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Creato da giuliosforza il 28/11/2008
Riflessione filosofico-poetico-musicale

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Ilary e Goethe. Ariosto. Nino Rota

Post n°923 pubblicato il 03 Ottobre 2016 da giuliosforza

Post 852

La Clinton si è signorilmente vendicata delle volgarità che su di lei ho scritto facendomi una spietata corte buona parte della notte. Il resto della nottata l’ho passata, piccolo salto di qualità, in compagnia di Goethe e delle sue poesie d’amore (amore ingenuo  adolescenziale per Lili Schönemann e senile, e carico di simboliche trasfigurazioni,  per Ulrike von Levetzow):

Holde Lili, warst so lang
All mein Lust und all mein Sang;
Bist, ach, nun mein Schmerz, und doch
All mein Sang bist du noch.

 

Cara Lilli, fosti a lungo tutta la mia gioia e tutto il mio canto; ora, ahimè, sei il mio dolore, ma resti ancora il mio canto.
(Goethe, Poesie d'amore)

……..

Es schlug mein Herz; geschwind zur Pferde! / Und fort! wild wie ein Held zur Schlacht. / Schon stund im Nebelkleid die Eiche / Wie ein getürmter Riese da, / Wo Finsternis aus dem Gestrāuche / Mit hundert schwarzen Augen sah.

Batteva forte il cuore; svelto, a cavallo! E via con l’impeto dell’eroe verso la battaglia. La sera cullava già la terra, e sui monti scendeva la notte; in una veste di nebbia appariva la quercia come una gigantesca torre, ove dai cespugli la tenebra guardava con cento occhi.

………

Der Abschied, wie bedrängt, wie trübe! / Aus deinen Blicken sprach dein Herz. / In deinen Küssen welche Liebe, / O welche Wonne, welcher Schmerz! / Du gingst, ich stund un sah zur Erden / Und sah dir nach mit nassen Blick; / Und doch, welch Glück! Geliebt zu werden, / Und lieben, Götter, welch ein Glück!

L’addio, che tristezza, che affanno! ! Dai tuoi occhi parlava il tuo cuore, quale delizia, quale dolore! Tu andavi, io restavo e fissavo la terra e ti guardavo con gli occhi umidi di pianto; eppure che gioia essere amati, che felicità, Dei, amare!

Di ben altro tono, anche nella lingua e nella metrica, l’addio del poeta all’adolescente di Lipsia che a Marienbad, lei diciassettenne lui settantaduenne, rifiutando la sua mano, se non la sua corte, si guadagnò l’immortalità:

Leidenschaft bringt Leiden! Wer beschwichtigt / Beklommenes Herz, das zuviel verloren? / Wo sind die Stunden, überschnell verflüchtigt? / Vergebens war das Schönste dir erkoren! / Trüb ist der Geist, verworren das Beginnen: / Die hehre Welt, wie swindet sie den Sinnen! (…)

 Dolore arreca la passione. Chi placherà il cuore oppresso, che troppo ha perduto? Come recuperare le ore troppo presto svanite? Inutilmente ti fu offerta la Bellezza suprema. Cupo è lo spirito, confusa l’impresa: davvero sublime un mondo che spegne i sensi! (…)

*

E così mi toccherà rileggere anche l’Orlando Furioso; è d’obbligo in questo cinquecentesimo anniversario della prima edizione. Io ho la seconda, quella del 1522, la definitiva, nell’edizione garzantiana in due volumi del 1974 (cinquecentesino della nascita) di millequattrocento pagine:  quarantasei canti, circa cinquemila ottave pari a quasi cinquantamila versi, con una dotta introduzione di Marcello Turchi e la breve presentazione critica di Edoardo Sanguineti, il poeta e l’ accademico così tanto da certe parti osannato, personaggio voltairiano quant’altri mai, nel bene e nel male, e assai lontano dalla mia sensibilità. L’Orlando è uno di quei poemi che, se non vai pazzo per il genere (e io non ne vado pazzo) leggi a pezzi e a bocconi, come d’altronde l’Orlando innamorato dell’altro emiliano, il Boiardo; così, a pezzi e a bocconi, io lo lessi in gioventù e varie volte da allora lo ripresi tra le mani, ma solo necessitando di qualche citazione.

