la prassi abitualmente usata in casi simili nella Chiesa non si può rifiutare per adesso il «nihil obstat» alle devozioni e alle manifestazioni pubbliche di culto osservando con grande cautela e prudenza pastorale l'evolversi della situazione in modo da poter arrivare, una volta terminati questi fenomeni, alla conclusione sulla Verità e il carattere soprannaturale di cedesti fatti.

Disposizioni del magistero sulle apparizioni di papa Benedetto XIV


1. Il veggente ha desiderato avere delle visioni? Ha cercato di provocarle? (questo prima dell'inizio dei fenomeni)
2. Ha ricevuto dal suo direttore spirituale consigli di comunicare con delle persone colte e pie? Ha parlato a tutti, senza discernimento?
3. Ha praticato l'obbedienza verso i suoi maestri spirituali? Ha fatto progresso nell'amore di Dio e nell'umiltà?
4. Gode normalmente di pace e di serenità di coscienza? Ha il desiderio di perfezione?
5. Sceglie le persone credulone o quelle che lo contraddicono? Ama le persone che lo adulano?
6. Le sue guide spirituali hanno da rimproverare un vizio palese? In particolare la vanagloria?
7. Ha ricevuto da Dio la promessa che le sue richieste ragionevoli e legittime saranno esaudite? Ha ottenuto grandi grazie dopo averle chieste con fiducia e certezza?
8. Quelli che lo avvicinano, supponendo che la loro perversità non sia un ostacolo all'azione della grazia, sono incoraggiati ad amare Dio e la virtù?
9. Queste visioni hanno luogo dopo preghiere ferventi o dopo la Santa Comunione? Hanno fatto desiderare di soffrire per la gloria di Dio?
10. Il veggente fa penitenza nel suo corpo? È felice spiritualmente delle prove? Nella contraddizione e nell'amore di Dio?
11. Ama essere in disparte? Sfugge la società mondana? Si sta spogliando dei vincoli naturali?
12. I Teologi non hanno trovato niente in queste visioni che fosse contrario alle regole della Fede? O che fosse reprensibile sotto un altro aspetto?

Questo capitolo è la sintesi teologica fatta in collaborazione con l'assistente spirituale dell'A.R.PA. su rapporti di docenti universitari e presuli di oltre 10 nazioni. Non ha altro scopo che mettere i risultati di questi studi a disposizione del magistero autentico della Chiesa, in piena docilità filiale e fiduciosa, senza voler fare pressione su nessuno, e confidando in Maria Madre della Chiesa.



 

 
 
 

L'anima si ammala

Post n°5 pubblicato il 23 Maggio 2008 da Spiritodiamore
 
Foto di Spiritodiamore

La malattia dell'anima 

Molte persone si ammalano perché hanno dentro di sé qualcosa che si è spaccato. La spaccatura si ripercuote spesso sul corpo. Essere sano significa essere intatto, integro, essere pacificato con tutto quello che c’è in me. Ci sono forme di spiritualità, nel passato come pure nel presente, che ci fanno ammalare. Chi si identifica con ideali elevati, corre sempre il pericolo di lasciar da parte la propria realtà. Ciò che non si vuole ammettere in se stessi viene rimosso o represso. Ma non possiamo rimuovere la nostra realtà impunemente: essa si ripercuoterà negativamente sull’anima, oppure si riverserà sul corpo come malattia.

 

Nella Bibbia la guarigione avviene allorquando Gesù tocca i malati. Questi devono mettere davanti a Cristo la loro vera situazione, affinché la sua forza sanante possa scorrere sulle loro ferite e le possa trasformare. Gesù non è un mago divino che fa sparire d’incanto le nostre malattie. Solo quando ci mettiamo di fronte alla nostra realtà, ci rendiamo conto delle ferite che sono in noi e le presentiamo coscientemente a Cristo, solo allora la guarigione è possibile. Una via di guarigione è mettersi di fronte alle nostre ferite; l’altra via consiste nel fare pace con noi stessi. Questa pacificazione non è un’autoguarigione, ma è piuttosto una risposta alla fiducia di essere accolti da Dio incondizionatamente. In questo articolo vorrei prendere in considerazione la seconda via di guarigione: la riconciliazione con me stesso, con Dio e con gli altri.

 

1. Il concetto di riconciliazione

 

Riconciliazione è un concetto centrale nella teologia di san Paolo. Nella Seconda Lettera ai Corinzi, Paolo afferma che Dio «ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione» (2Cor 5,18). Paolo parte dalla premessa che gli uomini si sono alienati da se stessi e in tal modo hanno perduto anche il contatto con Dio. In Gesù Cristo, Dio ha preso l’iniziativa e nella sua morte in croce ha colmato l’abisso che separava gli uomini da Dio e da se stessi. In Gesù, Dio si è avvicinato agli uomini ed è giunto fino all’ultima solitudine e abbandono. Là, sulla croce, ha tolto via la più profonda alienazione dell’uomo con se stesso e con Dio. La riconciliazione è dunque un agire di Dio su di noi. Ma tocca a noi rispondere a questa azione di Dio, dicendo: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20). È necessario che noi stessi collaboriamo, affinché in noi possa compiersi la riconciliazione.

 

La parola latina reconciliatio significa originariamente il ristabilimento di amicizia, una rappacificazione. Il verbo corrispondente reconciliare significa: rimettere in ordine, ristabilire, unire nuovamente, rendere di nuovo sano, rappacificare. Il significato originario intende dunque far capire che Cristo, mediante la sua morte in croce ha ricondotto gli uomini all’amicizia con Dio, dal quale si erano allontanati. Riconciliazione significa quindi anche che sappiamo trattare noi stessi in modo amichevole, che consideriamo nostro amico tutto ciò che è in noi. Molti esseri umani non hanno una relazione né con Dio, né con se stessi. La riconciliazione significa che finalmente riescono a prendere contatto con se stessi e solo allora diventano capaci anche di entrare in relazione con gli altri e con Dio.

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

Gesù,vive!

Post n°4 pubblicato il 04 Gennaio 2008 da Spiritodiamore

 
 
 
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