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Kintsugi

Post n°490 pubblicato il 14 Gennaio 2022 da Hanahr

Non ho mai creduto alla fatalità, al destino, al karma.
Non credo alla fortuna, agli oroscopi, alle carte.
Sono sempre stata convinta che noi siamo ciò che creiamo, nelle condizioni in cui abbiamo l'opportunità di svilupparci.
Quando passi tanti anni a costruirti un ruolo, un'identità, è difficile immaginarsi diversi. E quando quell'identità si dimostra piena di crepe, incompleta, insoddisfaciente, non è facile trovare i materiali giusti per ricostruirla, senza invalidare tutto ciò che è stato fatto fino a quel momento.
Il risultato di quella ricomposizione di pezzi potrebbe essere un disastro.
C'è una tecnica artistica giapponese che si chiama kintsugi, è una tecnica di restauro che permette di ricostruire oggetti in ceramica utilizzando una colla in oro. L'obiettivo non è mascherare il più possibile le fratture, ma evidenziarle con un materiale prezioso e molto visibile.
Il kintsugi viene molto utilizzato anche nelle classi di arte-terapia come metafora per il risanamento delle persone che hanno subito traumi.
Alla base del kintsugi ci sono tre principi fondanti della filosofia zen del wabi-sabi e cioè "nulla dura, nulla è finito e nulla è perfetto": mushin, la capacità di lasciar correre preoccupazioni e dolori, e di liberarsi dall'ossessione della perfezione; anicca, accettazione della finitezza della vita accettando con consapevolezza la transitoriarità di ciò che ci circonda e mono no aware, la malinconia verso il decadimento degli oggetti, e più in generale l'accettazione dell'imperfezione e del'invecchiamento per ammirarne la bellezza.
Ora mi sento fratturata, mi sento spezzata tra ciò che vorrei nel profondo e ciò che devo fare, tra ciò che desidero in maniera viscerale e ciò che è giusto e responsabile. Le pulsioni che sento mi fanno sentire sporca, sbagliata, orribile.
Vorrei trovare la colla giusta per ricomporre quelle fratture e farle vedere, per accettarle e farle accettare, vorrei accettare l'imperfezione, la degradazione, l'errore che sono insiti in me, ma ancora non ho trovato la soluzione e navigo a vista.
Sbatto la testa sempre sugli stessi errori, ricado sempre nelle stesse tentazioni, mi lacero dentro cercando di far convivere lati di me totalmente opposti e che spingono in direzioni diverse, senza riuscire a mai a trovare il modo di farli cooperare.
Sento come una pressione dentro che a volte è bruciante, insopportabile da contenere, prende i polmoni, la bocca dello stomaco, il diaframma, il cuore, il cervello. Un enorme coperchio che cerca di tenere tutto sotto controllo, che opprime e invade.
Ammiro la capacità sintetica giapponese di raccogliere in poche parole dal suono meraviglioso, tutta la complessità della vita. L'aspirazione a raggiungere quella pace e quell'accettazione necessari per apprezzare la propria imperfezione. Il mio percorso è ancora molto lungo e ogni sfida che si presenta mi fa vacillare faticosamente.
Non so se troverò mai dentro di me le risorse per fare a patti con me stessa e oggi mi sento un po' più indietro del solito.

 
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