Vista questa freddina presentazione mi chiederete: chi glielo fa fare a sottoporsi a una cotale fatica e così poco per lei remunerativa? Il motivo è semplice: leggere un libro solo se piace non è la maniera migliore di leggere, come non ha senso non leggerlo solo per quel che nelle introduzioni e nelle recensioni se ne dice, o perché han ricevuto importanti premi culturali, avendo tu in uggia le competizioni e i premi,  ben consapevole da quali indegne ed immorali manovre essi sono accompagnati.

La prima volta che mi capitò di citare il Furioso fu ne La funzione didattica, il libro che ebbe l’onore di finire nell’ Indice dei libri proibiti (per altro per me tra i miei libri il più innocuo) risuscitato dell’Opus Dei, una vicenda esilarante di cui ebbi a scrivere qualche anno fa su queste pagine; e precisamente lo citai allorché, brevemente illustrando le premesse filosofiche neoidealistiche (ancor Nietzsche non mi aveva del tutto catturato) della mia concezione pedagogica e didattica, accennai polemicamente alla damnatio memoriae alla quale la becera in-cultura del dopoguerra aveva condannato il Filosofo di Castelvetrano:

Lo smemorato Oblio sta su la porta:
non lascia entrar, né riconosce alcuno;
non ascolta imbasciata, né riporta;
e parimente tien cacciato ognuno.
Il Silenzio va intorno, e fa la scorta:
ha le scarpe di feltro, e 'l mantel bruno;
et a quanti n'incontra, di lontano,
che non debban venir, cenna con mano.
(XIV, XCIV)

La prima delle figure retoriche, la personificazione dell’Oblio, mi piacque e vi ricorsi. Rarissimamente poi ricitai il cortigiano degli Estensi al quale, e questa è l’occasione della presente memoria, è dedicata una ricchissima mostra in quella Villa d’Este in Tivoli, una delle meraviglie del mondo, voluta dal nipote cardinale di quell’altro  porporato, Ippolito d’Este, di cui il Poeta fu segretario. La mostra sarà aperta fino a febbraio, e in  essa è possibile ammirare moltissime delle cose che l’ingegno umano produsse, in scultura, pittura, architettura, letteratura, ispirandosi all’Orlando Furioso. Non me la son fatta mancare, e probabilmente vi tornerò: temo di dover rivedere molti miei giudizi affrettati sulla “vacuità” e “fatuità” del capolavoro ariostesco. Del quale a un luciferino come me piace naturalmente moltissimo la conclusione, che avvicina la figura dell’impenitente Rodomonte  a quella del Don Giovanni dapontiano-mozartiano e del Vanni Fucci dantesco:

E due e tre volte nell’orribil fronte, / alzando, più ch’alzar si possa, il braccio, / (Ruggero) il ferro del pugnale a Rodomonte / tutto nascose, e si levò d’impaccio. / Alle squallide ripe d’Acheronte, / sciolta dal corpo più freddo che giaccio, / bestemmiando sfuggì l’alma sdegnosa, / che fu sì altiera al mondo ed orgogliosa.

Una conclusione birbona, se dobbiamo credere al Pro bono malum del Finis.

*

Leggo sul blog del giovane e brillante musicologo e musicista Fabrizio Basciano (“Il Fatto quotidiano”, 5 ottobre 2015):

“Non c’è miliardario al mondo che possa permettersi una serata così” scriveva Ennio Flaiano a proposito di una serata passata in compagnia di Nino Rota, Luchino Visconti, Fedele D’Amico e la moglie di quest’ultimo‘Suso’ Cecchi D’Amico. “Il gioco – ricorda la Cecchi D’Amico – consisteva nel dare a Nino un tema (ricordo, tra i tanti, ‘E lucevan le stelle’ della Tosca) da trattare secondo Schönberg, o Bach, o Schumann e via dicendo, precisando se in forma di sinfonia, o tema con variazioni (quartetto, eccetera)”.

Ecco una serata a cui mi sarebbe piaciuto partecipare!

_______________________

Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano) 

 

 

 
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